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L'invenzione della gioia, intervista a Sandro Sangiorgi

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L'invenzione della gioia, intervista a Sandro Sangiorgi
L’invenzione della gioia è uno dei libri più importanti sul vino usciti in Italia nell’ultimo decennio ma credo che l’arco temporale possa andare tranquillamente anche molto più in la (forse il libro più importante che sia mai stato scritto). Per dirla con Maurizio Gily è un opera monumentale, di perfezionismo estremo e di sconfinata cultura del vino; non ha mai la freddezza del manuale tecnico anche quando è estremamente tecnico; è un libro vivo e vitale come dovrebbe sempre essere il “Liquido odoroso” di cui Sandro Sangiorgi è uno dei divulgatori più attenti e sensibili, in poche parole è il libro sul vino che ogni appassionato dovrebbe portare con se su un’isola deserta. Ho approfittato dell’uscita del libro per rivolgere a Sandro qualche domanda su L’invenzione della gioia ovviamente ma anche su una mia suggestione e, visto che c’èro, sul futuro della nostra amata rivista “Porthos”.

Adesso che la grande fatica è finita e “L’invenzione della gioia” è qualcosa di fisico, di reale, immagino che tu viva sentimenti contrastanti; da un lato un senso di leggerezza perché l’impegno che ti ha accompagnato per anni si è finalmente concluso; dall’altro l’urgenza della condivisione e l’ansia dei suoi esiti: cosa pensi possa restituirti tutto il lavoro fatto, cosa ti aspetti?

Intanto ti ringrazio, Michelangelo, per le tre domande, e grazie anche per la recensione a “L’invenzione della gioia”.
Ora che è finita questa grande impresa, ora che anche la grande emozione della consegna si è, come dire, attenuata, ho provato, e in parte provo ancora, una sindrome molto simile a quella della depressione post partum; non tanto negli aspetti negativi (anche se nei primi giorni c’è stato un sentimento che potremmo definire di rifiuto, ma per fortuna si è presto esaurito); è, più che altro, la riflessione su quello che “L’invenzione della gioia” ha scatenato dentro di me. Il primo effetto è nei confronti dell’attività didattica che Porthos, come impresa, porta avanti da tanti anni, da sempre, dall’inizio; anche perché io mi considero un divulgatore prima di tutto, prima ancora di essere un critico, un giornalista, eventualmente uno scrittore, che credo siano gli effetti collaterali della mia attività di divulgazione. Penso che per fare della critica, e per essere giornalisti e scrittori ci voglia qualcosa di più di quello che ho io, ma visto che è la divulgazione il mio interesse principale, sento che il libro ha cambiato profondamente questo approccio: potremmo definirlo uno spostamento di obiettivi. Che cosa è successo? Credo sia indispensabile per raccontare meglio il vino, spostarlo dall’essere l’obiettivo, il soggetto definitivo, e usarlo invece come mezzo per conoscere meglio noi stessi, in particolare la nostra sensorialità; e quindi la nostra capacità di apprezzare, considerare, desiderare le cose che ci vengono sottoposte dal punto di vista alimentare. Il vino, che è bevanda unica, con una sua ricchezza, una sua varietà, sa prendere possesso della nostra anima; insomma, usare questo straordinario mezzo per essere più bravi con i nostri sensi. Conoscere meglio le nostre reazioni e saperle pian piano raccontare, ci permetterà di essere più attenti anche quando dovremo selezionare altri prodotti. Siamo in una fase particolare, c’è una forte riscoperta della naturalità, e con essa dell’identità, dell’originalità; ebbene per essere pronti a ricevere tutta questo complesso di emozioni dobbiamo essere più abili, perché spesso la qualità non viene spiegata in modo immediato, non arriva gratuitamente. C’è bisogno di un lavoro dentro noi stessi per capirla: ecco, durante la realizzazione del libro la vera riscoperta è stata la sensorialità. Per questo motivo anche i miei corsi cambieranno, le iniziative didattiche degli eventi unici, le serate a tema, i seminari, si trasformeranno e porteranno sempre di più le persone verso questa necessità, verso una maggiore consapevolezza percettiva. È cambiata anche la rivista, ma su questo torneremo in seguito. Sai, una cosa che mi è venuta voglia di fare, dopo aver chiuso “L’invenzione della gioia”, è un piccolo libro sul servizio del vino, sulla sua gestualità, e su quelle cose importanti che devono essere sapute per imparare a conservare il vino nel modo migliore. Conservazione e servizio sono molto legati fra loro, e ci sono tante cose che è bene conoscere per essere più accorti e capaci a tirare fuori dal liquido odoroso le caratteristiche che lo contraddistinguono. Questo è uno degli elementi che mi sono venuti in mente dopo aver chiuso il lavoro, e mi sono convinto dell'importanza di dedicare all'argomento un libro specifico. Qualcuno avrà notato che nell’”Invenzione della gioia” non c’è una sezione molto ampia dedicata al matrimonio tra cibo e vino: questo accade perché ne ho già parlato e scritto in un altro volume, ma credo che presto cercherò di aggiornarlo e migliorarlo.


