Allevamento a pergola e allevamento a spalliera: differenze, pregi e difetti

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Allevamento a pergola e allevamento a spalliera: differenze, pregi e difetti
I sistemi di allevamento della vite a pergola sono quelli in cui la chioma viene stesa su un tetto orizzontale, anziché fatta crescere in verticale lungo una spalliera. La pergola è il sistema più usato al mondo per la produzione di uva da tavola, in quanto consente di raccogliere grappoli più integri, spesso più grandi e più uniformi come colorazione, e si adatta bene a climi caldo-aridi ma dotati di irrigazione, quali sono quelli in cui, di solito, si produce uva per il consumo fresco.

Nella viticoltura da vino i sistemi a pergola sono poco diffusi nel mondo, con l’eccezione dell’Italia, di alcune valli argentine e di alcune zone della Cina. In Italia la pergola “da vino” è diffusa in alcune regioni: Trentino, Alto Adige, una parte del Veneto (Valpolicella e Soave), Emilia-Romagna e Abruzzo. Ci sono poi piccole “enclave” qua e là, come il Nord Piemonte (Carema, e gli ultimi vigneti “a maggiorino” nel novarese, tra Ghemme e Boca), Morgex in Val d’Aosta, qualcosa in Friuli e nel nord della Puglia, e le famose “tennecchie” irpine, con viti centenarie che occupano, ciascuna, anche decine di metri quadri.


Pergola o spalliera?

Non tutte le pergole sono uguali, ogni regione ha le sue tradizioni.
L’Italia è il paese produttore di vino con la più grande varietà di paesaggi viticoli, e i vari tipi di pergola, come di alberello, contribuiscono a questa tradizionale ricchezza: invece la viticoltura mondiale è dominata da una sorta di “pensiero unico” sul progetto degli impianti, quello della spalliera verticale, con differenze soltanto nell’altezza della stessa e nella distanza tra i filari. E anche in Italia gran parte delle viticolture che avevano altre tradizioni si sono convertite a questo modello.

Questa affermazione della spalliera viene spesso motivata con una migliore qualità che si otterrebbe dalle spalliere. Come cercherò di spiegare si tratta di una teoria molto discutibile, o vera solo in alcune situazioni: non casualmente, quelle in cui la spalliera è tradizionale, come il sud del Piemonte.

La cosa certa è che la spalliera è più facilmente meccanizzabile. Siccome chi produce macchine è poco interessato a sviluppare progetti per una viticoltura che a livello mondiale è poco diffusa, le forme a pergola sono destinate a sopravvivere solo dove il valore delle uve consentirà la sopravvivenza della piccola proprietà contadina e dei lavori manuali. In un’azienda non meccanizzata, per contro, la pergola dà meno lavoro della spalliera, perché non si deve “palizzare” la vegetazione verso l’alto, ma una volta creata la struttura la chioma si appoggia naturalmente su di essa. Questo è particolarmente utile per vitigni che hanno un portamento naturale a ricadere, come il Montepulciano.

Tra i detrattori della pergola ci sono stati anche illustri accademici, con pareri che hanno contribuito a convincere la politica a finanziare con i piani europei di ristrutturazione vigneti la riconversione di questi sistemi (ed anche degli alberelli) verso la spalliera. Sembra grottesco ma c’è chi, ad esempio, in Salento ha preso soldi pubblici per spiantare un vigneto di ottant’anni di Negroamaro ad alberello per piantare una spalliera di Cabernet Sauvignon in puro stile bordolese.

Per sgombrare il campo da equivoci, non sono un sostenitore a oltranza delle pergole contro la spalliera, ma del “dipende”: si è banalizzato il paesaggio italiano (non del tutto per fortuna) sostituendo una tradizione che nei secoli si era imparato a governare con un’innovazione che, spesso mal gestita in quanto non conosciuta, non ha portato i benefici che si attendevano.

Se osserviamo come si comporta la vite selvatica in natura ci rendiamo conto che nulla è più innaturale che raccogliere uva vicino a terra. La vite è una liana, non cresce da sola ma si arrampica sugli alberi, fino a grandi altezza, e fruttifica al di sopra a verso l’esterno della chioma degli alberi, dove trova la luce di cui ha bisogno. Nell’Italia settentrionale e centrale la cultura etrusca, come testimonia Fregoni, ha domesticato la vite a imitazione della vite selvatica, usando “tutori vivi”, cioè alberi: il cosiddetto “arbustum gallicum”.

