#7 Commenti

  • Niccolò Desenzani

    Niccolò Desenzani

    Ciao Pierpaolo,
    mi piace la tua riflessione sulla degustazione. In effetti c'è un aspetto intimo nella degustazione, che ha a che fare con l'interazione corpo/vino e che rimane incomunicabile.
    Tuttavia, come tu stesso suggerisci, è nel tentativo di comunicare l'esperienza, nel renderla discorso o come ho detto io racconto, che la degustazione si fa attività dell'intelletto, culturale, umana. E prova ne sia che, come tu ben descrivi, il linguaggio tende a tornare alle sue radici.
    Il fatto che la degustazione coinvolga l'olfatto, il gusto, il tatto, la vista e talvolta pure l'udito (http://fotservis.typepad.com/.a/6a00d8341c018253ef012876c7d0dc970c-popup) la mette in diretto collegamento con la memoria e spesso il vino suggerisce il ricordo di qualcosa, rendendo l'esperienza più appagante e citando la citazione nella prefazione al tuo articolo "il ricordo sazia piu' di tutta la realtà e ha una certezza che nessuna realtà possiede".
    La degustazione infine è atto di conoscenza. Il ricordo resta, ma la sensazione del corpo se ne va, come bene tu descrivi in chiusura.
    E però l'esperienza di cui stiamo parlando in fondo non mi pare un fallimento, ma un paradigma della conoscenza, e non a caso si parla di sete di conoscenza e come per l'Ulisse di Dante, a questa sete non si resiste!

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    #1
  • Daniele Serafini

    Daniele Serafini

    Io penso che l'essenziale sia raggiungere sempre lo scopo principale, cioè comunicare ad un'altra persona la propria opinione su un vino. Quindi da un lato poche parole per definirlo analiticamente e il più oggettivamente possibile: colore, profumi più marcati, acidità, tannini, equilibrio ecc.., molto Ais insomma. Dall'altro lato penso sia parimenti importante trasmettere le proprie emozioni, ricordi che quel vino ha scatenato, associazioni di vario tipo (mnemonico, letterario, climatico, sportivo, musicale, ecc...). In fondo tutto ciò che un vino può scatenare a livello emozionale è una crescita personale, è una migliore conoscenza di se stessi, quindi sarebbe impossibile escluderlo dalla recensione.
    A volte però certi vini, in realtà molti, non hanno questa capacità. Allora penso sia onesto non cercare a tutti i costi una descrizione troppo pindarica e limitarsi ai freddi dati oggettivi.

    E sull'essere intellettualmente onesto: hai perfettamente ragione. Purtroppo è cosa ben difficile anche per chi si sforza con tutte le forze di esserlo. Basta semplicemente comprare delle bottiglie direttamente in cantina, avere un confronto con il proprietario e trovarlo persona onesta e capace ed ecco che giudicare quel vino diventa dannatamente difficile.

    Saluti

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    #2
  • Gionni Bonistalli

    Gionni Bonistalli

    Un piccolo pensiero lo metto anche io....
    La degustazione non può mai essere oggettiva, non siamo macchine e mai lo saremo. Anche ad una bendata ci sono sensazioni personali, anche estranee al vino, che fanno si che la valutazione del tale vino sia "corrotta".
    Addirittura anche lo stesso vino, valutato a poca distanza di giorni, può essere avlutato dalla stessa persona in maniera radicalmente diversa.
    Io credo che sia questo il bello di una degustazione, ovvero valutare il vino che hai nel bicchiere e cercare di esprimere più sensazioni possibili, anche perchè no, personali e totalmente di parte.
    Non credo che sia il vino il punto fondamentale di una degustazione, ma il rapporto uomo-emozione che uno specifico vino ti dà. La difficoltà stà molto nel mettere in parole queste emozioni.

    Cmq bel post e bell'argomento!!!!
    Gionni

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    #3
  • Niccolò Desenzani

    Niccolò Desenzani

    @Gionni: Certo l'arbitrarietà nella degustazione ha un grossa parte. Però io cerco sempre di avere coerenza, onestà e soprattutto capacità di ascolto (cioè, tento il più possibile di non far parlare me ma il vino). E' uno sforzo tantalico, ma per me dà senso alla ricerca.

