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The American Wine Saga: la storia degli Stati Uniti come paese produttore

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The American Wine Saga: la storia degli Stati Uniti come paese produttore
Gli Stati Uniti sono il primo mercato del vino del mondo, con uno share di circa il 13% sul totale dei consumi (segue la Francia con l’11), in costante aumento. Ma sono anche un importante paese produttore, con circa 24 milioni di ettolitri che li colloca al quarto posto nel mondo dopo Italia, Francia e Spagna. Sia il consumo che la produzione sono, per ora, in costante aumento.


Il Vinland

L’inizio della storia, anche se di vino ancora non si parla, si può far risalire agli anni intorno al 1000 con la spedizione vichinga di Leif Eriksson dalla Groenlandia fino al nuovo continente, fatto ormai storicamente accertato, cinque secoli prima di Colombo. I vichinghi hanno lasciato tracce di una colonia nell’isola di Terranova, mentre mancano prove di insediamenti o scorribande più a sud. Sta di fatto che le saghe menzionano una terra a cui è dato il nome di “Vinland”, terra delle viti.

La costa orientale del Nord America è ricca di vite selvatica, delle diverse specie americane, ma non si spingono così a nord, il che fa pensare che il Vinland dei Vichinghi fosse più a sud, chi dice addirittura in Virginia dove la Vitis labrusca cresce in abbondanza. Dobbiamo comunque ricordare che parliamo del “periodo caldo medievale”, con temperature medie ancora più alte delle attuali e quindi con una flora probabilmente diversa. Infatti due o tre secoli più tardi le rotte a Ovest della Groenlandia divennero impraticabili per i ghiacci.
Nel 1524 un resoconto al re di Francia di Giovanni da Verrazzano, dalle coste americane della attuale North Carolina, parla di “viti selvatiche che si avvolgono intorno agli alberi, come si possono vedere nella Gallia Cisalpina (Piemonte?). Se fossero curate da coltivatori competenti, potrebbero senza dubbio dare vini eccellenti”. Il tempo dirà che non è proprio così.


Scuppernong

Nel 1584 la prima colonia inglese è fondata sull’isola di Roanoke, Carolina del Nord, a seguito di una spedizione del corsaro inglese Sir Walter Raleigh. Trovano un ceppo enorme di vite, è una Viitis rotundifolia, i tralci si arrampicano sugli alberi e coprono una superficie di mezzo acro, cioè 2000 mq. A Roanoke si registra la prima nascita di un Europea (secondo lo ius sanguinis, si intende) sul continente americano, Virginia Dare. Raleigh lascia i coloni e torna nel 1590 ma sono tutti morti o dispersi, non si sa se di fame, malattie, uccisi dai nativi o mescolatisi a loro. La grande vite viene riprodotta per talea e se ne fa un vino, chiamato scuppernong, parola algonchina. Nome che spesso sarà usato in seguito per indicare vini ottenuti da viti americane.

Coloni in Virginia fanno vino da viti americane, ma i tentativi di coltivare viti importate dall’Europa falliscono, le viti muoiono, le cause sono sconosciute. Si scopriranno dopo duecento ani: la fillossera.

Nel 1634 una nuova colonia inglese si installa nel Maryland alla foce del Potomac. Si impiantano 300 acri di vite europea, ma le viti muoiono.

1682 il giardiniere Andrew Doz crea il primo ibrido tra vite americana e vite europea, che in seguito verrò chiamato Alexander dal nome del proprietario della magione. Il nuovo vitigno sembra essere vitale nell’ambiente americano e dà un vino migliore di quello delle viti selvatiche, ma peggiore rispetto ai vini europei. Vini Alexander fatti in New Jersey e nel Maryland hanno un certo successo a metà settecento.

Il particolare profilo aromatico dei viti ottenuti da viti americane e, in minor misura, dai loro ibridi con la vite europea, viene definito foxie, cioè, letteralmente, volpino. Sono implicate alcune molecole odorose.

Colonie francesi sono insediate in Quebec, in Louisiana (teoricamene proprietà francese) e in South Carolina, dove viene fondata alla foce del fiume Savannah “new Bordeaux” con l’impianto di vitigni francesi. Ma anche questo tentativo non ha successo.

Sulla costa del Pacifico, intanto, non ci sono viti selvatiche, e non c’è la fillossera. Non ci sono gli inglesi ma gli spagnoli.


Gli USA verso l’indipendenza e la fratellanza con la Francia

Tra il 1757 e il 1758: durante i suoi viaggi diplomatici in Europa, Inghilterra e Francia, Benjamin Franklin si appassiona al vino. Nel 1776 Thomas Jefferson scrive la Dichiarazione di Indipendenza, votata dal Congresso di Filadelfia dalle 13 colonie. Jefferson è un proprietario terriero e anche lui si lancia nell’impresa di coltivare viti e produrre vino in Virginia in collaborazione con il wine merchant londinese Philip Mazzei. Ma l’impresa non ha successo.

Sia Franklin che Jefferson, due padri dell’indipendenza americana, si appassionano nella loro vita ai vini francesi e sognano di produrre grandi vini in America. I legami politici che portano la Francia a sostenere militarmente le colonie americane in rivolta contro la corona inglese sicuramente giocano un ruolo nel consolidare rapporti di amicizia e fratellanza. In USA nei due secoli che seguiranno si pianteranno quasi esclusivamente vitigni francesi piuttosto che italiani o spagnoli, e i vini importati per un consumo di lusso saranno francesi. Probabilmente esiste, tra le altre, anche una ragione storica legata al ruolo della Francia nella guerra di indipendenza e al gusto sviluppato in Europa da Jefferson e Franklin.

