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#10 Commenti

  • Rinaldo Marcaccio

    Rinaldo Marcaccio

    Secondo me la questione straborda di ipocrisia.
    Da un lato i produttori se ne dicono di peste e corna l’uno dell’altro (…e ciò sarebbe sufficiente per chiudere subito il discorso) e si adoperano per “aprire cantine” possibilmente tutto l’anno mostrando il proprio lavoro ai consumatori, dall’altro però quando si tratta di aprire metaforicamente la cantina, mettendo nero su bianco, allora tirano indietro la mano.
    Se esiste, come oggettivamente esiste, una complicazione di tipo burocratico, io direi che bisognerebbe impegnarsi per risolverla e non invece utilizzarla come un alibi per non fare.
    Ma andiamo al nocciolo.
    Io credo che oggi esista una differenziazione delle impostazioni produttive, ma al consumatore non è dato sapere chi appartenga a questa o a quella impostazione produttiva, perché le etichette sono omologate.
    Io dico che se si vuole trovare un compromesso tra l’oggettiva complicazione burocratica e il servizio di trasparenza che si deve al consumatore, bisognerebbe almeno trovare delle simbologie di sintesi da applicare in etichetta, in base alle quali l’utente possa individuare a quale impostazione produttiva appartenga quel prodotto.
    Quindi, in base a tale mio ragionamento, riterrei che parlare semplicemente d’ingredienti risulterebbe riduttivo se non addirittura fuorviante, poiché è la parte delle pratiche enologiche di trattamento fisico dei vini quella dirimente, la quale, una volta trovata una simbologia di sintesi, potrebbe meglio chiarire l’impostazione produttiva di un’azienda, sdoganerebbe e darebbe piena legittimità a pratiche finora nascoste nonostante consentite, darebbe un riferimento sulla tipologia del prodotto all'acquirente.

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    #1
  • Alessandra Biondi Bartolini

    Alessandra Biondi Bartolini

    e chi mette i paletti alle tipologie produttive ?

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    #2
  • Rinaldo Marcaccio

    Rinaldo Marcaccio

    Io non ho parlato di paletti.

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    #3
  • Mike Tommasi

    Mike Tommasi

    paradossalmente chi arricchisce tramite osmosi inversa lo fa tranquillamente (non è un ingrediente) senza conseguenze in etichetta. Quindi lista breve per vino trafficato... ;-)

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    #4
  • Alessandra Biondi Bartolini

    Alessandra Biondi Bartolini

    auto-arricchire con pratiche fisiche è ammesso e le tecniche di produzione non vanno in etichetta per nessun alimento (tu sai se hanno centrifugato o a che velocità hanno emulsionato la maionese?) , per la legge non esiste un vino "trafficato".

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    #5
  • Alessandra Biondi Bartolini

    Alessandra Biondi Bartolini

    scusami allora non ho capito Rinaldo, cosa intendi per impostazione produttiva?

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    #6
  • Rinaldo Marcaccio

    Rinaldo Marcaccio

    ...ma come che intendo!?!? Che domanda fai? ...vini artigianali, convenzionali, naturali, biodinamici, industriali, garage, biologici, arcaici...e che sò tutti uguali i produttori? ...secondo questo tipo di etichettatura, oggi come oggi sì. Poi però il vignaiolo non mi si può lamentare che il consumatore odierno non capisce una mazza, se lui è il primo che consente ciò.

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    #7
  • Filippo Ronco

    Filippo Ronco

    Si Rinaldo ma il post parla di etichettature e di ingredienti, additivi, coadiuvanti. Quello di cui parli tu è un po' un minestrone, rispettabilissimo intendiamoci perché è ciò che interessa di più al consumatore, però metti insieme processi produttivi con disciplinari agronomici, dimensioni produttive con altro. Alessandra ha scritto un post perfetto, completo e competente sul tema. Che poi ci sia un enorme problema di comunicazione che coinvolge quindi anche le etichette è lampante.

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    #8
  • Rinaldo Marcaccio

    Rinaldo Marcaccio

    Infatti lo scopo del mio intervento era proprio questo e cioè di spostare dagli ingredienti (per i quali, se non ho capito male, ci sarebbe già una normativa) ad altro. Cioè l'etichettatura dovrebbe riflettere, secondo me, la diversificazione produttiva esistente. Io credo che fossilizzare il dibattito sui primi, rischia di farci perdere il nocciolo vero della questione.

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    #9
  • Alessandra Biondi Bartolini

    Alessandra Biondi Bartolini

    Per questo ci sono le certificazioni volontarie. Definisci cosa fai o anche come ti vuoi chiamare e chiami un ente terzo a certificare (verificandolo) che quello che fai è quello che hai dichiarato di fare. (comunque chiedere è lecito)

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    #10

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