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Mangiare e bere negli Stati Uniti, guida di sopravvivenza enogastronomica

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Mangiare e bere negli Stati Uniti, guida di sopravvivenza enogastronomica
In Europa si ricorre spesso a semplificazioni grossolane sul mangiare americano, tipo “la carne è piena di antibiotici”, o “si beve chardonnay legnoso o vinoni rossi semplici” o “i cupcakes sono favolosi”. Non è facile farsi un’opinione precisa sulla cucina negli Stati Uniti basandosi soltanto su viaggi di lavoro o vacanze, anche frequenti, a San Francisco, New York e Chicago; ancora meno leggendo i blog e la stampa. Bisogna andare oltre, passare mesi a osservare le incredibili abitudini alimentari del Nuovo Mondo. Tranquilli, non tutto è orrore, come la foto qui sopra, la hot dog pizza della Pizza Hut!

Melting pot?

Spesso si dimentica la vastità del territorio, il contrasto estremo tra ricchi e poveri, tra città e campagna, le influenze degli autoctoni, dei primi immigrati (tedeschi, inglesi, irlandesi, cinesi, francesi), degli immigrati dell’inizio del XX secolo (italiani, greci, polacchi, tedeschi, inglesi, irlandesi) e di quelli più recenti (vietnamiti, messicani, cubani, indiani, cinesi, sud-americani). La diversità etnica è tale che nessuna tradizione riesce ad imporsi, di conseguenza si salta continuamente tra una moda e l’altra. In altri paesi di immigrazione si crea una specie di fusion, per esempio la cucina del Peru che include elementi di tradizione locale e asiatica, o perfino il fenomeno esclusivamente inglese del balti, versione rapida e senza ghee del curry indiano. In USA il costo bassissimo del mangiare, l’infinita diversità etnica e l’assenza di stagionalità risulta in una mega-fusione, in un grande “melting pot”.


Mangiare negli USA è un atto individuale

Mangiare in America oggi è un fenomeno individuale: a casa non si mangia più in famiglia (salvo Natale e Thanksgiving), invece si mantiene un enorme frigo sempre pieno zeppo, e ogni membro della famiglia, anche i bambini, in maniera assolutamente asincrona e senza orari, va a servirsi a tutte le ore, anche di notte. Uovo al tegame con bacon alle 8, pezzo di formaggio alle 10, doggy bag di ieri alle 12, patatine alle 2, frullato alle 3, panino alle 4, frutti di bosco scongelati alle 5, hot dog alle 6, dolcetto alle 8, spuntino alle 10, bicchierone di latte a mezzanotte, tè freddo alle tre di mattina. E sempre caffè, da mattina a sera, in grandi bicchieroni, mentre si lavora, a casa, camminando, in una riunione, perfino guidando o in autobus o in treno. 

Quindi la cucina dell'americano medio, di solito molto ben attrezzata, serve per riscaldare piatti preparati o per cose molto semplici. Nonostante questo, i negozi di accessori di cucina, come Sur la Table, fanno affari d’oro.

Non è stato sempre così. Per decenni le casalinghe americane hanno preparato un gran numero di piatti (vedi sotto “inventarsi una tradizione”) nutrienti e gustosi, spesso seguendo la “bibbia” della cucina americana, un libro apparso negli anni '30 e che, nelle sue edizioni recenti, conta più di 4000 ricette: The Joy of Cooking, di Irma Rombauer. L’edizione del 2006 rimane disponibile oggi e il libro è tuttora curato dalla famiglia Rombauer. In quel libro si trovano tutte le ricette, anche quelle che vanno di moda sui blog italiani: cupcakes, pancakes, cookies, hamburger, cake design, ecc.


Mangiare fuori negli USA

Dal 2015, gli americani spendono di più mangiando al ristorante che mangiando a casa1. Quindi paradossalmente, se non si mangia in famiglia, si cerca comunque di mangiare socialmente, con chiunque e per comodità lo si fa al ristorante. Mentre in Europa il ristorante è l’espressione di un cuoco particolare, in America è tutto franchising e catene. Non solo i fast food, ben noti ormai anche da noi, ma anche i grandi ristoranti vengono clonati. Si parla di executive chef, perché lo chef originale ormai vive in una villa ai Caraibi, e il suo concetto, partito da San Diego, è stato ciclostilato una decina di volte, a San Francisco, Los Angeles, Dallas, Chicago, New York, Boston, Pittsburgh, Phoenix, Philadelphia e Washington.


Quantità di cibo incredibili, sprechi e obesità

Che si mangi in casa o fuori, le quantità di cibo consumate dagli americani sono strabilianti. Al ristorante i piatti sono di dimensioni sovrumane, le insalatone vengono servite in scodelle grandi come un lavabo, e le bistecche pesano un minimo di 4 etti. Una bistecca da 12 once (330g) è considerata adatta a bambini e donne a dieta. I dolci hanno calorie sufficienti per sopravvivere in quattro per una settimana.

