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#14 Commenti

  • Sergio Ronchi - Winefoodcompanion

    Sergio Ronchi - Winefoodcompanion

    E' una cosa che ho sperimentato molte volte. Chi è appassionato e cerca sempre novità e caratteristiche interessanti dai vini tende a singersi sempre verso qualche cosa che nella maggior parte dei consumatori (anche quelli che si considerano "conoscitori") non trovano interessanti e anzi spesso rimangono delusi da quanto proponiamo proprio perchè molto distante dai loro gusti. Cosa è meglio? difficile dirlo, penso sia necessario abituare il palato ai vini più "ricercati" o anche solo invecchiati (specialmente se parliamo di bianchi). E' vero, spesso ci dimentichiamo di alcuni ottimi prodotti che non rientrano più nella nostra cerchia di ricerca e allora li lasciamo nascosti in una zona remota della memoria, in realtà molti nostri amici e commensali li considererebbero ottimi. D'altronde cercare e sperimentare è quello che fanno anche i produttori ....

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    #1
  • Alessandro Zingoni

    Alessandro Zingoni

    Hai toccato molti punti che condivido pienamente grazie anche al mio percorso di appassionato del buon bere.....avercene ancora di bottiglie sicure di oltre 10 anni fa in cantinetta! .. parlo per me, sigh... Ci sarebbe rimasto il punto prezzo delle bottiglie....a volte penso a certe bottiglie di rinascenti che sono proprio esosi e che non capisco e condivido, e soprattutto non compro...sigh. Cin!

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    #2
  • Filippo Ronco

    Filippo Ronco

    Il punto prezzo in realtà è toccato ed è cruciale.
    Cioè, se metti il tuo prodotto sul mercato e assegni ad esso un valore, questo deve come minimo essere corretto dal punto di vista tecnico, altrimenti non è commercializzabile.

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    #3
  • Marilena Barbera - Cantine Barbera

    Marilena Barbera - Cantine Barbera

    @Filippo

    Non dovrebbe essere possibile vendere vini instabili e difettati, qualunque sia il tipo di agricoltura praticata e la tecnica di vinificazione utilizzata.
    Non è possibile che un vino bianco o rosato, per quanto possa essere più godibile nella giovinezza, assomigli ad un ottantenne tenuto male dopo 6 mesi che è in bottiglia, e ti assicuro che ne ho bevuti di decrepiti. Casualmente però, tutti quelli che mi sono capitati finora appartenevano alla categoria dei vini “non naturali” :)

    Con ciò non voglio affatto dire che bere i vini dell’altra categoria non presenti spesso le difficoltà che hai sottolineato. E questa mancanza di piacevolezza di alcuni vini, o anche la loro imbevibilità in situazioni estreme, nascono secondo me da due fattori principali:

    1) Gravi carenze tecniche: molti produttori naturali sono autodidatti, molti si vantano di non aver mai lavorato con un enologo e di aver imparato tutto lo scibile del fare il vino nel giro di un paio di vendemmie. Con tutto il rispetto, ti può andar bene una volta, magari anche due, ma queste carenze alla lunga vengono fuori.

    2) Imitazione di uno “stile” naturale al di là delle caratteristiche e delle potenzialità reali del terroir e dei vitigni utilizzati: sempre più spesso, soprattutto nelle discussioni fra enostrippati, vengono ammessi all’empireo dei vini “naturali” solo quelli che presentano delle caratteristiche stilistiche precise: macerazioni prolungate, ossidazioni spinte, vinificazione in anfora, acidità e astringenze al limite della sgradevolezza. Non tutti i vitigni sono adatti ad essere vinificati così, non tutti i territori e non tutte le vendemmie sono in grado di dare uve che possono reggere a queste tecniche di vinificazione.

    C’è da aggiungere che il segmento dei vini naturali è ancora molto giovane, e molte aziende sono alle prime vendemmie. I produttori seri si vedranno alla distanza. Allo stesso tempo, una certa fetta dei consumatori di vini naturali abbraccia questo modo di produrre in maniera ancora abbastanza acritica: per ideali o per moda, non mi interessa qui giudicare. Ma mi auguro che il mercato, una volta maturo, saprà distinguere in base all’oggettiva qualità.

    Per questo spero che anche le pubblicazioni mainstream accolgano fra i loro collaboratori dei professionisti aperti alle sperimentazioni ma non accecati dalle etichette, che guardino all’oggettiva qualità di quello che bevono. Naturale e non.

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    #4
  • Filippo Ronco

    Filippo Ronco

    Ciao Marilena Barbera - Cantine Barbera,

    il post non ha come obiettivo quello del trito dibattito naturale e non. Per carità, ne ho la nausea.