Nel libro “Le vie del vino”, Jonathan Nossiter dice che il vino, una volta imbottigliato, evolve in continuazione, dalla nascita alla morte (cioè il momento in cui si consuma). Quest’affermazione mi ha fatto venire in mente Pier Paolo Pasolini, quando diceva che la morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita, ossia sceglie i suoi momenti veramente significativi e li mette in successione. Non pensi che la “bella morte” del vino (Il momento in cui si beve o si degusta), oltre alla mera analisi gusto-olfattiva, possa permetterci di fare una sorta di montaggio della storia di quel vino, della terra, del vignaiolo che l’ha prodotto? È una visione troppo romantica?

Questa tua considerazione non riesce ad esaurirsi in una risposta precisa; richiederebbe, al contrario, una riflessione più complessa. È piuttosto difficile immaginare una cosa come quella che descrivi, perché non credo che assaggiare un vino ci permetta di ricostruire in un montaggio vorticoso e fulmineo tutto ciò che lo ha generato. Io ho la sensazione che questo montaggio, queste immagini, possano scaturire solo attraverso una conoscenza approfondita di quel vino, quindi un assaggio che non si riassume in una volta sola, o in una bevuta, non si conclude in una o più occasioni. Al contrario, credo che questa sensazione, questa idea, si formi solo attraverso una conoscenza di diverse annate, una conoscenza che può arrivare quando meno c’è l’aspettiamo, per esempio una volta che lo beviamo quasi distratti rispetto ai nostri doveri di degustatori, in un momento in cui siamo distanti dall’idea di doverci segnare, di dover ricordare qualcosa; improvvisamente appare un’evocazione che è come un tassello che si inserisce in questo montaggio. Penso che quella che tu chiami la “bella morte” dell’apertura della bottiglia sia solo una parte della sua storia, e che sia tutto meno che fulminea; insomma, io non credo a questa puntualità assemblativa di tutte le immagini che comportano il vino, e non credo che i nostri strumenti di apprendimento, siano essi emotivi o razionali, abbiamo questa capacità. Mi viene il dubbio che un approccio di questo tipo sia un po’ presuntuoso. Preferisco pensarla come il frutto di una conoscenza, una assidua frequentazione nei confronti di alcuni vini che sono parte della nostra vita, anche della nostra quotidianità, e non necessariamente di occasioni speciali.

Un giorno sul sito di Porthos è apparsa questa nota, immagino tua: “Un anno senza uscire ci ha portato a riflettere e a interrogarci su molte cose. Stiamo quindi pensando a una rifondazione che ridefinisca la nostra strategia editoriale”. Puoi dirci qualcosa di più? Io, come molti lettori, sono preoccupato; so bene che la vita delle pubblicazioni indipendenti è spesso difficile, ma capisci che hai (avete) una grande responsabilità nei confronti degli abbonati e dei lettori di Porthos, una delle riviste culturalmente più importanti in questo desolato e desolante Paese.