Lo spreco quindi è enorme, anche se questo viene limitato parzialmente dal fenomeno doggy bag, cioè a fine pasto si chiede spesso di portare a casa l’eccesso, che verrà inserito nel mega-frigo e becchettato in continuazione da tutta la famiglia. Chiedere il doggy bag è assolutamente normale, tanto quanto sarebbe anormale e imbarazzante in Europa. Non sorprende quindi che nel paese delle mega-porzioni e del mangiare a costo bassissimo ci sia una presenza evidente di obesi, specialmente nelle zone più povere.


Tutto in eccesso, poi si fa la dieta

Una più assurda dell’altra, le pseudo-diete dominano la vita alimentare degli americani più agiati, che praticano un numero spropositato di strane diete, proposte da improbabili nutrizionisti, pseudo-dottori ed esperti, nonché dal marketing alimentare, senza dimenticare le star del cinema, e prima fra tutte quella fonte infinita di saggezza negativa: Gwyneth Paltrow.

La prima pseudo-dieta data degli anni 1900: "Nature will castigate those who don't masticate" scrisse Fletcher, il “grande masticatore”, suggerendo che si deve masticare ogni morso 100 volte prima di mandarlo giù. Un secolo più tardi arrivò la dieta no-carb (Atkins), con la teoria che evitando i carboidrati il corpo brucia i grassi e si rimane magri; in altre parole, si mangia l’hamburger senza il pane. Poi ci sono le diete liquide, si comprano milk-shake e smoothie e si dimagrisce. O le diete alcaline, che consistono nel mangiare cibi… acidi, come i limoni. E decine di altre diete assurde2.

Si gioca sulla fede nella pseudo-scienza e sulla mancanza di tradizione per proporre diete strane, con pillole e supplementi di minerali, vitamine ed estratti di erbe. I fruttariani mangiano solo frutta. Nella dieta paleolitica si evitano cereali zucchero sale e latte, mentre i seguaci di questo movimento trovano in ogni succursale Whole Foods la rivista Paleo con consigli per mantenersi alimentarmente primitivi. È fortemente radicata presso i dietomani la nozione di detox, l’idea assolutamente falsa che nel corpo umano si accumulino “tossine” che i nostri organi non riescono a smaltire. Secondo il detox, il nostro colon si riempie di “cibo putrefatto”, che si elimina… ingerendo succhi di verdure e di frutta.

Ci sono perfino diete basate sul gruppo sanguigno. Ma la dieta più incredibile consiste nel farsi un clistere (detto “enema” in inglese) di yogurt3; fu proposta da Kellogg, l’inventore vegetariano dei corn flakes! Esiste una variante altrettanto strana, presente nei vecchi manuali medici di Merck, il clistere al caffè4. Lo vogliamo chiamare “Starbutt’s”?


Inventarsi una tradizione

Gli USA sono un paese di abbondanza. La polenta, che sfamò molte regioni italiane durante secoli di povertà estrema, è rimasta incisa nelle nostre tradizioni e continuiamo a mangiarla anche ora che siamo ricchi. In Francia è la cucina borghese che stabilì le tradizioni. In USA non esiste la sacralizzazione del mangiare tradizionale come in Europa. Le tradizioni americane si creano a scatti, ogni tanto appare una nuova moda che conquista tutta la nazione e spesso si installa in maniera permanente, magari evolvendo nel tempo.

Si può facilmente compilare una breve cronologia dei piatti americani apparsi inizialmente come moda, ma poi confermati nel tempo come usanza permanente:

  • secolo XIX: pubblicate ricette per muffins, cupcakes, pancakes, waffles e cookies (a base di burro e zucchero); vengono inventati i classici popcorn, fried chicken, corn bread, hamburger, hot dog, peanut butter, pastrami, doughnuts e il succo d’uva nera Welch’s (da vitis labrusca varietà Concord e pastorizzato affinché non fermenti)
     
  • anni 00: invenzione del banana split, del milk-shake, della “New York style pizza”, simile alla nostra Margherita, e del New York Bagel
     
  • anni 20: Jell-o, per fare cibo in gelatina: insalate, formaggi, pollo, fagioli. L’usanza continua oggi per i dolci: gelatina al colore (se non gusto) di frutta con pezzetti di frutta in scatola in sospensione
     
  • anni 30: i famosi “chocolate chip cookies”, talmente famosi che potrebbero candidarsi come patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO; invenzione del New York cheesecake
     
  • anni 40: “spam” cioè carne di maiale in scatola, che divenne, secondo Monty Python, orribile, onnipresente e inevitabile. Ecco, ora conoscete l’origine del termine odierno “spam”. Lo Spam è disponibile oggi in almeno 30 varianti sul tema originale di maiale. In questo periodo viene introdotta la “Chicago style pizza”, cotta in una padella di ferro con bordo rialzato e con ripieno molto alto
     
  • anni 50: “casserole”, spesso fatta con tonno in scatola, piselli in scatola e pasta, usando zuppa condensata di funghi in scatola della Campbell come salsa per lega insieme l’ammasso informe (e poco attraente); esiste la versione con fagiolini verdi e la solita zuppa, ricoperta di anelli di cipolla fritti
     