    Al centro volevo porre una questione: la marea di vini buoni e ben fatti, magari appena più tecnici ma non troppo, che negli ultimi 10 anni abbiamo teso - noi appassionati e buona parte della critica ufficiale e dal basso - a mettere in un angolo a vantaggio di tutto ciò che non è convenzionale, non meritano forse una riconsiderazione quanto meno per quanto riguarda serietà e affidabilità di queste produzioni?

    Il discorso è intrecciato saldamente da un lato con la questione del consumo (sono evidenti le differenze "interpretative" tra appassionati skillati e persone alle prime armi o con un consumo diciamo così disimpegnato), dall'altro con la questione commerciale perché quando un prodotto, da hobbistico diventa professionale, nel senso di creato con perizia tecnica e a fini commerciali, è necessario che debba rientrare all'interno di una specifica linea di demarcazione tecnica oltre che per evidenti paletti normativi.
    Almeno, per me è necessario.

    Tentavo quindi di mettere in luce la difficoltà di trattare alcuni tipi di vini / produttori commercialmente e di contraltare l'estrema affidabilità di altri che paradossalmente hanno perso un po' di smalto e di onori da parte della critica (sia quella istituzionale o istituzionalizzata, sia di quella dal basso).

    La stabilizzazione di un vino in quest'ottica assume una rilevanza di un certo tipo, indipendentemente dai metodi perseguiti per arrivare a una qualche forma di "sicurezza" in bottiglia.

    Ci sono vini con tanto di analisi chimiche magari un po' borderline ma formalmente in ordine e pronti per la commercializzazione che a distanza di breve tempo si trasformano completamente prendendo derive inaspettate, talora non volute. Mi chiedo e vi chiedo, è commercializzabile un prodotto di questo tipo? Non è il produttore il miglior conoscitore delle condizioni dei propri vini, almeno a campione diciamo?

    Sono casi assolutamente isolati e la maggior parte dei produttori di vini c.d. naturali è sempre più in gamba e in grado di assicurare questa affidabilità, tante volte però assaggi cose che se pensi che qualcuno le ha imbottigliate per venderle c'è da preoccuparsi.

    Ecco, credo sia una questione di onestà intellettuale da un lato e commerciale dall'altro da parte del produttore: non è possibile addossare il rischio solo sul consumatore a meno che non sia il consumatore stesso, come anche accade, ad accollarsi completamente la responsabilità conoscendo contesti, situazioni, annate, ecc. e acquistando magari anche al di là del desiderio di consumo ma come sostegno al produttore stesso o altre forme di curiosità e sfida enoica.

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    #5
  • Vinisani.org - D. Sciutteri

    Vinisani.org - D. Sciutteri

    cosa vuol dire enostrippati?

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    #6
  • Filippo Ronco

    Filippo Ronco

    E' un giovanilismo per dire ragazzi molto coinvolti nella passione vinosa.

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    #7
  • Maurizio Bonura

    Maurizio Bonura

    Filippo, bell'analisi, che suscita riflessioni e probabilmente interpretazioni diverse. In due parole, mi viene da dire che 10/15 anni fà amavo il nero d'avola e ora non lo bevo nemmeno sotto tortura; quanto su questo abbia contribuito il peggioramento qualitativodella maggior parte dei nero d'avola in commercio o una mia migliorata sensibilità verso prodotti diversi (piccoli produttori, imbottigliati all'origine, talvolta "naturali", etc.) non so dirlo e penso che se fossi un produttore non ci dormirei la notte.

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    #8
  • Marilena Barbera - Cantine Barbera

    Marilena Barbera - Cantine Barbera

    Filippo Ronco, se il problema che sollevi è quello della stabilizzazione (avevo capito che ti riferissi ad un più ampio problema di bevibilità), questo è tecnicamente molto facile da risolvere.

    Esistono di base due tipi di instabilità nel vino: l’instabilità proteica e l’instabilità tartarica.
    L’instabilità tartarica generalmente non causa difetti organolettici, e si risolve – senza additivi di sorta – mantenendo il vino a temperature prossime allo zero per un tempo sufficiente a garantire la precipitazione dei sali di tartrato, che vengono allontanati con un semplice travaso. L’instabilità proteica si risolve, generalmente, con la tecnica del sur li, ossia mantenendo il vino a contatto con le sue fecce per un periodo di tempo adeguato.

