#12 Commenti

  • Roberta Zennaro

    Roberta Zennaro

    buongiorno e buon anno. bell'articolo grazie, lo userò quando andrò a trovare le cantine mie clienti. ma anche i frantoi, i produttori di cereali italiani ecc. perché ho il piacere di segnalare che esiste un protocollo ulteriore di sostenibilità ambientale di cui faccio parte quale responsabile sviluppo.
    si chiama FOE - Friend of the Earth ed è volto a promuovere pratiche agricole rispettose dell'ambiente. agricoltura sostenibile insomma.
    http://www.friendoftheearth.org/IT/
    inclusa la vitivinicoltura, con il vantaggio per un produttore di vino che vi si accosta di avere molti più parametri del solito da verificare, di solito 12. quantitativi come quelli che ha citato lei, utilizzo di prodotti chimici - acqua - energia. ma anche qualitativi come la flora e fauna presenti nel vigneto, l'ecosistema circostante, le risorse umane utilizzate. l'altro enorme vantaggio è il supporto di FOE in tutte le fasi prima e dopo la certificazione, che avviene come di consueto col suporto degli enti preposti tra cui quelli da lei citati, che intervengono solo per il breve tempo dlel'ispezione, di solito di 1-2 gg.
    rimango a disposizione e porgo cordiali saluti a lei e a tutti i lettori. ROBERTA ZENNARO

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    #1
  • Roberta Zennaro

    Roberta Zennaro

    ora però devo recuperare anche gli altri interventi sul vino sostenibile tutti forieri di spunti interessanti

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    #2
  • Armin Kobler

    Armin Kobler

    È da un po' che mi chiedo se una certificazione non possa migliorare il mio lavoro.
    Per essere chiamati a continuare continuamente a migliorare la qualità del prodotto, dell'ambiente e d'altra parte avere in mano qualcosa che in modo semplice riesco a passare o spiegare ai miei clienti, attuali e potenziali.
    Strano, che proprio adesso, che questi giorni volevo chiederti quale certificazione mi proporresti, appare l'articolo.
    Grazie!

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    #3
  • Filippo Ronco

    Filippo Ronco

    Mi salta agli occhi un problema.
    La riconoscibilità del marchio dell'ente certificatore e immediatamente la mia mente è andata a rovistare tra le sinapsi per trovare un marchio/logo che fosse riconoscibile, bello, facile da memorizzare, con buona reputazione. Non ho dovuto lavorarci troppo, mi è balenato in mente il marchio FIVI, quello che appare sempre più spesso sulle capsule dei produttori aderenti all'associazione dei vignaioli indipendenti.

    Ora, sarebbe così assurdo ipotizzare che FIVI oltre a quanto fatto fin qui preparasse un proprio disciplinare "di minima" condiviso che oltre alla tipologia di produttore certificasse anche qualche pratica ammessa e non ammessa? Lo so, sarà un bagno di sangue arrivare a pochi concetti chiave ma se ci riuscissero avrebbero il marchio più forte, riconoscibile e bello oggi presente sul mercato. Poi a stringere le briglie si fa sempre a tempo, a poco a poco, mi accontenterei davvero di qualche regola di massima sulla linea di quelle già previste per l'accesso all'associazione, solo appena più tecniche e legate al processo di produzione/vinificazione.

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    #4
  • Fabio Capurro

    Fabio Capurro

    Purtroppo molto spesso la certificazione viene vista come un fastidio e uno spreco di soldi, soprattutto nelle realtà più piccole. E' anche vero che troppo spesso le aziende si certificano solo perché richiesto da clienti o capitolati per cui si affidano ad agenzie che offrono servizi scadenti a poco prezzo e in tempi troppo ridotti per comprendere realmente i benefici di una certificazione fatta come si deve.
    Questo articolo spiega bene il vero senso delle certificazioni, che devono essere un aiuto concreto alla gestione dell'azienda o alla realizzazione di prodotti.
    Dal mio punto di vista i Sistemi Qualità non solo migliorano l'efficenza dell'impresa, nel caso della ISO 9001 lo scopo della norma stessa è quello di dimostrare la capacità di fornire con regolarità prodotti o servizi che soddisfino le richieste dei clienti o i requisiti di legge, pertanto un sistema di gestione fatto bene semplifica notevolmente il lavoro a chi vuole o deve sottostare anche a certificazioni di prodotto.