  • anni 50: il famoso TV Dinner della Swanson, essenzialmente un pasto completo congelato e pronto da scaldare, preparato originalmente come pasto completo per le linee aeree
     
  • anni 60: le fondue di formaggio; una bevanda in polvere dal sapore vago di frutta detto Tang; una panna montata artificiale detta Cool Whip originalmente senza latte
     
  • anni 70: il “crock pot”, alias “slow cooker”, una pentola elettrica autonoma nella quale si mettono a cuocere lentamente a bassa temperatura cibi da bollire o zuppe o stufati
     
  • anni 80-90: l’avena, usata dappertutto, anche per fare i cookies; tutto fritto, perfino le barrette al caramello della Mars, o i biscotti Oreo, o la pizza; Soylent, un alimento liquido completo e orrendo; le quiche; le bucce di patata; l’insalata di pasta; lo yogurt gelato
     
  • Anni 2000: i cupcakes, presenti da un secolo, diventano moda; e le spumette bavose su tutto, colpa di quello chef spagnolo, quello delle sferificazioni che fa i laboratori Slow Food con la Lavazza
     
  • Anni 2010: i macarons, che hanno usurpato il posto ai cupcakes; la pancetta che si mette su tutto, anche sui dolci, per esempio a briciole fritte sui “sundae”; e dopo anni di low-fat, tornano in scena le uova e il latte intero.

E non ho nemmeno iniziato a parlare delle specialità etniche: il “chinese food” che non ha quasi niente di cinese, le specialità messicane o tex-mex o cal-mex come tacos, burritos e fajitas, le salsicce polacche, le specialità ebree, la cucina Cajun del sud5; si potrebbe scrivere un articolo solo sulle specialità di New York e tutte le sue invenzioni, tra le quali: Bloody Mary, Chicken à la King, Delmonico steak, Eggs Benedict, Lobster Newburg, Manhattan, Reuben sandwich, Steak Delmonico, Steak Diane, Vichyssoise, Waldorf salad e tutte le specialità italo-americane qui menzionate.


Il gusto americano

La carne in America è straordinaria, e gli americani ne mangiano molta. Vero, esiste pure la carne scadente, quella che finisce negli hamburger dei fast food. Se avete l’occasione di attraversare il continente in macchina, noterete un numero infinito di bovini che pascolano in praterie sterminate: la carne buona viene da lì, e quelle bestie mangiano solo erba (cercate la menzione “grass fed”). Pur riconoscendo quanto siano buone le migliori carni Europee (Angus, Aubrac, Galizia, ecc.), queste sono estremamente care e difficili da trovare. Mentre in America la carne buona la trovate facilmente a buon mercato.

Gli americani adorano l’aglio. Ne mettono tanto, troppo, addirittura nel purè di patate, nel pane, sulla pizza, nelle lasagne e soprattutto nel risotto, anche nei ristoranti italiani.

Al ristorante medio-alto si mangia benino, ma spesso vengono presentati piatti con ben troppi ingredienti, come se per giustificare il prezzo si sentissero in dovere di metterne di più; alla fine, non si distingue più nulla. Penso a una frase di AA Gill: “the art of cooking is knowing what not to add”. Quel senso di economia e armonia tra i vari componenti si trova solo nei ristorante di fascia alta, nelle grandi città.

Con l’insalata vengono fornite bottigliette premescolate di “Salad dressing”, con nomi come Italian, Blue Cheese, 1000 islands, e gusti più recenti come Ranch, Vinaigrette, Caesar e Balsamic. Sono tutte un po’ acide e un po’ dolci, con retrogusto cartonoso di spezie troppo vecchie e spente.

Prevale dappertutto il gusto dolce, anche su carne e pesce. Il miele nelle insalate, per glassare la carne e perfino il pesce. Lo sciroppo d’acero6  con i pancakes o i waffles. Il sapore dolce viene spesso accompagnato da polvere di cannella.

I cibi più comunemente mangiati dagli americani sono (con eventualmente indicazione della catena di ristoranti preferita): Steak, Pizza (Papa John’s), French fries (McDonald’s), cupcakes, doughnuts (Krispy Kreme), hot dogs, burgers (Wendy’s), banana split, buffalo chicken wings, mac and cheese, hamburgers di lusso (Five Guys), Tacos, Burrito (Chipotle), sandwiches (Panera), fried chicken (KFC), submarines (Subway), coffee (Starbucks), milk shake (Dairy Queen).


Italian food, i ristoranti italiani all'estero

Una parola sui ristoranti italiani all’estero. Evitateli. E non solo in America.
Per l’americano, mangiare italiano è sinonimo di aglio. Tanto aglio. E gli americani adorano l’aglio. Il risotto e le lasagne vengono preparati con aglio. “Shrimp scampi” è il nome di un modo di preparare gamberi saltandoli, con molto aglio, presentandoli poi sulla pasta; gli scampi non c’entrano. Ovunque troverete “garlic bread”, pane con burro e tanto aglio.

