Guccini, l'Appennino e il Pinot nero

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Guccini, l'Appennino e il Pinot nero
“…io, la montagna nel cuore, scoprivo l'odore del dopoguerra...
……
…io son sempre lo stesso, sempre diverso,
cerco le notti ed il fiasco, se muoio rinasco, finchè non finirà.
.. “
(Piccola Città)

Mi piace far canzoni e bere vino, mi piace far casino, poi sono nato fesso…
(L’Avvelenata)

"Dopo un bicchiere di vino, con frasi un po’ ironiche e amare,
parlava in tedesco e in latino, parlava di Dio e Schopenhauer.
…..
E quelle sere d’ estate sapevan di vino e di scienza,
con me che lo stavo a sentire con colta benevolenza."

(Il Frate)

Se parlare di montagna e delle sue genti rievoca in voi immagini di piste innevate e chalet fioriti non conoscete l’Appennino e le sue storie di isolamento, di emigrazione e di abbandono, di natura selvaggia, di agricoltura povera e prodotti aspri, di paesi fantasma che rinascono solo d’estate, di tornanti infiniti e mal d’auto, di personaggi unici e poeti. Tra i vignaioli quelli dell’Appennino Toscano che, tornando a crederci e a coltivarlo (i vigneti c’erano sempre stati ma il vino.. lasciamo perdere), hanno dato una casa adatta al più nobile dei vitigni, sono pochi (quattro matti li ha definiti qualcuno) e si sono riuniti nell’Associazione dei produttori di Pinot nero dell’Appennino Toscano, che ogni anno presenta le ultime annate nell’appuntamento di Eccopinò.

Tra gli uomini che hanno celebrato l’Appennino con la poesia delle canzoni e i personaggi delle storie, uno su tutti, Francesco Guccini da Pavana, provincia di Pistoia quasi Modena. Allora…mi disseto un momento e cominciamo subito (cit.).

Si sono incontrati il 27 marzo a Licciana Nardi, in Lunigiana (la Terra di Mezzo dell’Appennino divisa tra Liguria, Toscana ed Emilia) Francesco Guccini, il Gigante dell’Appennino come lo ha soprannominato Massimo Cirri, psicologo e conduttore radiofonico (Caterpillar Radio2) che ha condotto l’evento, montanaro in buona percentuale come si è definito lui e i produttori di Pinot nero, per parlare delle loro montagne con le loro leggende e del vino e poi per assaggiarlo con un pubblico ristretto di ristoratori, giornalisti e appassionati (io c’ero).

Perché Guccini? “Perché” ha spiegato Cipriano Barsanti (nella foto accanto a Guccini), presidente dei Vignaioli di Pinot nero, “nei nostri incontri di Eccopinò vogliamo parlare del terroir e in futuro incontreremo geologi ed agronomi che ce lo sapranno raccontare dal punto di vista scientifico e tecnico ma prima di tutto vogliamo parlare delle persone e abbiamo chiamato chi con le canzoni, i romanzi e recentemente anche i gialli (quelli scritti a quattro mani con Loriano Machiavelli ndr) ha saputo descrivere così bene le genti dell’Appennino, Francesco Guccini appunto e Massimo Cirri, appenninico anche lui come noi.


La montagna nel cuore


La storia che ci ha raccontato Guccini è una delle tante che si possono sentire nei molti Circoli dei paesi come quello dove anch’io vivo (stessa montagna, quella pistoiese, quella che ha accolto me “nata da una conchiglia, che la mia casa è il mare e con un fiume non posso cambiare” come diceva invece Ivan Graziani). I primi anni dell’infanzia con i nonni paterni a Pavana e poi, trasferitosi a Modena con i genitori, tutte le feste e le vacanze passate tra i monti dove oggi è tornato, Guccini racconta di avere imparato a bere il vino proprio lì a cinque o sei anni, allungato l’acqua “che faceva sangue dicevano”, o con il pane e lo zucchero.

A Pavana, dove il vino i locali lo facevano anche, nelle vigne “di là dall’acqua” e cioè dall’altra sponda del fiume, che tutte le famiglie avevano, dalle uve di una varietà ormai scomparsa il Monastello, ma che “per berlo bisognava essere in tre, due che ti tenevano e il terzo che te lo versava in bocca”, quando si voleva bere meglio si comprava il vino toscano, il fiasco di Chianti, oppure il Lambrusco e per le feste i bianchi dolci dell’Emilia e della Romagna.

Il vino al piccolo Guccini piaceva visto che si narra che un giorno lo abbiano colto a lanciar sassi nel pozzo “che se l’acqua finisce poi da bere non me la date più” dice di essersi giustificato lui.

La scelta era quindi tra la grassa Emilia e l’aspra Toscana, tra le bollicine del Lambrusco (un vino serissimo a dispetto di quanto credono i toscani e i piemontesi) e il fiasco del Chianti, di là il sugo (un dolce al quale gli emiliani sono ancora felicemente affezionati) fatto con la farina bianca e il vino, di quà la farinatina (un dolce dell’Appennino fortunatamente scomparso) fatto con la farina di castagne e il mezzo vino “che ti saliva un bruciore di stomaco che ci volevano giorni a farselo passare”. E poi ci sono le leggende, che montagna sarebbe senza le leggende?