Una reliquia di questa viticoltura è la piantata emiliana-romagnola, diventata poi pergoletta romagnola con la sostituzione degli alberi con pali: la sua caratteristica sono i tralci destinati al rinnovo che si arrampicano in verticale, mentre quelli che portano frutto vengono distesi su una pergola, realizzata con robusti pali inclinati verso l’esterno (schioppi). Viti con grande espansione della chioma, come in natura, favorita da condizioni ambientale di clima temperato-caldo e terreno profondo e fertile.

La stretta vicinanza genetica dei lambruschi con le viti selvatiche (testimoniata ad esempio dal Lambrusco di Sorbara che ha solo fiori femminili, come le viti selvatiche in cui i sessi sono separati) si raccorda, in qualche modo, al racconto di questa antica transizione verso la domesticazione della vite che, cominciata nel Neolitico in Medio Oriente e Caucaso, probabilmente in Italia avviene nell’Età del Bronzo.
Ma tornando a noi, schematicamente, le principali accuse che vengono fatte ai sistemi a pergola, sul piano della qualità delle uve, sono quattro:

1) è un sistema normalmente a bassa densità di impianto, quindi con un alto carico di uva per pianta;

2) la vite tende a produrre molto non solo come chilogrammi per pianta, ma anche per metro quadro, e alta produzione vuole dire bassa qualità;

3) il frutto prende poca luce diretta del sole con danno al colore e ai precursori aromatici;

4) l’altezza del frutto da terra comporta una minor escursione termica tra giorno e notte, positiva per la formazione dei precursori aromatici.

Sono tutte considerazioni valide in determinati ambienti, ma non generalizzabili, perché la viticoltura rifugge dalle ricette buone per tutti i climi, i terreni, i vitigni e i vini. E vado a spiegare, punto per punto, perché.


1) Bassa densità d'impianto quindi grande produzione?

La teoria che esista un “carico di rottura” di produzione per pianta, ad esempio un chilo, o due chili, o mezzo chilo, oltre il quale la qualità decade ha avuto un certo successo negli ultimi decenni ed è stata una delle principali motivazione della tendenza a infittire gli impianti: a parità di produzione per ettaro, più piante ci sono, meno produce ciascuna pianta, e migliore sarà il vino.

Nei fatti il valore universale di questa teoria non è mai stato dimostrato, soprattutto nel senso che non esiste un “carico di rottura” valido per tutti gli ambienti, i vitigni e il vino obiettivo. Più corretto e generalizzabile è invece l’indice che considera il rapporto tra superficie fogliare esposta alla luce (in metri quadrati) e chili di uva prodotta, perché è la fotosintesi il motore della maturazione. Un indice corretto varia tra 1 e 1,5 circa. Maggiore per i vitigni a maturazione tardiva e per i vini rossi da invecchiamento. E' un corretto bilanciamento tra i due indici (chili per pianta e superficie per chilo) quello che può indicarci la strada maestra, ma cambia molto al variare degli ambienti e dei vitigni e la tradizione ci fornisce sempre buoni consigli in merito.

Nei sistemi a pergola la cattura della luce ha un altissimo grado di efficienza: rispetto a una spalliera, la quantità di luce che raggiunge il suolo senza essere intercettata dalla chioma è decisamente inferiore e durante tutto l’arco del giorno il “tetto” non va mai in ombra. Questa si definisce tecnicamente estinzione luminosa, e nei sistemi a pergola è massima. Ma in verità è importante per la qualità dell’uva che la chioma non sia troppo chiusa e densa, sprazzi di sole devono comunque attraversala e almeno in alcune ore del giorno raggiungere i grappoli. Se si vede il buio pesto sotto una pergola, è improbabile che da quel vigneto si faccia un grande vino.


2) Alta produzione, colpa della pergola o dell'uomo?

Da quel vigneto si farà invece, probabilmente, molta uva. Le pergole producono troppo? In effetti possono produrre più della spalliera, sempre che non ci siano fattori limitanti come l’acqua e la fertilità del suolo. Ma producono troppo se vengono spinte a farlo, con concimazioni, irrigazioni, lavorazioni. Non diamo alla pianta responsabilità che sono solo dell’uomo! Chi parla di vini “diluiti” riferendosi alle pergole forse non ha mai assaggiato certi Montepulciano d’Abruzzo prodotti sotto il tradizionale “tendone”. Di cui tutto si può dire, magari che sono, qualche volta, vini pesanti, ma di certo non diluiti.