    Sono tecniche semplici, più costose dell’utilizzo dei normali additivi enologici, e che richiedono un tempo lungo di esecuzione, ma possono essere utilizzate da chiunque abbia un minimo di conoscenze enologiche.

    Il discorso delle analisi borderline, invece, è più complesso, e dipende da quello che dicevo io inizialmente: una volatile molto alta, la presenza nel vino di batteri acetici o di brettanomyces o altri difetti che compromettono la bevibilità dei vini nel tempo dipendono dalla inadeguata qualità delle uve, dalla scarsa pulizia di cantina e da una cattiva vinificazione (cioè da carenze tecniche). Non dal fatto che i vini siano naturali.

    Il fatto che un produttore li metta in commercio, soprattutto se consapevole che sono borderline, denota
    a) una sua, diciamo, inesperienza
    b) una sua volontà di ricercare questi caratteri (io li chiamo difetti senza mezzi termini) perché vuole rincorrere uno stile specifico. D’altronde, proprio questi caratteri vengono spesso indicati “dal basso” o dalla critica non istituzionalizzata come identificativi di una naturalità che va di moda.

    Vale la pena di riconsiderare i produttori che nel tempo hanno dimostrato affidabilità? Certo che sì. Io direi che vale la pena anche di riconsiderare in negativo quelli che nel tempo non hanno mostrato questa affidabilità, al di là del fatto che siano naturali o no.
    Come dicevo prima, sarà il mercato a decidere: dopo un paio di delusioni nessuno sano di mente si ostinerebbe a riacquistare vini che non gli sono piaciuti.

    Infine, che la critica istituzionalizzata abbia messo da parte i produttori tradizionali... beh a leggere le pagine siciliane delle guide (tranne l’Espresso gestione Rizzari) non mi risulta.

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    #9
  • Filippo Ronco

    Filippo Ronco

    Sulla questione "stabilità" ne parlavo in senso atecnico cioè con il significato piano del termine, di stabile, non eccessivamente esposto a variazioni enormi non in senso enologico che, giustamente, è un'altra cosa. Comunque stiamo dicendo la stessa cosa. Quando parlo di "manico" intendo proprio questo, naturale o meno che sia il vino alcune derive non le controlli più. Semmai il fatto che il vino sia naturale non aiuta nel senso che se c'è un problema correggibile che non si corregge (es. non metto solforosa, anche poca, là dove effettivamente serve), poi succede un casino. Per quello l'unica cosa su cui possiamo veramente contare è la serietà del produttore.

    Sulla maggior considerazione e ripresa dei vini più tecnici (ma sto semplificando con l'accetta utilizzando questo termine), secondo me assisteremo ad un incontro tra le opposte visioni che avrà come baricentro il buon senso.

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    #10
  • Vinisani.org - D. Sciutteri

    Vinisani.org - D. Sciutteri

    Caro amico dici: non berrei Nero D’avola neanche sotto tortura!
    Anche filosoficamente è sbagliato, il mondo gira nulla è fermo.
    Tutto cambia, per fortuna. Nel bene e nel male tutto cambia.

    Alcuni nascono, altri rinascono, altri muoiono.

    Peccato però che sono i più buoni e bravi d andarsene.

    Se tu bevessi un Nero d’Avola annata 2001 che ho ancora nella mia cantina persona cambieresti opinione.
    Come anch’io ho cambiato opinione, più di una volta.

    Troppo presto esprimete sentenze.
    Ci sono ancora bravi vignaioli che producono ottimi Nero d’Avola ed anche SANI.
    Il guaio che non li conoscete perché non sono di moda e di solito bevete le etichette!
    Prosit

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    #11
  • Vinisani.org - D. Sciutteri

    Vinisani.org - D. Sciutteri

    Caro Filippo purtroppo molti vini cosiddetti naturali si vendono soprattutto con la lingua.
    Io beccato un Catarratto che non mi è durato neanche 2 anni brutta esperienza.
    Grande delusione per l’uomo, per la cantina, e per i vini.
    Purtroppo è stata anche colpa mia, quando sono andato in Sicilia, c’era qualcosa che non mi convinceva, il mio istinto mi diceva di non fidarmi al 100%, e difatti aveva ragione.

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    #12
  • Vinisani.org - D. Sciutteri

    Vinisani.org - D. Sciutteri

    La Treccani dice:
    giovanilismo s. m. [der. di giovanile]. – Atteggiamento di chi, non più giovane, ostenta modi e comportamenti che sono tipici dei giovani, o come tali considerati, spec. per conformistico condizionamento di mode culturali.

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    #13
  • Filippo Ronco

    Filippo Ronco

    Esattamente Mimmo.

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    #14

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