Le leggende della montagna: gli aculei dell’istrice e il fiasco di Guccini


Tutto è cambiato nei paesi e nei boschi dell’Appennino, sono cambiate le persone, sempre meno e sempre più anziane (nei boschi dove ieri c’erano i carbonai oggi ci sono gli elfi – è vero sono circa 200 e vivono sulla montagna pistoiese) e sono cambiati  gli animali, l’istrice ad esempio o il cinghiale che un tempo non erano così frequenti. Sono cambiate anche le leggende e anche le leggende sugli animali, come quella dell’istrice che lancia gli aculei “sai che forza che ci vuole, li perderà povera bestia, mica li lancia” o quella per cui la Forestale avrebbe buttato le vipere con il paracadute “che lo sto ancora cercando quello che le ha viste le vipere con il paracadute”.

Le leggende su Guccini (che come ha detto Cirri è motivo di veri e propri pellegrinaggi e di più del 90% dell’indotto turistico del comune di Pavana) invece non cambiano. Come quella che basta arrivare con una bottiglia di vino alla sua porta del paesello e lui ti accoglie e si va avanti a parlare per interi pomeriggi ad esempio.

In casa Guccini a Modena si faceva economia e il vino non è entrato che con i primi soldi guadagnati con le mie canzoni, per cui quella che io sia un grande bevitore è una leggenda. Come quella dell’istrice che lancia gli aculei praticamente”. Ha detto. Fermi un attimo; maestro, ci sono i testimoni, i suoi concerti li abbiamo visti in tanti, ci sono anche le registrazioni, il bicchiere si riempiva e anche diverse volte… “Poi dicono che io brandissi il fiasco nei concerti, che brandire un fiasco non è mica facile, era una bottiglia mica un fiasco”.

E così la mia lettura sociologica sull’evoluzione del Maestrone di Pavana e del passaggio dal proletario fiasco dei concerti al Pinot nero fighetto del Guccini maturo, lettura del cambiamento dei giovani intellettuali di ieri, salta. Meglio così forse, ma secondo me maestro…l’istrice gli aculei li lancia proprio.


Quei matti del Pinot nero

Che coltivare e vinificare il Pinot nero non sia una passeggiata lo sappiamo, che fare gli agricoltori e vivere sull’Appennino sia per certi versi ancora più dura lo abbiamo capito anche dalle parole di Cirri e di Guccini (e io confermo).
Loro, i Vignaioli di Pinot Nero dell’Appennino Toscano, hanno scelto, ognuno in modo indipendente, di affrontare la sfida delle sfide. Dal Casentino alla Lunigiana con la sola interruzione della Montagna Pistoiese (qualcuno cerca di convincermi ma l’idea dei registri telematici più che dei terrazzamenti mi scoraggia) sono sette, presentati da Cirri ognuno nei suoi lampi di follia.

I primi partendo da Ovest sono Andrea Ghigliazza e Sabina Ruffaldi, fuggiti da Milano per approdare in Lunigiana e creare l’azienda Casteldelpiano, ristrutturando un Castello che fu dei Malaspina e piantado la vigna nella quale producono il loro Pinot nero che si chiama Melampo come il cane di Pinocchio.

Poi c’è la Garfagnana con Macea di Antonio e Cipriano Barsanti, che non contenti della sfida del Pinot nero nei terreni terrazzati hanno scelto anche la gestione biodinamica, come ha fatto del resto anche l’altro produttore lucchese Gabriele Da Prato dell’azienda Concorì.

In Mugello sono in tre: c’è la Fattoria il Lago di Dicomano, la più grande, di Filippo Spagnoli e Michele Lorenzetti, doppia laurea in biologia ed enologia messe da parte per produrre il Gattaia nell’azienda Terre di Giotto.

E poi c’è il Rio di Paolo Cerrini e Manuela Villimbrgo, che uniscono nel loro vino l’inventiva e lo stile di un artigiano orafo fiorentino e di una giornalista di città. Sono di parte lo confesso, Paolo e Manuela sono amici e ci unisce una stima reciproca ma quando sento parlare di vignaiolo artigianale non c’è biologico, naturale o biodinamico che tenga: l’artiginalità che per me è inventiva, innovazione, manualità, ingegnosità è quella di Paolo che ogni anno se ne studia una nuova, in vigneto e in cantina (e Manuela dice anche in casa) e poi mi chiede se potrà funzionare (il più delle volte rispondo “non lo so” ma lui dice che gli sono di aiuto). Delle sue invenzioni (non a caso ci siamo conosciuti a Vinci..) si potrebbe scrivere a lungo e magari lo faremo. Il Ventisei (si chiama così il loro Pinot nero) del 2015 è uno dei migliori da quando li conosco e conferma che molte delle invenzioni di Paolo funzionano.

E per chiudere c’è il Casentino di Podere della Civettaja, dove Vincenzo Tommasi, che è colui che li ha riuniti tutti sei anni fa andandoli a pescare uno per uno nelle loro valli col sogno di fare della viticoltura una nuova risorsa per l’Appennino, produce il suo Pinot nero che con i suoi profumi e la dolcezza dei suoi tannini si conferma ogni anno una garanzia.
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