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#3 Commenti

  • Filippo Ronco

    Filippo Ronco

    Forse tutto il lavoro profuso da parte dei più meritevoli sui disciplinari di maggior pregio comincia a dare i suoi frutti? Presto per dirlo probabilmente. Di certo rispetto a 10 anni fa per esempio credo che l'associazione della denominazione al concetto di qualità mediamente percepito dalla massa abbia un ancoraggio con la realtà molto più solido. Se prima Doc (o Docg) voleva dire buono per la maggior parte dei consumatori inesperti, specie in gdo, senza alcun appiglio concreto poi nella realtà, oggi forse questo appiglio è più ancorato alla realtà? Non lo so, pongo lì un tema / dubbio.

    E' fuori di dubbio comunque che la piramide dovrebbe sempre rispecchiare anche la qualità, non tanto perché i doc sono più buoni dei vini da tavola ma perché i paletti dovrebbero essere tanto più stringenti sul fronte dei disciplinari quanto più si va in alto nella piramide.

    Mi lascia perplesso solo una cosa in tutto questo. Sul mercato italiano la grande ascesa dei vini naturali secondo me ingrassa molto più le fila degli igt e dei vdt rispetto a doc e docg e questo non sembrerebbe rispecchiare il tuo modello, però è anche vero che questo si basa su dati estero dove probabilmente prodotti tipo "prosecco" genericamente inteso incidono per una grandissima parte della superficie blu del grafico.

    Ciao, Fil.

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    #1
  • Lorenzo Biscontin - biscomarketing

    Lorenzo Biscontin - biscomarketing

    Filippo. Questa piramide rispecchia quella definita a livello legislativo, che è sicuramente insufficente a spiegare l'eterogeneità del settore viti-vinicolo italiano e probabilmente non individua effetivamente le differenze qualitative (ricordo che il Tignanello è nato come vino da tavola).
    D'altra parte un schema ufficiale e condiviso sulla struttura del vino italiano è ancora utile, se non necessario, per inserire la propria proposta, soprattutto quando si ha ache fare con i clienti stranieri.
    Indubbiamente la crescita dei vini DOC è stata influenzata dai vini che prima erano IGT, e quindi la soddisfazione per la crescita qualitativa complessiva è parzialmente fuorviante. Dico parzialmente perchè nel caso del prosecco, ad esempio, il passaggio da IGT a DOC ha comportato una drastica crescite delle rese per ettaro ed un miglioramento complessivo della qualità della denominazione.
    Dal mio punto di vista è fondamentale mantenere una chiara e percepibile differenza di qualità organolettica tra DOC ed IGT, altrimenti l'utilità di cui dicevo prima va a farsi benedire.
    Il vantaggio che trovo in questa mia rappresentazione è semplicemente la costruzione della piramide su dati reali e non sulla semplice formalità.
    Personalmente credo però che sarà necessario arrivare ad una piramide più articolata, basata anche su altri indicatori per spiegare più e meglio l'offerta del vino italiano.

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    #2
  • Filippo Ronco

    Filippo Ronco

    Il punto è che tale differenza di qualità tra i vari gradini della piramide non c'è mai stata (forse un po' di più oggi di ieri) e l'esempio del Tignanello ne è la prova.

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    #3

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