La “pepperoni pizza” ha poco o niente in comune con la pizza italiana e ancora meno con i peperoni: è una sottile pizza quasi senza bordo coperta di fette di salsiccia piccante industriale, detta peperoni, e tonnellate di formaggio filamentoso. Da anni gira una bufala (non di mozzarella) secondo la quale la pizza in Italia nacque come imitazione di quella originale, americana.

La pasta è quasi sempre scotta, e sempre preparata secondo le ricette tipiche newyorkesi: penne alla vodka, fettuccine Alfredo (pasta al burro con panna), spaghetti al ragù con le polpettine (meatballs), spaghetti alla marinara (che vuol dire al pomodoro) e una novità recente particolarmente orrenda, la pasta al pollo. La carbonara, ve la lascio immaginare. “Lobster Fra Diavolo” è pasta con astice e una salsa al pomodoro piccantissima.

Il primo e il secondo italiano sono quasi sempre combinati su un solo piatto. Sull’insalata vi propongono “italian dressing”, una strana emulsione con spezie ed erbe. “Chicken parmigiana” è una parmigiana senza melanzane con tanto formaggio e pollo; esiste anche “Veal parmigiana” al vitello. Quando dicono “parmigiana”, lo pronunciano con la G come fosse una J francese, e senza pronunciare la A finale. Per il dolce, nei ristoranti italiani c’è sempre cheesecake.

Il Parmesan è il nome usato per il Parmigiano Reggiano, spesso prodotto in USA e difficilmente paragonabile all’originale. Non esiste la nozione di denominazione di origine, e quindi è normale trovare mozzarella, prosciutto, feta, camembert, brie made in USA. A volte sono prodotti industriali scadenti, ma ci sono anche bravi artigiani che lavorano con latte crudo e che producono formaggi simili all’originale e di grande qualità. Discorso complicato quindi, che deve anche tener conto delle abitudini locali molto differenti dalle nostre: il fatto che ci scandalizziamo dell’uso di parole come Mozzarella, loro lo vedono un po’ come se gli americani si scandalizzassero del fatto che in Italia diciamo Hamburger. Aggiungo che molte delle contraffazioni alimentari sono fatte da… italiani. Non è raro vedere vini italiani trasportati in cisterna e poi imbottigliati in America, completi di DOC. O mozzarelle fatte in USA da filiali di ditte italiane.


Le mode alimentari negli Stati Uniti tra organic e gluten free

Quando il mangiare è abbondante e costa poco, non si mangia per necessità, e il mangiare emula il vestire: le mode alimentari, quelle che durano una stagione (o qualche anno), finché non ne arriva una più attraente. In inglese si dice “food fads”. Quarant’anni fa l’olio di oliva in USA era considerato nocivo, oggi è diventato l’alimento miracolo. Menzioniamo alcune mode attuali, cibi e prodotti considerati miracolosi o in qualche modo essenziali per la salute: bacche di goji, açaí, quinoa, semi di chia, kombucha, kale, kimchi, zucchero di cocco, cereali germinati, farina di grilli, sriracha. Nonché estratti vari venduti come supplementi: “phytochemicals”, lycopene, omega 3 e mille altri, tutti venduti in boccette di plastica.

La moda del momento è il Gluten Free: in America meno dell’1% della popolazione soffre realmente di celiachia, ma una visita al supermercato Walmart fa pensare che i celiaci immaginari siano il 30% della popolazione e nei ceti agiati che frequentano il famoso (e ottimo) supermercato Whole Foods si arriva a una maggioranza di consumatori del senza glutine. Si nota quindi una correlazione chiara tra reddito e sensibilità al glutine. Il colmo è vedere il cartellino Senza Glutine su prodotti che non hanno mai contenuto glutine: acqua minerale, vino, prosciutto, riso, mais, latte: col cartellino si vendono meglio. Il pane senza glutine viene prodotto aggiungendo zucchero e l’additivo alimentare industriale E415 (gomma di xantano), prodotto esponendo cereali (anche frumento) al batterio X. Campestris; paradossalmente, pare che l’E415 possa causare… gonfiore o diarrea.

Da almeno 10 anni si usa comprare “Organic”, cioè biologico. Quasi tutta la frutta e verdura bio americana è prodotta industrialmente da mega-aziende agricole, specialmente quelle californiane nella valle di San Joaquin. Ma esistono pure i “farmer’s markets”, che possono essere luoghi interessanti con veri coltivatori biologici, ma in alcuni casi li definirei “lifestyle markets”, con stand di post-hippies che producono qualche chilo di insalata o vendono bacche di goji e simili prodotti miracolosi. Uno dei farmer’s market seri che mi impressionò 15 anni fa fu quello di South San Francisco, una meraviglia di diversità alimentare, dalle specialità del Laos made in California come il “balut”, ad agrumi che non avevo mai visto prima.


Gli ogm in USA e il sustainable food

Da 5 anni l’americano sofisticato cerca prodotti “GMO free”: in USA da decenni si mangia OGM senza saperlo, ma gli attivisti, seguendo le tendenze europee, ora esigono l’etichettatura. Non è facile certificare l’assenza di OGM; queste persone spesso consumano cibi alternativi come tofu o latte di soia, ma ormai la soia è quasi tutta OGM, e gran parte proveniente da paesi come il Brasile, dove le certificazioni sono da prendere cum grano salis.