    @PPP: Due anni fa, quando cominciai a pensare di fare un blog, avevo in mente di parlare di vino e di percezione (vedi anche l'immagine che ho scelto per il post). Sono fisico e matematico di formazione e quindi ne avrei parlato da quel punto di vista (della percezione intendo). Il blog lo creai, ma non partì mai: troppo impegnativo e poi pensavo di essere l'unico pazzo che avrebbe trovato sensato metter vicino le due cose! Adesso scopro che siamo almeno in due! Quindi ritornare a parlare di percezione, dopo aver scelto di volare un po' più in basso, mi fa davvero piacere.
    Andrò a guardarmi il lavoro di Warwick.
    E' sempre bello scoprire delle affinità con qualcuno.

    Ciao

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    #4
  • Rinaldo Marcaccio

    Rinaldo Marcaccio

    Andrei ad individuare all'interno del tema proposto, relativo alle modalità descrittive della degustazione vino, un aspetto in qualche modo sociologico.
    Io cioè non sottovaluterei il fatto che il sistema di degustazione e descrizione adottato dal comunicatore (al di là delle possibili enfasi legate più alle personalità che al prodotto), caratterizzato da uno sforzo descrittivo tendente all'individuazione dei caratteri peculiari di un vino, possa essere poi assunto come modello anche dall'utente consumatore comune.
    Credo cioè che spingersi alla individuazione più o meno profonda dei caratteri di un vino possa avere un effetto benefico nei confronti della massa di utenti a cui ci si rivolge, sollecitandoli a fare altrettanto, mettendo alla prova le singole capacità sensoriali, per avere di fatto un approccio più consapevole e meno superficiale.
    Credo cioè che il modello descrittivo proposto in diversa forma e misura a seconda delle personalità dei comunicatori, possa e debba diventare sistema. Perchè il piacere legato alla degustazione e al vino in genere, sia il più possibile sotto controllo e non diventi un pericolo.

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    #5
  • Niccolò Desenzani

    Niccolò Desenzani

    @Rinaldo: sono assolutamente d'accordo sul fatto che degustare, assaggiare, criticare e giudicare è dominio di tutti. Farlo abitualmente e comunicarlo è faticoso e per questo lo fa solo chi ne sente la necessità. Tuttavia il mio intento non è didattico, almeno fin quando non mi chiamassero a parlarne ex catedra (magari fra qualche decennio!). Sulla pericolosità non ho ben capito: intendi del consumo di alcool?

    @Daniele: Scusa se non ti ho risposto subito. Quello che intendo quando parlo di metodo etnografico, è proprio la necessità che anche un episodio come l'interazione col produttore contribuisca alla valutazione del vino. Una volta accettato questo (onesto) principio, si tratta di dare rilevanza all'episodio e cercare di chiarire quale contributo abbia portato.

    @PPP: Per quel che ho visto fino ad ora, c'è un'enorme massa di lavori matematici sulla percezione visiva, qualche cosa sull'udito, ma risulta difficile inquadrare il problema degli altri sensi. Già capire il perchè di questa asimmetria è secondo me un problema interessante. Ci porta subito a chiederci quale sia la profonda differenza o quali le analogie fra i vari sensi. Insomma la questione è davvero ardua!
    Non ho ancora guardato i link che mi hai suggerito, certo che l'approccio di warwick così diretto e empirico è davvero interessante! Insomma poche ciance e vediamo cosa succede.

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    #6
  • Rinaldo Marcaccio

    Rinaldo Marcaccio

    Qualsiasi tipo di piacere può essere pericoloso; può portare alla dipendenza in quanto tale. Meglio esserne consapevoli e adottare strategie (come ad esempio la ricerca descrittiva dei caratteri di un vino), per mantenersi in un contesto più razionale possibile.
    Al di là del vino voglio dire. Senza fare altri esempi. Il piacere in quanto tale, ti porta a lottare contro di lui per non rimanerne travolto e quindi poter perseverare a gustarlo.

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    #7

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