Mikkeller Beer Celebration: viaggio al termine del nerdismo birrario

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Mikkeller Beer Celebration: viaggio al termine del nerdismo birrario
Da qualunque angolazione si voglia guardare al mondo della birra contemporaneo, critico oppure entusiasta delle derive più modaiole che lo imperversano, non si può non riconoscere al Mikkeller Beer Celebration un ruolo assolutamente centrale. Non è certamente il festival più frequentato e non lo potrebbe essere vista la formula. Dura due giorni suddivisi in quattro sessioni di quattro ore dagli orari di ingresso e uscita ferrei. I biglietti sono a numero chiuso per ogni sessione e vanno tipicamente esauriti in anticipo, ogni anno sempre prima. Il costo non è una bazzecola, 60 euro a sessione, ma una volta dentro ogni assaggio è gratuito e illimitato, ovviamente nei limiti della disponibilità. Numerosi i birrifici, un centinaio, ognuno dei quali propone due birre diverse ogni sessione, nella quasi totalità dei casi alla spina. Si tiene a Copenaghen, patria della beer firm Mikkeller che lo organizza, e quest’anno sono andato a ficcare il naso per tastare con mano il principale festival per beer geek europei. Questa non è una recensione fatta di nomi di birre e birrifici, ma nelle mie intenzioni un ragionamento più ampio che tocca diversi punti.


La formula

La sensazione da pollo in batteria c’è stata mentre mi trovavo in fila un’oretta prima per accaparrarmi un posto davanti in modo da non sprecare tempo prezioso. In realtà ho verificato che le operazioni di ingresso sono sufficientemente veloci da non costringere nessuno ad accamparsi ore prima, d’altronde il numero di partecipanti per sessione è elevato ma non al punto da creare ritardi drammatici. Anche all’interno le file sono state poche e tutto sommato scorrevoli, con intatta possibilità di mettere a frutto il tempo contingentato. Unica eccezione – mi tocca dirlo – la beer firm Omnipollo, che sapevo essere al centro dell’hype, ma non a tal punto: coda lunga a mio parere totalmente incomprensibile alla luce dei numerosi birrifici prestigiosi presenti al festival. Ma andiamo oltre.

Questa formula di festival a sessioni all inclusive viene dagli Stati Uniti ed è pressoché una novità in Europa dove i festival tradizionali in genere prevedono un obolo di ingresso e poi il costo di ogni consumazione senza alcun limite di tempo. Ne esce un festival completamente differente, rivolto inevitabilmente agli appassionati più agguerriti, dove la parte ludica del bere birra quasi scompare per lasciare spazio a un serie cadenzata di assaggi che paiono quasi lavoro. Un lavoro però indubbiamente molto divertente. Non è e non può essere la formula preferita del consumatore di birra qualunque e non lo è nemmeno per me, ma promuove l’interesse verso i prodotti in mescita e “responsabilizza” in qualche modo chi vi partecipa, oltre a ottimizzare fruibilità e accessi per l’organizzatore. Ogni tanto si può fare, in sintesi.

Si potrebbe pensare che l’offerta all inclusive possa promuovere in qualche maniera il consumo smodato. In realtà non ho visto nessuno barcollare sotto i colpi dell’alcool, il che è significativo, soprattutto in un paese in cui è davvero la normalità trovare nei locali serali giovanotti che hanno alzato il gomito e non si reggono in piedi o fanno fuochi d’artificio.

Diverse le ragioni. Innanzitutto, chi partecipa a questi festival è fortemente motivato ad approfondire, valutare e apprezzare la proposta. L’ebbrezza non è certo l’obbiettivo, è un danno collaterale al massimo. Secondo punto: la capienza del bicchiere. Vengono serviti 5 cl e, a meno di non aver pescato una fetecchia, è sempre naturale finire il bicchiere, ma la quantità servita è esigua e rimpinguarlo con qualcosa di diverso richiede tempo che viene sottratto a quello totale disponibile, che – ultimo punto della questione – è limitato. Il risultato di tutto ciò si traduce in una allegra mandria di super geek della birra che alla fine di ogni sessione se ne esce alla spicciolata senza che si manifesti alcun intoppo. Il problema vero, come nelle gare di mezzofondo, è invece saper mantenere il ritmo giusto: una partenza troppo spedita, troppi assaggi veloci dettati dall’ansia del tempo che scorre, potrebbe portarvi a metà sessione col fiato corto e la lingua un po’ troppo spessa.

Ah, per chi non lo sapesse, nella birra non si sputa. MAI.


