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Non esistono più i vini di una volta (cit.)

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Non esistono più i vini di una volta (cit.)
Non esistono più i vini di una volta (cit.)

Non riesco a darmi una definizione come degustatrice. Non conosco un territorio a fondo dove posso raccontare gli indici climatici degli ultimi 30 anni, le relative MGA, i nomi dei cantinieri. Sono si una degustatrice curiosa, seguo l'interesse del momento sia ludico che professionale, cerco di non diventare una degustatrice 'con dolo' ma il più possibile con la mente aperta, cercando di non dimenticare la visione d'insieme che ci deve essere dietro al racconto di un bicchiere di vino.

Almeno ci provo.

Ho fatto pace con il palato e con i miei sensi quando, girata la boa del 25° anno di vita professionale, ho capito che non riuscirò mai ad assaggiare almeno una volta tutti i vini che esistono, poi cosa non meno importante, non ho lo status economico per essere una vera bevietichette. Così seguo l'istinto, la curiosità, l'esigenza professionale e vado avanti bicchiere dopo bicchiere.

Una delle degustazione 'piu' migliori' a cui mi è capitato di partecipare qualche giorno fa è stata organizzata dal preciso e meticoloso Filippo Apollinari dal titolo 'Non ci sono piu' i vini di una volta'. Un po' per il titolo della serata, un po' per la lista dei vini, ho deciso di partecipare.

La degustazione è stata un viaggio nel tempo all'interno di alcune denominazioni blasonate mettendo a confronto epoche diverse di fare vino, per capire se i cambiamenti tecnologici nel fare vino negli ultimi 50 anni abbiano migliorato le cose. Ascoltando le parole del Caronte Filippo che ha sapientemente raccontato l'evoluzione del gusto degli ultimi 50 anni, dal passaggio del vino come alimento a status simbol, dallo scandalo del metanolo alla corsa alla qualità e all'enologia interventista, ha ricordato il decennio dell'innovazione dal 1990 al 2000 , raccontandone gli eccessi, come la gestione anomala del legno, i vini muscolari con eccesso di estrazione. Rinnegare tecnica e tecnologia equivarrebbe a dire rinnegare la conoscenza e questo sarebbe un peccato.

"Bisogna conosce l'enologia per poterne fare a meno", questa frase è attribuita a Henry Javier produttore di Borgogna , di uno dei vini piu' costosi al mondo, profondo conoscitore del terroir e interprete della macerazione prefermentativa a freddo per l'estrazione ragionata della componente aromatica e cromatica e per la gestione dell'equilibrio tannico. I vini protagonisti della serata hanno detto molto di più delle nostre parole.

Prima coppia
Chianti Rufina Riserva 1993 Fattoria Selvapiana
Chianti Rufuna Vigneto Blucerchiale 2010 Fattoria Selvapiana


Il 1993 ha ancora un colore lucente e vivo con un tannino stratificato ed elegante. Il 2010 presenta gia' note di glutammato e vegetale e si presenta ingessato, fermo al primo stadio evolutivo con una materia senza i canoni di eleganza del 1993. A difesa delll'uno e dell'altro vino c'è da dire che la 1993 rispetto al 2010 si ricorda come un'annata più fresca e che la terziarizzazione del Sangiovese varia di zona in zona, ma posso mettere per iscrittto che il 2010 non diverrà mai un vino elegante con il 1993.


Seconda coppia
Barbaresco Vigneto Santo Stefano 1982 Castello di Neive
Barbaresco Albesani Santo Stefano 2010 Castello di Neive


Non avro' mai la conoscenza enciclopedica di Masnaghetti e Sangiorgi, sulle MGA di questo territorio, nel mio immaginario tecnico-enoico, il mondo del Barbaresco è legato alle botti grandi, al cemento, alla cura, al tempo al vino aspettato. Lo so che dirò un'eresia per i poeti ed i sognatori ma il vino lo fa anche il contenirore e qui il passaggio fra cemento ed acciaio ha fatto si che il 2010 fosse più a fuoco del 1982. In tutti i casi entrambi i vini rimangono bicchieri di austera eleganza.


Terza coppia
Taurasi 1978 Mastroberardino
Taurasi Riserva Radici 2010


Questa coppia di vini ha rafforzato la mia teoria che non avrò abbastanza vite per assaggiare tutti i vini di questo mondo. Il 1978 ha le note evolotive ben integrate, mentre il 2010 dopo una chiusura iniziale si apre a sentori verdi di resina e sempreverde. La domanda che mi sono fatta è stata se il legno del 2010 fosse eccessivo, se aspettato qualche anno in cantina avrebbe avuto un'evoluzione positiva.


Quarta coppia
Bolgheri Sassicaia 1983 Tenuta San Guido
Bolgheri Sassicaia 2009 Tenuta San Guido

Ricordo di una verticale di Sassicaia di quattro annate in un'enoteca della Franciacorta che 15 anni fa costava quanto il mio stipendio di allora. Giocoforza il 'SASSI' è sempre stato per me simbolo di follia, di eccessivo valore aggiunto, di status simbol. Poi sono cresciuta e mi sono goduta questi due bicchieri. Il 2009 racconta di cioccolato e cocco, gioca sulla rotondità e l'immediatezza modulata sulle note della menta e del sottobosco. Della serie i vini devono essere fatti per essere bevuti e non aspettati, sembra urlare il bicchiere, la necrofilia enologica valla a giocare da un'altra parte. Il 1983 espolde di classe ed eleganza, è un bicchiere che dopo il primo approccio chiede un minuto di silenzio per trovare il filo della narrazione. Qui leggiamo a chiare lettere la mano dell'enologo sapiente che ha connaturato in se l'arte del blend e conosce le chiavi per aprire le porte della longevità. Nota a margine: l'uso ruffiano del legno del 2009 non arrivera' mai alla perfezione del 1983.


Quinta coppia
Fiorano Rosso 1968 Tenuta di Fiorano
Fiorano Rosso 2010 Tenuta di Fiorano


In occasione dell'evento 'Vino a memoria ' che si è tenuto a Bologna qualche mese fa mi sono lasciata sfuggire una verticale storica di questa azienda. Così la degustazione è stata una valida occasione per colmare questa lacuna, e per mandare a memoria che il Lazio enologico non è solo Est Est Est o vini didattici di Casale del Giglio. 1968 la perfezione liquida che ti parla. Iodio e torba, una passeggiata in riva al mare, sale, muschio e grafite. L'eleganza senza tempo. Rimpianto di non avere incontrato prima un bicchiere di simile perfezione. La cura del dettaglio, la minuzia della perfetta perfezione perfettibile. 99,99/100 dice la mia mente cartesiana. 2010 Cambiano i tempi , l'età delle viti ed i contenitori. L'ansia di prestazione da estrazione ci regala un bicchiere con un colore gia' evoluto, con un frutto slabbrato e non a fuoco.


Note finali

Nessuna bottiglia era 'tappata'.
Fortuna? Abilita' tecnica? Eccellenti cantine di conservazione?
Francamente non so rispondere, mi sono semplicemente goduta i bicchieri , pensando che sara' sempre piu' diffcile, nel corso degli anni fare un esercizio di necrofilia enologica così.

Sul ragionare della tecnica in cantina ci torneremo prossimamente.
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