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#12 Commenti

  • Azienda Agricola L'Arcera - Organic Wine

    Azienda Agricola L'Arcera - Organic Wine

    Ciao Filippo - don't worry ..come dicono gli inglesi. Tenendo presente che l'articolo è di W.S. - portabandiera della globalizzazione del vino e promotore del produttore (che paga) e non del vino e della sua storia - io apprezzo invece le tante risposte di approvazione per la gamma varietale dei vini italiani.
    Come dice un post: is this A FEAR ? AFRAID OF WHAT ? pleasure of discovery?

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    #1
  • Pamela Guerra

    Pamela Guerra

    Ciao a tutti,

    La troppa scelta, su prodotti simili, inibisce l'acquisto; trovare tanti prodotti simili (ma non uguali) spiazza e intimorisce il potenziale acquirente, che si ritrova incapace di effettuare la scelta; non ritrova più le discriminanti che lo possono aiutare a fare valutazioni. Vale per qualsiasi prodotto, vino compreso.

    Il panorama enologico italiano è davvero amplissimo, e mi permetto di aggiungere, anche troppo; oltre alle denominazioni ( tema proprio del post di Paolo che citi come prima traduzione on demand) che dovrebbero identificare territori e modalità produttive ( e quindi fornire garanzie di qualità per certi versi), abbiamo una nutrita serie di altre definizioni, oltreché una schiera quasi infinita di etichette. Esistono aziende che producono 50000 btt e hanno 10 referenze, e questo indubbiamente non aiuta il mercato: si riduce la forza di penetrazione e si alimenta la confusione.

    Inoltre il vino è cultura e come tale non può essere sempre insegnata o fatta propria; ogni persona, ogni paese ha la sua. Fare informazione e formazione è un lavoro che va fatto tutti insieme, facendo sistema: e per fare sistema ognuno deve rinunciare ad un pezzettino del suo a favore di tutti.
    Forse è più utile iniziare a far capire le differenze tra una Barbera e un Brunello, prima di accanirsi ad evidenziare le sfumature che differenziano la Barbera d'Asti e da quella dei Colli Tortonesi.
    E prima che farlo all'estero, forse, si dovrebbe pensare di farlo in casa nostra, perché anche in casa nostra l'ignoranza è altissima.
    Secondo me i siciliani che conoscono il Verduno di Pelaverga sono in 5 e 3 i veneti che conoscono il Contea di Sclafani.
    Un po' la stessa cosa che succede quando gli 'esperti' parlano di vino: parlano difficile. Se parli difficile non insegni, inibisci e allontani.

    Indubbiamente il fatto di non distribuire contenuti corretti, sia grammaticalmente che lessicalmente, soprattutto quando sono rivolti al mercato estero, non aiuta; insomma, Google translate non è un buono strumento di mktg.
    Le traduzioni ad hoc, che rispettino non solo la sintassi ma anche i concetti di fondo, diventano uno strumento fondamentale se si vuole fare comunicazione e marketing, quelli veri.

    Pamela

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    #2
  • Filippo Ronco

    Filippo Ronco

    Ciao Pam, grazie per il prezioso contributo.
    In larga parte hai ragione. In particolare quando accenni a quelle aziende che con 50-100.000 bottiglie producono 5-6-10 referenze diverse. Personalmente adoro chi produce 2-3-4 vini al massimo, non si possono fare bene 10 cose.

    Il problema è anche a casa nostra, senz'altro, ci sono ancora tutte le masse da raggiongere. Però qui in questo post mi riferivo in particolare agli "esperti" all'estero. Lo stesso vale anche per l'esperto italiano nei confronti dei vini francesi per esempio o spagnoli.

    Ci sono senz'altro persone competenti su tutto o quasi ma la maggior parte di chi mastica poi ha difficoltà a conoscere bene le varie peculiarità delle zone all'estero, richiede studio e tempo naturalmente ma richiede anche la disponibilità delle aziende ad andare incontro a questa esigenza in modo informale (ad esempio con lo strumento blog) e possibilmente nella lingua di tutti che è l'inglese.

    La paura, il timore che questo autore di Wine Spectator metteva in luce era appunto il timore di un esperto, di un giornalista di settore, nei confronti di un Italia con Biancolella ad Ischia e Pecorino nelle Marche, Ruché e Avanà in Piemonte, Muristeddu e Bovale in Sardegna, Scimiscià in Liguria e millanta altri vitigni strepitosi e dalle peculiarità uniche e irriproducibili.

    Ciao, Fil.

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    #3
  • FortidelVento - Tomaso Armento

    FortidelVento - Tomaso Armento

    Mah, quoto integralmente 1. Più che altro per risolvere questo problema bisogna andare in giro per il mondo e farsi conoscere. Il blog e la comunicazione ho imparato a mie spese che sono si utili, ma a corredo di un lavoro molto esteso per lo sviluppo di contatti e soprattutto vendite. Parlare del territorio insieme è una grandissima cosa, la mia fatica è stata trovare persone che fossero interessate al loro territorio prima che al profitto. Insieme si vince, forse...
    Le considerazioni referenze x bottiglie lasciamole fare alle aziende, ognuno il suo mestiere :-)
    Ciao
    Tom

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    #4
  • Filippo Ronco

    Filippo Ronco

    Io l'1 non lo quoto perché sulla base di vicende che non c'entrano nulla con il post dell'autore di WS e con questo post, si cestina a prescinedere la discussione. A me invece il post di Kramer è parso molto genuino, umile, obiettivo. Ha messo in luce una sua difficoltà, un timore reverenziale. Non è cosa da tutti e colgo l'occasione per fargli i complimenti per tanta onestà intelletturale.