3) Pergola vuol dire poca luce?

Sotto una pergola ben gestita, con una chioma equilibrata, il grappolo riceve la quantità di luce giusta: né troppo poca, né troppa. Perché in climi caldi (o anche in climi temperati, ma con stagioni particolarmente calde) gli eccessi di temperatura sul grappolo sono molto negativi, sia per la sintesi del colore sia per quella di alcuni precursori aromatici. In questi casi il confronto con la spalliera è spesso impietoso. In annate molto calde come il 2003 e il 2012 le uve di Nebbiolo di Carema (pergola) avevano mediamente più colore di quelle di Nebbiolo da Barolo. Il tetto vegetale limita anche gli eccessi di traspirazione che in estati calde e aride possono portare al blocco della fotosintesi e al precoce appassimento.


4) L'altezza dal suolo della coltivazione a pergola esclude l'escursione termica?

Quella dell’escursione termica è una questione che è stata banalizzata. Tutti ne parlano, è un bell’argomento per la comunicazione aziendale vantare l’alta escursione termica (a volte anche quando non è vero) come fattore di qualità. Eppure nel Médoc, una penisola che sta tra un oceano e un estuario, l’escursione termica è bassa, lo stesso si può dire nella zona di Bolgheri, almeno quella più costiera, ma non per questo si fanno vini cattivi.

Bisogna quindi circoscrivere meglio la questione prima di riferirla alla pergola. In genere è vero che una buona escursione termica nel periodo della maturazione, ad esempio 15 gradi tra giorno e notte, è un fatto positivo, soprattutto per i bianchi. Però non è la stessa cosa se avviene tra 20 e 35 gradi, tra 10 e 25, o tra 0 e 15. La situazione di mezzo è sicuramente buona, le altre due no.

Più che di escursione termica si dovrebbe quindi parlare di temperature ottimali diurne e temperature ottimali notturne. L’escursione termica è massima a livello del suolo e si riduce mano a mano che si sale in altezza. Dove fa molto caldo, o molto freddo, non avere punte estreme di caldo o di freddo può essere più importante che avere una “elevata escursione termica”. Nei climi freddi questo comporta anche un minor rischio di danni ai germogli da gelate primaverili, ed ecco spiegata la pergola in alcune zone alpine e prealpine e in alcune valli andine.


Ancora su escursione termica e precursori aromatici

Ancora occorre aggiungere che se alcuni precursori aromatici, come i terpeni (aromi floreali e agrumati), si avvantaggiano di notti fresche, altri, in particolare i norisoprenoidi (aromi di frutta candita e tropicale) preferiscono temperature notturne più alte, per cui sviluppano maggiori aromi in condizioni più calde e con meno escursione termica, secondo quando riportato in uno studio di Diego Tomasi sul Soave.

A proposito di escursione termica, la grande gelata che ha investito l’Europa e alcune zone viticole italiane alla fine di aprile 2016 ha fatto riflettere un po’ di gente sui motivi per cui in zone interne di montagna, prima che i il riscaldamento climatico ci illudesse un po’ troppo, si era consolidata la pergola: in alcuni fondovalle del Trentino le pergole sono rimaste indenni, i germogli sulle spalliere sono stati bruciati dal gelo. Il commento generale è stato che “i vecchi non erano mica fessi”...

Per uve destinate all’appassimento il grappolo che “penzola” libero sotto una pergola è spesso più integro e uniforme, infatti il sistema è molto utilizzato per la Corvina e il Corvinone destinati a produrre Amarone.

In conclusione, non ho idea di quale futuro possano avere i sistemi a pergola, e quanto possano essere compatibili con la viticoltura contemporanea. Ma, quanto al presente, almeno nei territori dove la tradizione ne ha attestato la validità, sul fatto che e ne possano ottenere grandi vini non bisogna avere il minimo dubbio.

NOTA: Questo articolo fa parte di una serie di articoli pubblicati congiuntamente in lingua tedesca sulla rivista Merum e in esclusiva in Italia su Vinix.
 
Bibliogafia

M. Fregoni, Viticoltura di qualità, Tecniche Nuove, ultima edizione 2013
D. Tomasi e F. Battista, Pergola e spalliera a confronto in Veneto, Millevigne 4/2014
M. Gily, The demise of Italian pergola, Australian viticulture, September/October 2009

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#7 Commenti

  • Carolina Gatti @ Azienda Agricola Gatti

    adesso rileggo meglio e poi dico la mia, visto che ho tutta bellussera.