Il costo

Merita una nota a margine. Chi mi conosce sa che eccello nella nobile arte della parsimonia. 60 euro a sessione non sono certo uno scherzetto per quattro ore a bere birra, considerando poi che andando fino a Copenaghen parteciperai ad almeno un paio di esse. Dopo essermi fatto un giro per i locali di Copenaghen e aver verificato i prezzi medi, compresi quelli di alcune specialità rare, mi sono però reso conto che come costo non è nemmeno lunare, quantomeno per i costosissimi standard della città. Inserendo fra gli assaggi – numerosi ovviamente – quattro o cinque birre rare che nei locali è facile a trovare a 60 euro al litro, ma anche al doppio in certi casi, il costo di ingresso risulta ammortizzato. Certo, non è un affare, ma l’opportunità di trovare riunite tante etichette prestigiose in un unico luogo non capita nemmeno tutti i giorni.


L’offerta birraria

Questo non è proprio il festival dove andare a cercare Pils, Golden Ale e Belgian Blonde. L’idea dell’organizzazione e la chiave del successo è quella di selezionare i birrifici più di grido a livello mondiale e di chiedere loro di portare birre che rappresentano maggiormente la loro bravura e peculiarità. Il mondo dei beer geek oggi è ossessionato fondamentalmente da tre tipologie di birre: New England IPA nelle più varie incarnazioni, birre acide e/o brettate con o senza frutta, Imperial Stout possibilmente Barrel Aged e con la possibilità dei più disparati ingredienti extra (dalle fragole al burro di arachidi passando per i più rassicuranti caffè e cioccolato). Naturalmente non si trova solo quello al Mikkeller Beer Celebration, ma la parte del leone è stata riservata a queste tre categorie. Questo vogliono oggi i nerd della birra.

Mi sono dedicato esclusivamente alle birre americane al festival. Sono loro oggi i capiscuola, sono oltretutto le birre più difficili da reperire, quello volevo approfondire.


New England IPA

In quattro parole: sono, nelle versioni contemporanee, una interpretazione delle American IPA in cui vengono usati luppoli dai forti sentori tropicali e di frutta a polpa gialla e in cui si cerca una esplosione olfattiva e gustativa abbinata a una percepibile morbidezza che porti al palato sensazioni di vero e proprio succo di frutta. Sono spesso non molto amare nonostante l’uso ingente di luppolo e di aspetto che va dall’opalescente al molto torbido a causa degli ingredienti usati, gli stessi da cui si cerca questa setosità. Come tutte le birre molto luppolate, danno il loro meglio quando sono giovani, appena uscite dal birrificio e nel pieno della fragranza. Si trovano oramai facilmente anche in Europa e in Italia, anche con esempi che non sfigurano affatto a fianco delle versioni originali americane.

Non starò qua a disquisire circa la bontà o meno di quelle che mi è capitato di bere al festival o riguardo alla loro freschezza. Non è quello che mi interessava verificare e poco mi importa se qualcuna aveva sofferto un trasporto poco educato. Quello su cui mi sono concentrato, al di là della forma delle singole birre, è la costruzione delle ricette che non mi sono parse così differenti o superiori rispetto agli esempi europei con cui ho più confidenza. È uno stile, lo metto nero su bianco, che nel giro di pochi mesi già inizia a stufarmi e per il quale spero che ci sarà presto una evoluzione, perché presenta comunque alcuni punti di grande interesse. Il limite che spesso riscontro è di quelli importanti per una birra: la bevibilità. E sul banco degli imputati ci metto senza indugi l’eccesso di luppolo usato per produrle. Lo dico senza remore, mi paiono birre create per chi ha oramai il palato sfondato dal luppolo e dal suo aroma.

Negli ultimi anni è cresciuto l’amaro prima e poi la ricerca dell’aroma nelle IPA e in molti altri stili e mi pare che a un certo punto si sia perso di vista l’equilibrio complessivo del prodotto per concentrarsi solo su un unico fattore, per carità, quello forse più appagante. C’è una quantità in ricetta di luppolo in aroma a mio modo di vedere oltre la quale l’incremento aromatico diviene trascurabile e ogni possibile vantaggio viene coperto da un eccesso di sentori “verdi” del luppolo, quella sensazione vegetale di frullato di pellet. Un bravo birraio riuscirà a governare meglio il processo e a spingere di più sull’acceleratore minimizzando questo aspetto, esistono anche prodotti a base di enzimi creati apposta per diminuire la quantità di polifenoli, ma è un effetto che non può essere cancellato viste le quantità, enormi a volte, di luppolo in gioco. Vedo solo svantaggi negli eccessi di oggi a fronte di nessun vantaggio realmente percepibile. A volte mi capita di berne una e di pensare: chissà come sarebbe buona con la metà del luppolo dentro, senza tutto questo vegetale... Che poi la metà sarebbe comunque molto...