    Che i nostri autoctoni siano la nostra forza è in premessa di post, quindi assolutamente d'accordo.

    Le considerazioni referenze x bottiglie erano puramente indicative, solo per dire che uno che ha tre linee diverse e 15-20 vini disponibili, difficilmente farà tutto molto bene. Il numero di bottiglie prodotte in genere è un buon indicatore dell'estensione di un'azienda e del tipo di cura / approccio che giocoforza l'azienda potrà dedicare al vigneto e al prodotto finale.

    Ciao, Fil.

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    #5
  • FortidelVento - Tomaso Armento

    FortidelVento - Tomaso Armento

    Fil,
    per fortuna non dobbiamo pensarla tutti allo stesso modo :-)
    Solo, peccato "cestinare" le opinioni, quando si ha l'opportunità di scambiarsele e di vedere le cose da diversi punti di vista.

    Anche io vedo il post su WS come un'interessante osservazione, l'ho fatto circolare appena ho letto su suggerimenti di Fabio Ingrosso come importante, da leggere e su cui riflettere.

    Relativamente al discorso referenze per bottiglie intendi una gamma così vasta hai ragione.

    Io personalmente non vedo grossi problemi nell'avere anche 10 referenze con 100.000 bottiglie, in produzione anzi potrebbe aiutare, ma questa è un'esperienza personale che va al di là del marketing nudo e crudo ma dalle esperienze dirette produzione - vendita. Ripeto non voglio convincere nessuno è solo per portare un contributo. Poi se un vino è buono o cattivo lo dice il mercato, non due o tre opinionisti. Almeno, oggi i numeri ci dicono che funziona così.

    Il fatto che i nostri autoctoni siano un punto di forza secondo me è parzialmente vero, io vedo l'italia come un unico produttore e tutti gli autoctoni come delle referenze: chi ci guarda dall'esterno cercando di farsi un'idea su di noi fa decisamente fatica. Prendi il dolcetto: quante doc e docg ci sono? Sarà ma in certi casi sarebbe stato meglio fare delle zone più ampie per i prodotti il cui obiettivo era produrre per il mercato e riservare delle appellazioni esclusive solo ad alcune di esse.

    Molti piccoli produttori inoltre devono combattere col fatto che la loro doc principale non ha mercato, anche se fanno vini strepitosi, facendo più referenze stanno a galla, magari fanno vini più commerciali che vendono più facilmente e così fanno conoscere le loro chicche, il tuo commento sembra affossarli....

    Ciao
    Tom

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    #6
  • FortidelVento - Tomaso Armento

    FortidelVento - Tomaso Armento

    Questa http://tinyurl.com/38s9c6g si che è una bella idea, sarebbe bello se i produttori cominciassero a usare Vinix come un luogo dove far emergere le loro mille sfaccettature, sopratuttutto in inglese!

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    #7
  • Filippo Ronco

    Filippo Ronco

    Che poi è esattamente quello che propongo con questo post :-)

    Fil.

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    #8
  • FortidelVento - Tomaso Armento

    FortidelVento - Tomaso Armento

    Non lo avevo capito! :-O

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    #9
  • Paolo Carlo Ghislandi - Cascina i Carpini

    Io credo che il valore, il fascino ed il futuro dell'Italia enologica risieda nei vignaioli e nel loro lavoro appassionato.

    Guai se questi non sfruttassero, ora che possono, la possibilità di colmare il "gap" pluridecennale del quale si sono avvantaggiate fino ad oggi altre realtà con politiche a volte anche discutibili grazie alle quali all'estero si guarda con paura e con sospetto al vino Italiano.

    Detesto con tutto me stesso il mio basso livello di conoscenza della lingua inglese che sto studiando e che continuerò a studiare e ringrazio Filippo per il servizio che ha reso a disposizione.

    Ciao
    Paolo

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    #10
  • FortidelVento - Tomaso Armento

    FortidelVento - Tomaso Armento

    Ciao Paolo,
    A quali "altre realta" ti riferisci e a quali "politiche" in particolare?
    Ciao
    Tom

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    #11
  • Paolo Carlo Ghislandi - Cascina i Carpini

    Ciao Tom,

    Non mi riferisco necessariamente a realtà politiche, anche se chiaramente le istituzioni non possono essere automaticamente escluse.

    Prima io penserei all'incapacità strategica della nostra industria che si nasconde dietro alla scusa della mancata competitività mentre è la prima a convivere e mantenere quegli stessi rapporti collusi che poi la mettono in ginocchio costringendola a declassare prodotti e marchi che gli artigiani invece possono portare avanti a testa alta, con onore e con grande vantaggio per tutto il paese.

    Ciao
    Paolo

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    #12

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