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    #1
  • Boscaini Carlo Azienda Agricola

    Boscaini Carlo Azienda Agricola

    complimenti. Bella disanima.

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    #2
  • Luigi Bignotti

    Luigi Bignotti

    Molto interessante ed abbastanza chiaro anche per un semplice appassionato come me.

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    #3
  • Lorenzo Biscontin - biscomarketing

    Lorenzo Biscontin - biscomarketing

    Anni fa da ingnorante in Trentino (mi) chiedevo se la pergola non potesse evitare i problemi da eccessiva insolazione e calore legati al cambiamento climatico. E' una considerazione che ha un senso?

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    #4
  • Maurizio Gily

    Maurizio Gily

    Lorenzo Biscontin l'argomento è controverso ma io propendo per la tua ipotesi. Si suppone (anche se non conosco dati sperimentali) che la pergola possa essere maggiormente soggetta a stress idrico, a causa della maggior differenza di potenziale richiesta all'acqua per risalire a maggiore altezza: il che potrebbe favorire in caso di stress grave l'embolia gassosa dei vasi xilematici (una bolla d'aria che interrompe il flusso della linfa grezza). In verità le liane come la vite questo problema lo avvertono molto poco perchè sono fatte per trasportare la linfa a grandi altezze, ma, se anche fosse vero, il problema avrebbe, per così dire, due facce: da una parte, in mancanza di acqua nel suolo ci potrebbe essere un maggiore rischio di embolia; dall'altra, se l'acqua nel suolo non è un fattore particolarmente limitante, la pergola è sicuramente meno soggetta allo stress da eccesso di traspirazione, che in condizioni estreme di caldo e bassa umidità atmosferica può comunque verificarsi e portare alla caduta anticipata di foglie e all'appassimento di grappoli o parti di grappolo. Quello che posso dire per esperienza è che in Abruzzo, dove ho cominciato a lavorare molti anni fa portandomi dietro un certo pregiudizio piemontese contro la pergola, abbiamo sempre osservato che in annate calde e asciutte, almeno nella fascia sub-costiera, il tendone dà uve migliori della spalliera. I casi diversi sono eccezioni.

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    #5
  • Armin Kobler

    Armin Kobler

    Trovo molto importante, e ringrazio l'autore per questo, che si parli finalmente di pergole con il loro pro e contro. Da uno che nella propria azienda ha sistemi di allevamento sia a pergola semplica che a guyot posso confermare che, ovviamente gestito con lo stesso rigore, il sistema da noi tradizionale non dà uve a priori meno valide. Nella mia zona dipende molto dalle annate: se l'estate è torrida la pergola ha vantaggi (l'uva ha bisogno di luce, non di sole), se l'autunno è bagnato la spalliera ben defogliata ha meno problemi di marciume, è più areata.
    Portando i due sistemi anche tramite il diradamento agli stessi livelli di resa per ettaro le qualità sono perfettamente comparabili. Qualcuno da noi molto convinto della pergola (sono pochissimi però) ma anche attento alla qualità e convinto dell'importanza di densità minime ha piantato negli ultimi anni pergole con numero di ceppi sulla file raddoppiate per cui anche lì si arriva alle 6.000 piante per ettaro.
    Dissento però circa "la pergola dà meno lavoro della spalliera, perché non si deve “palizzare” la vegetazione verso l’alto, ma una volta creata la struttura la chioma si appoggia naturalmente su di essa." Infatti non solo qualche varietà meno adatta alla pergola non vuole appoggiarsi per niente da sola ma anche i vitigni che si stendono naturalmente non crescono automaticamente nella direzione voluta. Una pergola ben ordinata richiede dalle mie parti più ore lavorative rispetto al guyot minimamente meccanizzato (solo cimatura). Per questo motivo ci saranno sempre meno, una perdita anche paessaggistica.
    Non voglio fare pubblicità ma per chi si interessa della pergola sudtirolese voglio rimandare a qualche post a proposito. Se non va bene cancellate pure.
    http://www.kobler-margreid.com/blog/2016/06/22/viriziagn-und-auibindn_ligar-su/
    http://www.kobler-margreid.com/blog/2015/06/25/perglpergola-relaunch-1/
    http://www.kobler-margreid.com/blog/2015/08/16/perglpergola-relaunch-2/

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    #6
  • Vinix Team

    Vinix Team

    Grazie Armin Kobler, per il tuo prezioso contributo.

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    #7

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