La parola moda degli ultimi anni è “Sustainable”, termine non definito e non verificabile, inteso per dare un’impressione vacua e superficiale di biologico non-OGM. Ma aiuta a vendere. L’industria e la distribuzione è molto efficiente, e sa fornire tutti questi prodotti in grandi quantità. Ci sono pure mode di una stranezza estrema: alcune settimane fa, mentre facevo la spesa al Whole Foods, mi stupii di vedere un barattolo di acqua con immersi dentro due asparagi, e venduto come “Asparagus water” per ben $5.99!


Il caffè negli USA?

Se siete in una delle grandi città troverete l’espresso, magari troppo lungo, quindi chiedetelo ristretto, sempre, e senza aggiunte, altrimenti rischiate che il caffè espresso arrivi con varie combinazioni di schiuma di latte, panna montata, polvere di cacao, cannella in polvere e scorza di limone. 

Il classico caffè americano è molto diluito e viene servito in una grande tazza cilindrica chiamata “mug”; conviene berlo senza zucchero per dare una vaga impressione di caffè. All’ufficio o per strada, molta gente gira con un tazzone di caffè in mano, da mattina a sera. Si beve caffè o cappuccino a tutto pasto, e al ristorante i camerieri continuano a riempire la tazza: non riuscirete mai a vuotarla.

Starbucks ha trasformato il caffè in una specie di milk shake gigante, caldo o freddo, pieno di grassi e con aggiunta di vari sciroppi al caramello, cioccolato, vaniglia, cannella, menta, mocha e lampone. Un bicchiere individuale da 30 fl oz (88 cl) basta per un pullman di 30 italiani o per un solo americano. La porzione più piccola è di 8 fl oz (24cl), cioè 8 volte la dose del nostro espresso.

Bere un cappuccino Starbucks è una vera impresa. Traduco la descrizione dell’impareggiabile ex-critico gastronomico del Sunday Times, AA Gill, tratta dal suo libro Table Talk:

“Non ricordo l’ultima volta che mi fu servita una cosa orrenda come la loro versione del cappuccino […] Prima di tutto per prepararlo ci volle più tempo che per la cottura di un soufflé […] Dopo un’ora e mezza mi fu presentato un mug, uno di quei tazzoni americani col bordo così spesso che per metterlo in bocca devi essere americano o devi essere capace di slogarti la mandibola come fanno i pitoni. Conteneva una schiuma bianca semi-permeabile, come quella che usano per annegare gli adolescenti ubriachi a Ibiza, o per riempire le fessure nei muri. Misi due cucchiaini di zucchero, ma furono respinti. Dopo aver combattuto questa epidermide malevola con i vari utensili di plastica e di legno forniti, riuscii a far affondare lo zucchero. Presi un sorso, poi un morso, e masticai. Ebbi la sensazione momentanea di affogare nella cacca di un pupazzo di neve. Poi dopo un lungo momento, una fanghiglia tiepida salì dalle profondità. Mi fece pensare a un misto di brodo di carne e uova di Pasqua di tre anni fa.”7 

Per accompagnare il caffè Starbucks ci sono muffin giganteschi, particolarmente unti e pesanti. Anche quelli, da spartire in 4 minimo.

Il thè Tazo della Starbucks è la polvere che spazzano in India dopo aver consegnato il thè buono alla Dammann. Come in Europa, ormai si trova soprattutto thè aromatizzato, cioè thè per gente che non ama il thè. Se invece vi piace il thè, fate come me e portatevi dietro una scorta da casa. In qualsiasi bar potete chiedere una tazza di acqua calda, e non ve la faranno nemmeno pagare.


Acqua, birra, latte

Acqua: l’altra bevanda onnipresente è il bicchiere gigante di acqua e ghiaccio (in proporzione 5%/95%). Bere è una manovra ardua. Se avete ancora otturazioni di carie classiche all’amalgama piombo/mercurio, meglio lasciar perdere o vi cadranno i denti. Appena inclinato il bicchiere per prendere un sorso, i cubetti di ghiaccio si posizionano tutti in sintonia per la fuga, alcuni riescono a scappare passandoti per il collo della maglietta, altri si spiaccicano contro la tua faccia, come per minacciarti: “Vuoi bere? Provaci!”. Se aspiri forte riesci a prendere mezzo sorso d’acqua e tanta aria, in modo rumoroso. Se inclini troppo il bicchiere, riesci a tirare qualche goccia in più, ma avrai il ghiaccio negli occhi e non potrai più respirare. Camerieri speciali dedicati si affannano per mantenerti il bicchiere sempre pieno di ghiaccio con un po’ d’acqua. Se chiedi acqua senza ghiaccio ti guardano come fossi un alieno, e ti viene il dubbio che stiano pensando di chiamare la polizia.

Latte: gli Americani continuano a bere latte fresco da adulti. Anche al ristorante. Ma non chiedete “latte”, che per loro è una specie di caffelatte.