Sour e Wild Ale

In quattro parole: sono birre acide grazie all’inoculo di batteri e/o funky per l’uso di brettanomiceti in cui molto spesso viene aggiunta della frutta, tipicamente maturate in botte. Erano la categoria di birre a cui ero più interessato. Me ne sono tornato a casa con la conferma di alcune mie convinzioni.

Il Lambic, all’interno di questa ampia categoria di prodotti, è indubbiamente superiore. Per Lambic intendo quelli del Belgio, non una generica fermentazione spontanea. Ho assaggiato qualche spontanea americana apprezzabile al festival, ma in un caso gli esiti sono stati drammatici: acido butirrico a bomba, il cui descrittore è vomito di neonato. Il Lambic, per ora, è superiore alla quasi totalità delle produzioni acide americane, di sicuro rispetto a quelle presenti al festival: più complesso, più profondo, più buono. Il Lambic fatto bene, ovviamente.

Va meglio con chi produce queste birre inoculando batteri e brettanomiceti, anche se i risultati sono altalenanti. Difficile trovare un prodotto impeccabile, difficile trovare enormi complessità, ma in alcuni casi e per alcuni produttori birre molto gradevoli ne ho trovate.

La mia sensazione complessiva è stata questa. Le birre acide in questo momento, soprattutto negli Stati Uniti e nel mondo geek, hanno una forte richiesta a fronte di produzioni limitate, danno la possibilità di ricarichi molto elevati e danno una grande visibilità, sono uno strumento di marketing. Ci si stanno buttando un po’ tutti, chi in possesso della necessaria esperienza e competenza, chi col solo intento di saltare sul carrozzone, qualche volta con un palato di amianto che nemmeno consente una valutazione obbiettiva di ciò che si intende propinare poi al mercato. Tanta fretta di cavalcare l’onda qualche volta si riscontra anche nei prodotti, che in alcuni casi mi sono parsi giovani: la magia del brett in molti casi richiede anni per manifestarsi, quando spigoli e asperità di gioventù si smussano o scompaiono. L’uso della frutta infine, buona frutta di qualità, in molti casi continua ad apparirmi uno stratagemma per nobilitare una base che non ha i numeri del Lambic, inserendosi nello stesso segmento di mercato. Detto questo, siccome non si vive di solo Lambic, resta uno dei segmenti birrari americani più interessanti da esplorare.


Imperial Stout

Qui c’è davvero poco da dire: gli americani in questo genere di birre rappresentano l’eccellenza mondiale. Hanno ampia disponibilità di botti di Bourbon, quelle più adatte per magnificare questo stile nelle versioni maturate in barili, e sanno costruire ricette lussuriose, complesse, profonde, di una pienezza quasi masticabile in alcuni casi. Birre importanti da bevuta morigerata, da centellinare per certe etichette, spesso dai costi importanti per le versioni barrel aged. Sono le birre più ricercate ed apprezzate dai beer geek, a volte disposti a spendere una fortuna per certe versioni limitate, e come e forse più delle birre acide sanno costruire l’hype, si spera non effimero, di tanti birrifici – che ovviamente accanto a queste continuano a produrre un’ampia gamma di birre “normali”. Era presente una discreta rappresentanza di questo stile e in alcuni casi si è goduto parecchio.


E gli italiani?

Non c’erano. Nemmeno uno. Loverbeer, che ha partecipato a edizioni precedenti, quest’anno è rimasto in panchina per turnover. Nessun altro birrificio nazionale è stato mai avvistato su quel palcoscenico. Quale il motivo? Il nostro panorama birrario è così inferiore rispetto a quello di altri paesi europei presenti al festival? No. Assolutamente no. Anzi, in molti casi e su alcuni stili preferirei a mani basse i prodotti dei migliori birrifici italiani.

Il Mikkeller Beer Celebration è un festival modaiolo. E i birrifici italiani non sono modaioli. Sono bravi, competenti, fanno molto spesso birre di assoluto interesse, ma non vanno di moda. Parlo dell’eccellenza nazionale, ovviamente. La ragione ha a che fare con tutto quanto il nostro mercato. Da un lato c’è la cronica incapacità comunicativa dei birrifici italiani, incapaci di valorizzare se stessi, di trasmettere un messaggio in maniera efficace e non dilettantesca, di darsi l’importanza che meritano senza sfociare nella presunzione, assillati spesso da una bucolica autoreferenzialità. In Italia inoltre sono pochi i birrifici che si specializzano nelle produzioni al centro delle attenzioni dei geek e non sempre riescono a raggiungere i vertici qualitativi più elevati - si pensi alle Imperial Stout. D'altro canto, non riescono nemmeno ad imporre al mondo dei geek tipologie di birra nelle quali sono in grado di eccellere.

