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#4 Commenti

  • Davide Robbiati

    Davide Robbiati

    Lodo questo tuo scrivere satirico, Filippo, e applaudo a questo bel monologo da palcoscenico! Divertente perchè preciso e illuminante, irriverente e terribilmente vero.
    Che poi, ricordo di avere assaggiato, in quel di Vinessum 2016, la Garganega di EKW: un vino che mi è piaciuto moltissimo. In fin dei conti, non è questo l'importante? Fare il vino che vuoi e che ti piace, farlo assaggiare e raccontarlo, raccogliere consensi e guadagnare popolarità, mantenendo sempre vigile l'attenzione sulla qualità e sul motivo del proprio lavoro. Ogni talebanismo [o talebanesimo, o come si vorrà dire...] è un errore, sia da un lato che dall'altro. Spiegare e fare cultura credo sia fondamentale; ma esistono persone che, semplicemente, non sono interessate al discorso: non credo sia corretto etichettarle con lapidarie quanto infamanti didascalie. Io non seguo il calcio, ad esempio: come mi si vorrà descrivere, in un ambiente di ultras?
    [PS: spero di aver azzeccato tutte le virgole! ;)]

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    #1
  • Clayver

    Clayver

    Aggiungo se Filippo me lo consente, senza che il padrone del post facesse nulla per moderare questi fenomeni, che fanno molto comodo agli interessi che ha nel campo dei vini naturali.

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    #2
  • Claudia Donegaglia

    Claudia Donegaglia

    Noto con dispiacere che non sono stati citati i commenti sulla coperazione, nel post iniziale di Marchetti che ha generato il post di Luca.
    Pazienza

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    #3
  • Marilena Barbera - Cantine Barbera

    Marilena Barbera - Cantine Barbera

    Per il produttore - ma anche per il distributore, o agente, o amico, o sostenitore - ci sono tanti modi per parlare del proprio vino.

    Il primo modo è quello di raccontare in positivo il proprio lavoro: lodare le caratteristiche organolettiche del vino che si vuole promuovere, farne emergere le peculiarità, attirando l'attenzione dell'interlocutore sugli aspetti di qualità, unicità, esclusività, genuinità, naturalità, eccetera. Sugli aspetti che, si ritiene, veicolino efficacemente il messaggio che si vuole trasmettere al proprio interlocutore. Che può anche, ma non solo, essere il consumatore del vino di cui si parla.

    Il secondo modo è quello di raccontare in negativo il vino di un altro produttore (o rappresentato da un distributore, o agente, o altro) in maniera da contrapporlo al proprio. Si evidenziano i difetti del prodotto concorrente in maniera da far risaltare, in modo più o meno velato, quelli che si considerano i propri pregi.

    E poi c'è un terzo modo, particolarmente odioso, che mira a denigrare, vilipendere, oltraggiare in maniera sgarbata e volgare non solo il vino concorrente, ma anche il complesso di valori che quel vino rappresenta. E che, insieme a quel complesso di valori - che possono non essere condivisi ma che non per questo è lecito offendere, - insulta il lavoro che ha generato quel vino e le persone che sono, direttamente o indirettamente, coinvolte nel processo produttivo e distributivo.

    Questo terzo modo non ha a che fare né con la punteggiatura né con - eventuali - errori di grammatica o sintassi, ma ha molto a che fare con l'incapacità del suo autore di trovare altro modo per farsi pubblicità se non quella di gettare merda a casaccio. Non comprendendo, preso com'è da questa fregola di denigrare tutto ciò che non corrisponde esattamente al proprio personale (e mi consentirete, a questo punto) limitatissimo orizzonte, che tutta quella merda finirà per insozzare pure il proprio orticello.

    In fin dei conti, questo sarebbe l'importante: "Fare il vino che vuoi e che ti piace, farlo assaggiare e raccontarlo, raccogliere consensi e guadagnare popolarità, mantenendo sempre vigile l'attenzione sulla qualità e sul motivo del proprio lavoro."
    Non di certo insultare la gente che non la pensa (o che non lavora) come te.

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    #4

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