Birra: da qualche anno ci sono le birre prodotte da birrerie dette artigianali, ma spesso di dimensioni industriali: la Yuengling, non certo una delle migliori, è considerata craft (artigianale) ma produce 3,3 milioni di ettolitri, quindi circa un miliardo di bottiglie all’anno! Se trovate una vera microbrewery, le loro birre sono ottime. L’americano medio però preferisce le birre industriali classiche (Budweiser, Coors, Miller, Busch, Michelob), liquidi diluiti di colore e gusto urologico, sempre servite a temperature criogeniche. Incredibilmente, tutte sono disponibili in versione Light. Le insipide Heineken e Stella Artois sono considerate come birre speciali europee, di lusso.


Vino e alcool

Nel vino si segue lo stesso pattern che per il mangiare: arriva una moda e tutti seguono, per anni. Si è passati dal vinone di cabernet e dallo chardonnay esageratamente marcato dalla quercia americana e dal diacetile (“buttery”) degli anni 80, al merlot degli anni 90, al pinot nero degli anni 2000.

Generalmente i vini americani sono cari, a qualità comparabile, rispetto ai nostri. Al ristorante il ricarico è molto meno esagerato che da noi. Normalmente, viaggiando, preferisco immergermi nella cultura locale e quindi mangiare e bere americano, ma per il vino al ristorante ci sono due ostacoli: il prezzo molto alto dei vini americani, e il prezzo relativamente basso di quelli europei. Il caso più eclatante fu qualche anno fa a La Jolla, quando dovetti scegliere tra un Pouilly-Fumé di Didier Dagueneau (che senza alcun dubbio per me fa i migliori sauvignon del mondo) a $55, e un modesto vino di Napa a $80. Vi lascio indovinare.

Per scoprire buoni vini americani, meglio avere un amico in loco che li conosce bene, e fidarsi di lui. Purtroppo nei ristoranti e nei negozi dominano i vini di marca, sempre gli stessi, quindi scelta limitata. Se vi va bene troverete un vino della Ridge, uno dei miei preferiti in California. Interessanti i vini dell’Oregon e del Washington. Mi è capitato di sperimentare con vini di zone poco vocate come l’Arizona: si va dall’imbevibile al… non male! Sempre sperimentare! Le visite alle aziende vinicole in California sono complicate e in molti casi sono paganti. Vieni inserito in un gruppo di persone che raramente capiscono qualcosa di vino. Insomma, passa subito la voglia.

La storia del vino in America inizia negli anni 1560: Ugonotti francesi in Florida avviano le prime produzioni di vino, a base di vitis rotundifolia, varietà Scuppernong, ma sarebbe prematuro parlare di moda del vino. Quel vino è disponibile ancora oggi ma raro, e proviene da una vigna di 400 anni. Lo presentai in una degustazione Slow Food anni fa, con reazioni miste.

Negli anni 1880, cioè ai tempi dell’invenzione della Coca Cola, fu fondata da un finlandese, Gustave Niebaum, l’azienda vinicola Inglenook, oggi proprietà di Francis Coppola.

Sappiate che ci sono varie città e contee che vietano l’alcool (Dry County o Dry City)8.


Consigli alimentari e consigli pratici per mangiare negli Stati Uniti

Nelle grandi città e in certe zone della New England potete trovare ottimi ristoranti, con qualità (e prezzi) paragonabili all’Europa. Se vi avventurate fuori dalle città, salvo in zone di villeggiatura, come il Vermont, e salvo eccezioni, la scelta di dove e come mangiare si riduce a ristoranti fast food e supermercati che vendono prodotti di fascia molto bassa. McDonald’s non è paragonabile alla versione europea, nell’America rurale sono locali tristi e spesso mal frequentati. Ma nell’America rurale, quel McDonald spesso è l’opzione a minor rischio sia igienico che gustativo. Non fidatevi del locale che vi sembra simpatico o, peggio, “tipico”, perché tipico è spesso sinonimo di gastrorrore. Vi propongono fagioli fatti in casa con la salsa della nonna? Tirate dritto e andate a prendere un Big Mac.

Il menu americano in generale ha una sezione “starters” che corrisponde più o meno al primo, e “entrées” che in francese vuol dire primi piatti ma in America vuol dire secondi. Poi c’è la sezione “dessert” per i dolci.

Porzioni troppo grandi: per noi non-americani, tenuto conto delle porzioni gigantesche, in USA conviene veramente spartire i piatti in due. Da noi ci vergogneremmo di chiederlo, ma in America è normale e accettabilissimo, nessuno batte ciglio, nemmeno nei ristoranti di lusso. Almeno così non ci sarà bisogno del doggy bag.

