assistenza whatsapp: +39 347 211 9450

La Vigna di Leonardo, cronaca di una scoperta

inserito da
La Vigna di Leonardo, cronaca di una scoperta
Che Leonardo facesse il vino, sono sincera, non mi stupisce più di tanto. Era artista, pittore, scultore, ingegnere, architetto, urbanista, anatomico, astronomo, scenografo, climatologo, naturalista, faceva e inventava di tutto di più anticipando i tempi nelle sue soluzioni di due, tre o quattrocento anni… se non fosse stato anche vignaiolo un po’ ci saremmo rimasti male. E invece.

Un progetto riporta alla luce la Vigna di Leonardo a Milano, un mix di storia, scienza e un pizzico di fortuna che il 20 maggio scorso le Donne della Vite hanno permesso di rivivere dal racconto dei protagonisti, nell’evento “I segreti svelati della Vigna di Leonardo” organizzato presso la Casa degli Atellani a Milano. Dopo il benvenuto di Letizia Cappellini, proprietaria della Casa degli Atellani e di Valeria Fasoli, Presidente delle Donne della Vite, presentati da Costanza Fregoni che ha moderato l’incontro, Attilio Scienza e Serena Imazio, dell’Università di Milano, hanno guidato i partecipanti in un viaggio alla scoperta di un inedito Leonardo naturalista, con il racconto de del ritrovamento vigna e della ricerca scientifica che ha permesso di restituire oggi a Milano e a chi verrà dopo di noi il vigneto che fu del grande genio.

Alle relazioni hanno fatto seguito la visita alla Casa degli Atellani e alla Vigna di Leonardo, guidata da Jacopo Ghilardotti, storico della Casa degli Atellani, e una degustazione di quattro vini da Malvasia di Candia aromatica, vitigno diffuso principalmente nella provincia di Piacenza, dove hanno sede le quattro aziende che hanno gentilmente offerto i prodotti in degustazione: Azienda Agricola Loschi Enrico (Colli Piacentini Doc Malvasia frizzante Donna Enrica); Tenuta Castello di Luzzano (Colli Piacentini Doc Malvasia fermo Tasto di Seta); Cantine Casabella (Colli Piacentini Doc Malvasia spumante dolce Novecento Cavalieri); Cantina di Vicobarone (Colli Piacentini Doc Malvasia passito Astrea). La degustazione è stata guidata da Roberto Miravalle, presidente del Consorzio di Tutela Vini Doc Colli Piacentini, un altro protagonista del progetto scientifico grazie al quale la Vigna di Leonardo è tornata a vivere.


Leonardo, il vignaiolo


Ma partiamo dall’inizio.
Milano, 1493 (mille e quattro, quasi mille e cinque) – una mattina alla Casa degli Atellani
Milano ai tempi di Leonardo e di Ludovico il Moro non è come la vediamo oggi. Vicino a Santa Maria delle Grazie dove l’artista viene chiamato a dipingere il Cenacolo ci sono due conventi e una grande superficie a orti, campi e vigneti. Leonardo abita lì vicino (uscio e bottega, si potrebbe dire) nella Casa degli Atellani, e lì vicino Ludovico il Moro gli regala un vigneto.
“Lo nostro eminentissimo Principe Lodovico ci fa dono di una vigna quale ringraziamento alla mia opra, sita vicino alla nostra magione e al loco ove prestiamo officio”
“Una Vigna Maestro Leonardo? E cosa ne potrete mai fare di una vigna voi, eminentissimo genio?”
“E cosa vuoi fare di una vigna, allievo mio semplice et ingenuo? Faremo LO VINO!”


Leonardo prende la cosa sul serio e comincia con il disegnarne la mappa per l’impianto, dove indica le dimensioni, la superficie in pertiche (le esprimono ancora in pertiche le superfici agrarie nella campagne lombarde), equivalenti a circa 8000 metri quadri e il sesto d’impianto. Non indica il vitigno, perché il concetto di varietà non fa parte dei criteri classificatori del suo tempo che distinguono in varietà bianche e rosse o tutt’al più da pianura e da montagna.
Ai posteri quindi come vedremo, il compito di scoprire che cosa pianta.

Leonardo” ha spiegato Scienza “dimostra una grande sensibilità nei confronti della natura e una forte necessità di avere un rapporto vicino con essa”. E tra le tante cose che lo scienziato e artista approfondisce e scribacchia sui suoi fogli (poi li hanno chiamati Codici, ma sono fogli sparsi che lui scrive a mucchi) ci sono le tecniche colturali; e allora ecco che annota l’uso di appendere i grappoli ad appassire visto a Cesena, o la pratica dell’interramento delle propaggini nel periodo invernale per permettere alle viti di resistere ai rigori dell’inverno, osservata nella Pianura Padana.

E poi, sempre collegati alla coltivazione della vite, ci sono i suoi studi sui cambiamenti climatici, che hanno quasi dell’incredibile. La fine del Quattrocento e gli inizio del Cinquecento cadono nel pieno del periodo della Piccola Glaciazione: dopo il periodo detto dell’Optimum climatico che intorno al 1200 permette alla vite di arrivare dalla Scozia alla Valtellina, l’Europa cade nella morsa del freddo per alcuni secoli con gravissime conseguenze non solo sulla viticoltura, ma sull’agricoltura in generale, con carestie, impoverimento della popolazione e pestilenze. Leonardo vive questo periodo e manco a dirlo, ne osserva i fenomeni cercando una spiegazione. In particolare scopre uno scritto di un monastero francese dove i monaci riportano ogni anno la data di inizio della vendemmia e lo utilizza per classificare le annate fredde o calde e studiare le oscillazioni di temperatura del periodo: vendemmia precoce - annata calda, vendemmia tardiva-annata fredda. Ma non si ferma qui, perchè osserva (e riporta per scritto queste osservazioni) che tagliando una pianta sviluppatasi negli stessi anni delle trascrizioni dei monaci, la dimensione dei raggi midollari appare diversa e queste differenze possono essere messe in relazione con le annate fredde e le annate calde. Forse sarà il mio cuore di agronomo ma personalmente trovo questa deduzione, in un uomo del mille e quattrocento (quasi mille e cinque), semplicemente prodigiosa.