Dall’altro lato ci sono dei consumatori più disincantati rispetto a quelli americani, poco predisposti a creare miti attorno a un bicchiere di birra e ancora legati all’aspetto conviviale. Nel caso di quelli più violentemente appassionati traspare sempre un'esterofilia di fondo che porta a prendere sottogamba, seppur apprezzandoli, i migliori prodotti nazionali. Nel complesso poi è chiaro a tutti che creare un mito di alcuni birrifici o birre porta inevitabilmente le stesse ad essere più ricercate e i prezzi a salire, gli Stati Uniti insegnano, e nessuno fra esperti e appassionati in Italia pare intenzionato a spingere verso una direzione per loro economicamente suicida.

Il risultato di tutto questo è uno scarso interesse e un utilizzo modesto degli strumenti principali dell’hype birrario, i siti di rating prima di tutto, pochi blog birrari, poche lodi sperticate sui social network, poca spinta in generale alla visibilità e alla creazione di una “epopea” del nostro movimento nazionale che fuori confine resta sicuramente sottovalutato e poco conosciuto. I festival come quelli di Mikkeller sono l’ultimo anello di questa catena, dove trovi l’America più alla moda, il Nord Europa in forze, qualche altro birrificio europeo abile nel proporsi e nel valorizzarsi commercialmente, persino una improbabile selezione di birrifici del Sud Est Asiatico, ma nemmeno un italiano. Se da esperto e appassionato, quasi “tifoso” della birra italiana, la cosa mi stupisce e un po’ mi scoccia vederci snobbati immeritatamente, da consumatore in fondo faccio spallucce: è un segreto ben celato quella della migliore birra artigianale italiana e ci sono tanti altri festival meno modaioli dove continuerò a godermela con tanta convivialità.
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#2 Commenti

  • Davide Robbiati

    Davide Robbiati

    Sembra interessante questa formula di "festival": abbandonare quel fastidioso sistema dei gettoni da spendere per ogni assaggio mi pare dia quel minimo di impostazione ad un mondo che appare ancora [o non so se così voglia apparire o appare solo a me] un po' sbragato. Trovo curiosa, soprattutto, questa intenzione di lanciare una proposta più diretta ad approfondire che non a pubblicizzare indistintamente, più degustativa, più "scientifica"... Pensi che festival monotematici come l'Arrogant Sour di Reggio Emilia possano riconoscersi in un filone simile? E' una formula attuabile e con successo, al momento in cui siamo, in Italia?

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    #1
  • Stefano Ricci

    Stefano Ricci

    Bah... innanzitutto, non comprendo il fastidio dell'uso di gettoni... non mi pare davvero un gran problema posto che le casse siano organizzate in maniera adeguata. Che il mondo della birra voglia rimanere "un po' sbragato" lo trovo un bene e una risorsa. Dio non voglia mai che diventi ingessato e pieno di prosopopea come altri mondi del bere, il bello del mondo della birra è proprio il suo approccio giovane e scanzonato, per rompersi le scatole con la seriosità di ogni giorno abbiamo già i nostri uffici, i nostri colleghi, la vita di tutti i giorni e i suoi sciocchi rituali sociali, ci manca solo che diventi così pure bersi una birra... Questa formula è semplicemente diversa da quella del festival classico: 1) serve a far fare più soldi a chi organizza data l'offerta (le birre sono molto care all'acquisto e ancora di più alla vendita) 2) serve a regolare l'afflusso al festival a chi, pagato molto salato, pretende un minimo di accessibilità ai prodotti e non vuole l'affollamento 3) col doppio turno a tempo contingentato si torna al punto 1, vale a dire massimizzazione degli ingressi e dei ricavi per chi organizza

    l'Arrogant al momento mi parrebbe l'unico festival, come tipologia di festival, a poter adottare tale formula in Italia. però non credo l'Italia sia un paese molto ricettivo su questo fronte, rischi un flop disastroso. c'è anche da dire un'altra cosa: al MBCC c'era un'offerta obbiettivamente pazzesca in termini di prestigio, all'AS quest'anno ci sono alcune rarità assolute, diversi prodotti nazionali e non di reperibilità difficile ma affatto impossibile e molti prodotti poco conosciuti, magari ottimi, ma il cui prestigio è ancora tutto da costruire. il prezzo non potrebbe essere quello del MBCC, ma con un prezzo basso rischio nemmeno di coprire i costi, oltre a rischiare un afflusso basso

    credo si possano tentare soluzioni ibride

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    #2

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