Al ristorante i prezzi sul menu non includono tasse e servizio. Quando ricevete il conto al ristorante, il conto indica le tasse, ma dovete aggiungere il servizio, generalmente tra il 18% se siete mediamente contenti, e il 22% se siete soddisfatti; nel calcolo, non contate le tasse o i vini. Nei ristoranti di fascia alta l’abitudine è di lasciare il 25%. Se pagate con la carta di credito, dovete aggiungere con la penna il servizio e il totale sui due scontrini. Se non lasciate niente, vi seguiranno fino alla macchina per farvi capire le abitudini del continente. Se intuiscono che siete straniero, a volte vi fanno il favore di aggiungere la percentuale giusta, non si sa mai. Paradossalmente il servizio viene detto “tip”, ovvero mancia, ma non è una mancia, il cameriere vive di quello, e riceve un salario fisso molto basso. Il tip è la loro paga. Sapendo che un buon servizio fa la differenza tra prendere il 18% e il 22% o più, è assai raro che il servizio sia scadente o anche mediocre; semmai, può dare un’impressione di eccesso di zelo.

Se fate un viaggio lungo e dovete fare la spesa per cucinare in casa o in campeggio o per farvi un panino, ci sono ottimi negozi nelle grandi città, ma più penetrate nel continente e più sarà difficile trovare materie prime di qualità. I supermercati Walmart sono enormi, la qualità è media. Se cercate alta qualità o prodotti per diete speciali Whole Foods è presente in molte città, e offre cibi ottimi a prezzi non moderati. Un ottimo compromesso è Trader Joe’s, che vende roba buona a buon prezzo senza la venerazione idolatra ed ossessiva del food praticata dai clienti di Whole Foods.


Altri consigli non propriamente gastronomici

Città: i centri delle grandi città oggi sono abbastanza sicuri. Avendo visitato New York regolarmente da 40 anni, direi che non c’è confronto, oggi si gira tranquillamente, a quei tempi invece c’era una certa ansia; negli ultimi 5 anni dello scorso millennio il sindaco, un certo Giuliani, non si sa come, ha trasformato la città radicalmente. Al contrario, non fatevi abbagliare da San Francisco, dinamica, bellissima da volerci vivere se non fosse per gli affitti astronomici9, ma con forte presenza, in certe zone, di drogati e criminali, specialmente nel quartiere South of Market (SoMa), dove si trovano tutte le grandi ditte dell’Internet come Twitter, Zynga, Google: non è zona per passeggiare.

Negozi: attenzione i prezzi indicati non includono le varie tasse, che vengono aggiunte alla cassa. Idem per il prezzo della camera di albergo.

Guida: la benzina costa poco. Lo STOP vuol dire fermarsi fino all’arresto completo, il rosso pure, ma se la via è libera puoi girare a destra col rosso, salvo controindicazione. Spesso ci sono STOP a 4 vie, la priorità è del primo arrivato, cominciando da destra. Gli stop e i limiti di velocità sono verificati con radar a bordo di auto o aerei della polizia. Se vi ferma la polizia, non uscite dalla macchina salvo se ve lo chiedono, non fate movimenti bruschi e non mettete le mani in tasca finché il poliziotto non vi chiede il documento.

DUI vuol dire “driving under the influence”, cioè guidare sotto l’influenza di alcool (>0.08% di alcool nel sangue) o droga; è soggetto al codice penale, e normalmente include multa e/o ritiro patente e possibile rinvio immediato in tribunale e prigione, quindi è un guai serio che può rovinarvi la vita. Meglio non bere e guidare! Oltre all’etilometro, spesso si controlla lo stato di ebrietà con il Walk and Turn Test10.

Se guidate, sappiate che, malgrado la reputazione di crimine e violenza degli USA, il rischio di furti dall’automobile è molto basso. La polizia e la giustizia non scherzano, se uno ruba non viene rimesso in libertà subito come in Europa, passa quasi certamente mesi in prigione. Quindi i piccoli furti non valgono il rischio. Se invece vi capita di finire per errore in un quartiere malfamato, non mettetevi a fare foto o selfie, invece fatevi il segno della croce e cercate di ritrovare la civiltà senza farvi notare.

Riserve indiane: ci sono regole da rispettare. Quasi tutte vietano l’alcool e le fotografie. Se chiedete di fotografare un autoctono, raramente accetterà. In certi luoghi potete comprare, a prezzo alto, il diritto di fotografare, ma non fotografate persone o luoghi sacri come i cimiteri. Non chiamateli indiani, sono decine di tribù molto diverse. Alcune riserve sono di un livello di povertà sconvolgente, altre sono dinamiche e moderne. Nelle riserve non c’è la polizia americana, ma una polizia speciale gestita interamente dagli autoctoni: nemmeno la FBI può entrare in una riserva.

