Il Sulcis del Carignano, delle Miniere e dell'Atlantide

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Il Sulcis del Carignano, delle Miniere e dell'Atlantide
Quaranta su quattromila.
Diciamo quattromila per non sbilanciarci dato che diverse recenti ricerche archeologiche ricalcolano l’avvento della civiltà in Sardegna in tempi ben più remoti. Ma diciamo quattromila, per convenzione storica.
Ecco: quarant’anni su almeno quattromila di civlità umana. Questa è la durata, a grandi linee, della storia mineraria del Sulcis. E il Sulcis i quarant’anni li ha sentiti, lo hanno segnato più di qualsiasi altro passaggio storico.

Carbonia è stata fondata nel 1937. L’altro ieri, in pratica. Centro strategico, economico e operativo della nuova ricchezza, del sogno di uscire dal decentramento forzato e dalla povertà.
E, da allora, decenni intensi di sviluppo, di cambiamento, di lavoro duro, di lotte sindacali.

Una manciata di giorni fa, degustando un Carignano, stavo parlando con un ristoratore, e ci chiedevamo cosa potrebbe spingere una persona a scendere fino alle viscere della terra, rischiando la morte e mettendo in conto danni irreparabili per la propria salute. Erano altri tempi, tempi in cui forse la propria vita aveva significato solo in quanto garanzia di sopravvivenza per la famiglia.
Il lavoro, quel lavoro, e le guerre, quelle guerre, a noi sembrano appartenere a un’altra storia, a un’altra civiltà umana.

Enrico Esu è un quarantenne brillante, modesto e appassionato, cresciuto allo stesso tempo grazie al lavoro del padre in miniera, grazie al suo volto nero e alle sue mani segnate dalla fatica, e grazie alla passione che il padre riversava ogni notte e a ogni alba, in ogni giorno e ora liberi dal carbone, nella vigna.

L’accoglienza è semplice da Enrico, basta un giro nelle sue bellissime vigne su sabbia a piede franco per capire di cosa stiamo parlando. Piante forti, foglie di un verde intenso, quasi a contrastare il nero della storia recente di questi luoghi.
La sua cantina è spartana, essenziale, funzionale al lavoro e alla vinificazione.

Il Carignano, un’uva dalla pessima reputazione (così si legge, e lasciamo a chi assaggia il giudizio reale) per secoli utilizzata da taglio, e dalla grande vigoria. Forse arriva dalla Spagna, forse dalla Sardegna, fatto sta che più andiamo in fondo alla genealogia della vite, più ci rendiamo conto che è tutto un grandissimo casino. Alcune ricerche storiche posizionano diversi ettari di Carignano fino alla fine del XIX Secolo sui colli Bolognesi. Non so se definirlo autoctono o internazionale, sta di fatto che non mi interessa più di tanto.

Posso però dire che Carignano di Enrico, finalmente, è un’espressione pura del rapporto tra la terra, la pianta e la persona. E forse è questo il vero e unico significato di “tipicità”.

Mi ha mostrato con orgoglio le foto della miniera, archeologia industriale claustrofobica e ancora perfettamente funzionante, a metà tra il parco giochi e il thriller psicologico. Sotto a quelle torri ci sono gallerie profonde centinaia e centinaia di metri, che ti ricordano quanto sia vicina la storia. Seruci è profonda 280 metri, Nuraxi 500. Ci si arriva in macchina, e le Istituzioni stanno lavorando per dare questa possibilità anche a gruppi di viaggiatori, a chi voglia scoprire la storia recente del Sulcis.


Siamo di nuovo in un’altra Sardegna. Una Sardegna piccola, incastrata tra le spiagge e gli altopiani, mai sfiorata dal turismo. Una manciata di chilometri dalla penisola di Sant’Antioco, dalle sue scogliere incontaminate e dalla sua storia misteriosa.
Un’altra manciata di chilometri da Giba, madre patria dei carciofi, e dalle spiagge bianche per kitesurfers di Porto Pino.
Una manciata di chilometri da Chia e da Capo Spartivento, in quell’angolo di Sardegna che pare fosse l’Atlantide, e qui apriamo un capitolo di archeologia in sviluppo, alla faccia di chi dice che la Storia è già tutta scritta.
C’è un libro che parla di questa zona, che parla dell’Atlantide, che parla di letteratura, geologia, archeologia, mito, società. Si chiama “Il Mare Addosso”.
Miniere e Carignano sono l’espressione della storia più recente, che affonda però le proprie radici in un passato affascinante ed emozionante. Abbiamo parlato dei quarant'anni, ma bisogna scoprire i quattromila, che appunto forse diventeranno molti di più.
Leggetelo, perché non ho ancora trovato uno specchio migliore, più profondo e più sincero, della realtà sociale e storica del Sulcis.
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