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    #5
  • Alessandra Biondi Bartolini

    Alessandra Biondi Bartolini

    Nel caso di un disciplinare tecnico certificabile Filippo non potrebbe essere comunque FIVI a certificarlo in quanto, come associazione di produttori non avrebbe il requisisti della terzieta' ma rientrerebbe nel caso, discutibile, del controllore che coincide con il controllato. Questo non toglie che FIVI non possa (anche se personalmente non credo che rientri nei loro obiettivi) creare un disciplinare tecnico e faccia in modo che sia un ente terzo a certificarlo.

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    #6
  • Filippo Ronco

    Filippo Ronco

    No certo, questo lo davo per scontato.
    Cioè controllore terzo ma disciplinare proprio e logo proprio nel senso che anche se fosse presente il logo di un ente certificatore terzo, il logo che verrebbe arricchito di significato sarebbe quello di fivi che è quello commercialmente più appetibile.

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    #7
  • Fabio Capurro

    Fabio Capurro

    Disciplinare e logo Fivi controllato e certificato da terzi quindi. Bisognerebbe chiedere agli enti certificatori se è fattibile

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    #8
  • Alessandra Biondi Bartolini

    Alessandra Biondi Bartolini

    Se basato su indicatori misurabili e verificabili perchè no? Dal mio punto di vista però un marchio di qualità esula da quella che è la mission di rappresentanza anche istituzionale di un'Associazione di produttori. Potrebbero essere certificabili anche gli stessi paletti di accesso all'Associaizone che già esistono relativi alla traccibailità del processo ad esempio.

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    #9
  • Paolo Carlo Ghislandi - Cascina i Carpini

    Ma che bello questo post di così facile comprensione nei suoi tratti essenziali.
    Lavoro con le certificazioni dal 1994, praticamente le ho viste nascere e ancora oggi le seguo con interesse in qualità di consulente esterno per alcune aziende operanti in settori diversi.
    E' bene sottolineare che la conformità ad una norma non è di per se qualcosa di innovativo e, semplificando, significa adeguarsi volontariamente a ciò che, allo stato dell'arte, rappresenta il miglior modo di fare impresa, condiviso dalle migliori organizzazioni di successo di un determinato settore.
    Esistono norme specifiche per ormai quasi tutti gli ambiti gestionali di un'impresa, ritengo che alcune di esse siano molto interessanti anche nell'ambito agricolo ed enologico.
    Adeguarsi ad una norma non implica necessariamente richiedere la certificazione e questa è stata la mia scelta fino a ieri, ma poi mi sono reso conto che , nella grande confusione generata dall'iper informazione mediatica, una certificazione val più di mille parole.
    Per fare un esempio pratico, lo faccio sulla mia realtà, ho deciso l'anno scorso di farmi certificare l'azienda su tre norme che ritengo coerenti con i valori che voglio comunicare.
    Ho così avviato l'iter per il vino biologico secondo il regolamento europeo REG CE 834/07 e EC 889/08
    ed ho contemporaneamente ottenuto la certificazione VeganOK e Green Care.
    Il vino, da domani, non sarà ne peggiore ne migliore di prima, semplicemente il consumatore potrà identificare o riconoscere più facilmente i valori e le scelte che io opero in vigna ed in cantina e decidere consapevolmente se identificarcisi o meno.
    Avere un ente terzo che vigila e offre costanti spunti di miglioramento, è anche uno stimolo a trovare soluzioni sempre migliori sempre coerenti con la missione aziendale.
    Certamente tutto questo ha dei costi, ma di contro offre anche recupero di efficienza nella gestione dei processi e, perché no, anche una semplificazione nella comunicazione dei propri valori.
    E' mia opinione che, con la massima onestà intellettuale, le certificazioni aiutino le attività quando e se le stesse le adottino per i giusti scopi.

    Ciao, Paolo

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    #10
  • Fabio Capurro

    Fabio Capurro

    Direi che Paolo ha sintetizzato perfettamente lo spirito delle certificazioni. Le aziende che lavorano bene hanno praticamente già tutti i requisiti per essere certificate, sta a loro decidere se farlo o no, a quel punto si tratta di una spesa relativamente sostenibile, considerando anche il fatto che, giustamente, un ente terzo può offrire spunti che solo chi osserva dall'esterno può dare

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    #11
  • Alessandra Biondi Bartolini

    Alessandra Biondi Bartolini

    Grazie Paolo, il tuo intervento completa a 360° il senso del post.

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    #12

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