Innanzitutto voglio scusarmi con gli abbonati, che hanno aspettato a lungo un nostro segno che ha tardato sin troppo, e che, naturalmente, volevano sapere cosa sarebbe stato della rivista, visto che l'ultimo numero, il 35, è uscito un anno e mezzo fa. E poi anche con i produttori, che ci forniscono i campioni da anni per averne un riscontro all'interno di questo grande progetto di racconto delle degustazioni dedicato ai vini naturali. Non ci sono attenuanti, solo scuse. Quello che posso dire è che è accaduto lo stesso con il libro: finché non c'è stata una forma dentro di me, il libro non è potuto uscire. Finché non si è formata un'idea quasi definitiva di quello che “L'invenzione della gioia” sarebbe stata, non ho potuto fare nulla. Io l'ho cercata a lungo, quest'idea, ma non c'è stato niente da fare. Dopo quel momento, però, il lavoro è filato via con una velocità inimmaginabile. Certo, è sempre la solita velocità di Porthos, e quindi una velocità lenta: ci sono voluti sei, otto mesi prima di arrivare in fondo. Ebbene: anche la rivista ha bisogno di una forma. Non riesco più ad immaginarla come un anno fa, perché per me la scrittura, la composizione e la successione degli articoli, il montaggio delle foto, la scelta dei protagonisti da intervistare e degli interventi tecnici hanno un significato diverso. È una questione di rivoluzione interna? O, più semplicemente, di non sentire gli stimoli giusti in ciò che è stato frequentato fino ad oggi? Forse, ma attualmente non provo grande interesse nel cercare questo tipo di risposte. Piuttosto, ora le mie attenzioni sono concentrate sull'inseguimento di questa forma, ed essa riguarda la scrittura, gli argomenti, investe le collaborazioni e l’aspetto iconografico; tutte cose che hanno bisogno di quell’attenzione che noi abbiamo sempre dimostrato nei confronti della rivista, e le volte che è capitato di pubblicare qualcosa che non abbiamo sentito veramente, e qualche volta è successo, poi ce ne siamo pentiti. Non vogliamo avere rimpianti, ma preferiamo essere sicuri il più possibile di quello che mettiamo in pagina. Poi si possono fare tanti errori, che si scoprono dopo, e questo va benissimo; ma uscire con cose che sappiamo non funzionare non ci appartiene. Fa parte della nostra indipendenza, fa parte della nostra ostinazione, di quella pervicacia che ci ha aiutato a resistere fino ad oggi. Spero che questo sia compreso dalle persone che ci seguono con affetto da tanto tempo, e che colgo l’occasione in questo scambio per ringraziare con grande devozione.

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#1 Commenti

  • Giorgio Cestari / Primo Oratore

    Giorgio Cestari / Primo Oratore

    Saluto Sangiorgi.
    Secondo me, ma è una semplice opinione, la rivista versa in una situazione strana per quanto riguarda coloro verso cui si rivolge.
    Sono abbonato da anni, ed è una rivista che amo tantissimo ed ho avuto perfino l'onore di essere citato per nome e cognome nell'editoriale dell'ultimo numero! Ma non è (intendo che non è più) una rivista di vino. Certo, non è mai stata uno strumento patinato e finto, ma in qualche modo vi si parlava di vino. Poi è diventata una rivista con particolari attenzioni ad uno mondo del vino, quello del vino naturale, qualsiasi cosa si voglia intendere con questo aggettivo (biologico, biodinamico, vero, genuino, senza questo o senza quello eccetera).
    Negli ultimi numeri è diventata una rivista senza un vero destinatario. E' una rivista dove il vino non è più in primo piano, e capisco bene cosa intende dire il Direttore Sangiorgi, ma dove è un mezzo per parlare d'altro. Solo che qualche volta gli argomenti di cui tratta sono un po' disparati, e ricollegati solamente da sensazioni o da linee di pensiero.
    Insomma è stata una rivista bellissima, e tutt'ora resta una rivista bellissima, io non sto facendo qui una critica.
    Ma è una rivista che rispecchia, secondo me benissimo, il fatto che il gruppo editore ed il direttore sono in una fase di ricerca.
    Comunque quelli di Porthos hanno conquistato la mia fiducia e continuerò a seguirli qualsiasi forma loro sceglieranno di dare al loro futuro: è un'apertura di credito ed un'incoraggiamento, poi se proprio diventasse insopportabile, smetterò di comperarla, ma sono sicuro che questo non capiterà.
    Immagino però che non basta il fatto che io continuerò a comperarla affinchè loro proseguano, per questo confido che trovino le motivazioni e le risorse (anche materiali) per continuare a provare piacere facendo questa rivista che io apprezzo così tanto.

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