Parchi: i parchi gestiti dal National Park Service sono molto ben tenuti, e i ranger sono sempre pronti a darvi consigli, fornirvi opuscoli informativi o rispondere alle vostre domande. Un permesso annuale per entrare con la macchina in tutti i parchi costa $85, quindi se ne visitate 3 conviene. I parchi americani sono pieni di animali selvatici: è normale vedere un gran numero di bisonti, cervi, alci, daini, falchi, scoiattoli e qualche aquila, volpe; raramente, anche orsi, linci, puma, serpenti a sonagli, avvoltoi. Obbedite gli avvertimenti sulla meteo, sugli animali e sulle regole del parco. Ogni anno decine di persone muoiono di incidenti stupidissimi: cadono dall’orlo del canyon facendosi il selfie, si fanno eviscerare da un bisonte, muoiono di disidratazione, si annegano; ultimamente, un turista ha voluto avvicinarsi a un geyser e ci è caduto dentro bollito, un altro ha messo il filgio di 4 anni in groppa a un alce. Un bisonte pesa una tonnellata e di solito è placido, ma può innervosirsi d’improvviso, e sappiate che può correre a 50 km/h e saltare ostacoli alti due metri. Se vi aggirate nei canyon e arriva un temporale, anche distante, può capitare un “flash flood”, un’inondazione improvvisa e violenta. Non passeggiate sulle piste senza portare almeno un litro di acqua a testa. Non guidate su strade non asfaltate se non avete un 4x4 “high clearance”. Non guidate in un parco nel deserto se non avete un minimo di ¾ di serbatoio pieno.

WiFi e Internet: Starbucks, se non eccelle per il caffè, si distingue per la fornitura, sempre e ovunque, di WiFi gratuito, rapido e affidabile. Nel paese della tecnologia connettersi non è facile, i costi della banda larga sono tre volte quelli europei, e negli alberghi, anche di lusso, il WiFi è spesso scadente e caro. Attenti alla rete WiFi dove vi connettete, ci sono tanti hacker. Se possibile usate il WiFi con il telefonino e non con il PC. Conviene sempre disattivare il data roaming sul cellulare, per evitare di tornare a casa e trovare una fattura di centinaia di euro.

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Note

1  http://www.bloomberg.com/news/articles/2015-04-14/americans-spending-on-dining-out-just-overtook-grocery-sales-for-the-first-time-ever

2  https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_diets

3  https://en.wikipedia.org/wiki/John_Harvey_Kellogg

4  https://en.wikipedia.org/wiki/Coffee_enema

5  Cajun è una corruzione di “Acadian”, cioè i francesi espulsi dall’Acadia e costretti a migrare nel Louisiana

6  Quasi sempre si tratta di un surrogato a base di sciroppo di mais e aromi chimici con un retrogusto particolarmente aggressivo e persistente che non ha nulla a che vedere col raro vero maple syrup (prodotto nel Quebec, Ontario e Vermont)

7  Dal libro Table Talk di A A Gill

8  https://en.wikipedia.org/wiki/Dry_county

9  anche più di New York, circa $3000 al mese per uno studio da 25 mq

10  tracciano una linea per terra, e vi chiedono di fare 9 passi avanti lungo la linea, girare di 180 gradi e di nuovo 9 passi, a ogni passo mettendo il tallone del piede contro la punta di quello dietro
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#6 Commenti

  • Andrea D'Ascanio

    Andrea D'Ascanio

    Grandissimo Mike, mi hai fatto rivivere il mio viaggio nella west coast! In effetti l'unico errore in cui incorsi 10 anni fa, fu quello di alloggiare in un hotel della 7th St a SF. Fortunatamente proprio sul confine "Market St" ma confermo che già all'epoca le persone messe peggio le incontravo fra la 7th e Powell St. Station.
    Ristoranti italiani evitati per 23gg come la peste, ho ceduto alla pasta soltanto una volta proprio a S.F. (Zuni cafè), uno spaghetto bianco al tonno, che dall'aspetto sembrava decente e nella realtà si rivelò ottimo e meglio cotto rispetto a certi locali nostrani.

    Ancora ricordo con l'acquolina in bocca le colazioni allo Jailhouse cafè di Moab

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    #1
  • Andrea D'Ascanio

    Andrea D'Ascanio

    Grandissimo Mike, mi hai fatto rivivere il mio viaggio nella west coast! In effetti l'unico errore in cui incorsi 10 anni fa, fu quello di alloggiare in un hotel della 7th St a SF. Fortunatamente proprio sul confine "Market St" ma confermo che già all'epoca le persone messe peggio le incontravo fra la 7th e Powell St. Station.
    Ristoranti italiani evitati per 23gg come la peste, ho ceduto alla pasta soltanto una volta proprio a S.F. (Zuni cafè), uno spaghetto bianco al tonno, che dall'aspetto sembrava decente e nella realtà si rivelò ottimo e meglio cotto rispetto a certi locali nostrani.

    Ancora ricordo con l'acquolina in bocca le colazioni allo Jailhouse cafè di Moab

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    #2
  • Paolo Carlo Ghislandi - Cascina i Carpini

    Superlativo!

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    #3
  • Mike Tommasi

    Mike Tommasi

    Andrea, a volte trovi cose che non ti aspetti. Come al parco di Mesa Verde: un ristorante dall'apparenza "normale", dove ho trovato uno dei migliori piccioni arrosto... E pure a Moab qualcosina di buono buono.

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    #4
  • Clayver

    Clayver

    Ma la carne la vendono i comuni macellai anche lì?

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    #5
  • Mike Tommasi

    Mike Tommasi

    Ci sono, ma sempre meno...

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    #6

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