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A Brolio viticoltori del Chianti parlano dei danni che gli ungulati provocano all'agricoltura, all'economia e al paesaggio

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A Brolio viticoltori del Chianti parlano dei danni che gli ungulati provocano all'agricoltura, all'economia e al paesaggio
E’ diventato difficile coltivare la vite e produrre vino nel Chianti, è quanto emerge dalla conferenza stampa convocata dai rappresentanti di quattro aziende chiantigiane nella sala convegni del Castello di Brolio. Badia a Coltibuono rappresentata da Roberto Stucchi, Barone Ricasoli da Francesco Ricasoli, Guido Guardigli in rappresentanza del Castello di Meleto e Rolando Bernacchini per l’azienda Rocca di Castagnoli.

Quest’anno si parla di ben 1500 quintali di uva distrutti da una straripante e numericamente incontrollata fauna selvatica che provoca ogni anno centinaia di ettolitri di vino non prodotto che danno luogo a milioni di euro di danni. Fotografie mostrano le tonnellate di pane (spesso con la protezione di plastica) che vengono sparsi nei boschi insieme a mais per “l’allevamento del cinghiale”. Un video ritrae una persona intenta a spargere il mais da un secchio circondato da un numero incredibile di cinghiali, in versione moderna quale nuovo pifferaio di Hamelin.

Le quattro aziende presenti, unitamente rappresentano ben 540 ettari di vigna, un fatturato da oltre 30 milioni di euro e danno lavoro a centinaia di persone.

“Sono nato a Brolio – afferma Francesco Ricasoli - e nella mia infanzia non ho mai visto un cinghiale o un daino, se volevo guardare uno di questi animali dovevo andare al cinema per vedere un film di Walt Disney. Dobbiamo riuscire a trovare una soluzione per eradicare questi animali che non fanno storicamente parte del nostro territorio”.

Rolando Bernacchini (Rocca di Castagnoli) traccia l’ultima annata per l’azienda che rappresenta dicendo che nei vigneti migliori l’uva è andata praticamente distrutta nonostante siano stati spesi ben 80.000 euro per la recinzione delle coltivazioni.

“Abbiamo dovuto vendemmiare – dice sempre Bernacchini – non in base alla maturazione dell’uva, ma correndo come pazzi da un capo all’altro dell’azienda per raccogliere i grappoli presi di mira di volta in volta dai cinghiali.
Alla fine abbiamo avuto un danno quantificato in 700 quintali di uva non raccolta che danno luogo a 490 ettolitri di vino non prodotti. 
Non abbiamo la possibilità di tutelarci, nessuno è contro la caccia ma deve essere svolta nel rispetto delle coltivazioni in atto e ci sentiamo danneggiati dal vandalismo di recinzioni a protezione delle coltivazioni divelte per fare entrare gli animali e persone che alimentano sempre sui nostri terreni la fauna selvatica. Ti senti accerchiato”.

Giuseppe Liberatore – direttore del Consorzio Chianti Classico – afferma che sono stati presentati continuativamente dal 2007 esposti presso le autorità competenti, auspica una rotazione delle squadre dei cacciatori nel territorio e non più come adesso dove ogni gruppo di cacciatori ha un suo territorio fisso e spera che il passaggio di consegne dalla Provincia alla Regione porti alla risoluzione di questi gravosi problemi.

Roberto Stucchi (Badia a Coltibuono) dice che: "Le leggi che regolano l’esercizio della caccia ci sono già, non c’è bisogno di crearne altre, basta solo applicarle. C’è un’economia sommersa che di fatto ha fatto proliferare la popolazione animale a beneficio di pochi. C’è anche il rischio che si diffonda una malattia pericolosa per l’essere umano, il morbo di Lyme (borreliosi) che si trasmette da zecche e consiste nell’infezione acuta oppure cronica del sistema nervoso centrale. Badia a Coltibuono – continua ancora Stucchi – ha calcolato un danno di 250/300 quintali di uva distrutta che avrebbero dato circa duecento hl di vino, pari quasi a 30.000 bottiglie.

Guido Guardigli, del Castello di Meleto quantifica in 500 quintali di uva andata persa l’annata 2015 a fronte di continui danneggiamenti alle protezioni dei vigneti, tanto che due operai sono quotidianamente impegnati a girare i reticolati elettrici o fissi per effettuare riparazioni.

Il sindaco di Gaiole in Chianti, Michele Pescini dice che: "La politica deve uscire dal guscio e applicare le leggi che già esistono, che sono già sufficenti a regolare la situazione. Ho un contatto continuo con il Prefetto di Siena molto interessato alla questione del sovrapopolamento di animali e della mole di danni che producono. Con gli altri comuni del Chianti e di Castelnuovo Berardenga abbiamo appena siglato un accordo per creare un percorso di sentieristica che va verso un turismo morbido e di qualità che va a cozzare con le recinzioni a protezione delle coltivazioni, che abbrutiscono il territorio, impediscono il passaggio, ma che sono allo stato attuale imprescindibili per poter raccogliere uva. Auspico anche un dialogo costruttivo fra aziende e cacciatori per arrivare a ristabilire una logica di caccia più serena e permetta a tutti di svolgere le proprie attività sul territorio”.

Dalla discussione emerge che c’è bisogno di riportare la popolazione animale a livelli tollerabili con severi abbattimenti di cinghiali, daini e caprioli perchè è venuto meno un equilibrio naturale, le aziende non possono più vivere contando ogni anno in milioni di euro i danni subiti e il territorio non può essere svilito con recinzioni a protezione sempre più spesse, alte, fortificazioni che sviliscono la bellezza di un territorio unico vocato da sempre alla coltivazione della vite e alla produzione del vino di qualità.
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