Ma riportiamo Leonardo nel suo vigneto di Milano e ripartiamo da lì.
Fintanto che vive a Milano Leonardo cura il suo vigneto, ma anche successivamente costretto a rifugiarsi in Francia dove morirà ad Amboise nel 1519, ne conserva la proprietà e alla sua morte lo lascia in eredità al suo servitore e al suo allievo più fidato. Poi la città cresce e per qualche secolo nessuno sente più parlare della vigna di Leonardo, fino a quando nel 1920 Luca Beltrami, un architetto esperto di studi leonardiani, comincia a interessarsene, a ricostruire nei documenti e nella cartografia delle diverse epoche la sua storia e la sua posizione, va a cercarla e la trova, là dove è sempre stata. L’ultimo pezzetto della vigna di Leonardo, che nei secoli aveva continuato a essere coltivata come accadeva allora, nella forma dell’ hortus conclusus con pergole miste a piante da frutto, le cui viti erano probabilmente propagate per via agamica da uno stesso materiale vegetale originario, era ancora lì, nel giardino della Casa degli Atellani e così la vediamo nelle foto scattate dallo stesso Beltrami.

Un ritrovamento che tuttavia ha vita breve in quanto nel 1943 la vigna e tutta l’area circostante, compreso il complesso di Santa Maria delle Grazie, vengono colpite da una bomba incendiaria inglese e distrutte. Al momento della ricostruzione i materiali delle macerie sono accumulati e vanno ad alzare il piano del giardino dove si trovava il vigneto. Quello che, forse, restava rimane sepolto.

Tutto finito? Ovviamente no.
Facciamo un altro salto temporale e arriviamo al 2006 quando Luca Maroni si interessa alla storia della vigna di Leonardo, ne parla ad Attilio Scienza e insieme vanno a parlarne a Letizia Moratti la quale, in cerca di bei progetti per portare a Milano Expo2015, apprezza molto, tanto che dopo due anni, con già qualche lavoro di ricerca fatto, inserisce la ricostruzione della Vigna di Leonardo nel suo discorso di presentazione della candidatura della città tenuto a Parigi il 28 marzo 2008. E qui comincia il percorso scientifico del progetto della vigna di Leonardo.


I geni delle viti del genio

Serena Imazio, genetista vegetale e studiosa dell’evoluzione delle specie agrarie e i ricercatori dell’Università di Milano si mettono al lavoro. Sono genetisti appunto, ma anche storici, pedologi e botanici. Il primo lavoro è un vero e proprio scavo archeologico nella posizione del giardino degli Atellani dove dalle foto del Berltrami, le mappe e le testimonianze si ricordava che fosse presente la vigna. Si cercano prima di tutto residui vegetali, radici soprattutto, che attestino la presenza di piante di Vitis. E scava scava, dopo un accurato lavoro di vaglio di tutto il materiale raccolto, alcune radici vengono a galla e con un accurato lavoro di purificazione e poi di duplicazione e analisi del DNA si scopre che sì, sono proprio radici di Vitis vinifera europea.

Lì c’era un vigneto di uva da vino. Ma quale uva?
Per riconoscere la varietà, ha spiegato la Imazio, che nel frattempo si stava anche occupando con Attilio Scienza di ricostruire la piattaforma ampelografia delle varietà coltivate nel MedioEvo in Lombardia, bastava a questo punto confrontare il profilo genetico delle radici individuate con quelli di riferimento delle varietà conosciute, sempre naturalmente che si trattasse di varietà presenti nei database di oggi. Il DNA delle radici del giardino degli Atellani viene confrontato con 277 varietà: il vitigno di Leonardo si colloca vicino alle Malvasie e nel gruppo delle Malvasie si identifica con elevata probabilità (perché sempre in termini probabilistici occorre ragionare) con la Malvasia di Candia aromatica.

Quello di Leonardo quindi era il vitigno esotico, e in grado di dare un vino dolce e aromatico che sicuramente incontrava il gusto dei consumatori di un certo rango del tempo, oggi presente nei Colli Piacentini? Esattamente quello, dicono gli studi! Esotico però non tanto. Perché forse, ha raccontato ancora Imazio, la Malvasia di Candia non veniva da Creta come si pensa ma da Candia, un paesino della Lomellina, dove fioriva la viticoltura lombarda del Medioevo e del Rinascimento, e dove guarda caso i proprietari della casa degli Atellani avevano a quel tempo dei possedimenti.


Rinasce il vigneto

Identificato il vitigno, con Expo alle porte, il progetto si completa: dai Colli Piacentini arrivano le viti che vengon messe a dimora nel giardino di Milano in tempo per i primi visitatori che le possono finalmente vedere al loro posto nel giugno del 2015 nella Vigna di Leonardo finalmente rinata.
Fatto il vigneto, quindi si farà il vino di Leonardo? Attilio Scienza non si ferma facilmente e nell’incontro del 20 maggio lancia una bellissima idea: perché non fare un vino in 100 magnum da portare ogni anno a un’asta benefica internazionale?
  • condividi su Facebook
  • 2157
  • 0
  • 3

#0 Commenti

inserisci un commento