Nel 1842, prima per caso, poi con l’aiuto di specialisti venuti dalla Francia, in Ohio si produce il primo spumante americano, un rosè da uve Catawba, un ibrido, probabilmente naturale, della vite europea con la Vitis labrusca, proprietario un certo Longworth. Dopo il Catawba, vennero altri ibridi creati dall’uomo con gli incroci: isabella, Accord, Elvira, e i due incroci tuttora utilizzati con buoni risultati per la produzione di Icewine (in Canada soprattutto, regione del Niagara), Seyval e Vidal. La vite americana attualmente più diffusa è probabilmente la Concord, utilizzata ormai più per confetture e succhi che per la vinificazione, con uno spiccato aroma di “caramella alla fragola” (metil-antranilato).

Nel 1880 si contano 12000 ettari di vigneti nel solo stato di New York.


Intanto a Ovest

La costruzione delle missioni francescane in California vedono l’impianto di viti per il vino da messa, varietà Mission, ormai praticamente scomparsa e recentemente identificata da un gruppo di ricerca spagnolo come Palomino negro. Il primo impianto di viti in California è attribuito a Padre Junipero Serra, a San Juan Capistrano nel 1778, ma verosimilmente ne esistevano prima, come esistevano nel confinante Messico. Nel 1848 la California e il Nuovo Messico sono annessi agli Stati Uniti. La California a quel tempo è semideserta, conta 40.000 abitanti.


Lo spettro delle “temperanza”

Alla fine del secolo Paul Garret rilancia lo Scuppernong con il nome “Virginia dare”: vino popolare, poco costoso, dolciastro. Arriva a farne 10 milioni di galloni, cioè quasi 40 milioni di litri (1 gallon=3,785 l). Questo gusto lascia la sua influenza sul palato americano.

Verso la metà dell’800 comincia l’offensiva puritana antialcolica che porterà, nel 1919, al proibizionismo. Il Maine vieta la vendita di alcolici nel 1851 e nel 1869 nasce il National Prohibitionist party. Lo spettro della Temperanza imposta si allunga sulla viticoltura americana.

Nel 1869 Thomas Welch, un dentista del New Jersey, legge dei lavori di Pasteur sull’inattivazione termica dei microrganismi e si mette a produrre succo d’uva pastorizzato e venduto in bottiglia. I puritani arrivano a stravolgere il significato del vino nella Bibbia sostenendo che si trattasse di succo non fermentato, come quello prodotto da Welch, essendo il vino roba del demonio.


La fillossera

1879 in Francia Planchon scopre la fillossera. Negli anni successivi l’entomologo americano Charles Riley nota la resistenza della radice delle viti americane alla fillossera e nasce l’idea dell’innesto su vite americana, che però impiegherà anni prima di diventare operativo. E questi, la malattia e il suo rimedio, saranno senza dubbio i più importanti contributi del Vinland alla viticoltura mondiale.

Quello della fillossera è uno dei primi casi di rottura dell’equilibrio naturale che si era creato dopo la deriva dei continenti, a causa di quella che oggi chiamiamo globalizzazione: in America c’era la fillossera ma non la vite europea, e quella americana era tollerante: in Europa c’era la vite europea ma non la fillossera, che, una volta arrivata, l’avrebbe uccisa, come aveva già ucciso le viti europee piantate in America.


Il boom della California

Nel 1831, ancora sotto la dominazione spagnola, il francese Jean-Louis Vigne produce vino da 45 ettari nei dintorni di Los Angeles, non più da uve Mission ma da vitigni francesi. Altri francesi si insediano nella zona. Nel 1861 per la prima volta si vende a New York un vino californiano.

Ad Anaheim nasce una cooperativa vinicola, ad opera di immigrati tedeschi. In seguito la viticoltura si sposterà più a Nord, verso San Francisco, anche a seguito della corsa all’oro, scoperto nella Sierra Nevada nel 1849. La grande speranza di ricchezza porta verso San Francisco, base di partenza dei cercatori, 300.000 persone da tutto il mondo, determinando uno sviluppo straordinario di quello che oggi chiamiamo settore terziario: commercio, recettività, banche. E qualcuno, pochi, fa davvero fortuna.

Tra il 1820 e il 1920 quattro milioni e mezzo di italiani arrivano negli Stati Uniti in cerca di fortuna. Molti arrivano in California e lavorano come braccianti. Alcuni cominciano a commerciare in vino. A Los Angeles una strada, Olvera Street, è chiamata Wine Street e ci sono le botteghe dei vinai, molti italiani.

Secondo Guasti, proveniente da Mombaruzzo, compra per pochi soldi (75 cents all’acro) 2000 acri di terra nella regione di Cucamonga, una zona subdesertica a Est di LA, mentre Edoardo Seghesio, anche lui piemontese, si stabilisce a Sonoma e si inventa un’impresa che vende vino ai viaggiatori del treno tra San Francisco e Sonoma.

Nel 1869 si completa la prima linea ferroviaria coast to coast.
Simi winery è fondata a Sonoma da un immigrato di Montepulciano, Giuseppe Simi. Con il fratello crea un mercato per i vini a livello nazionale, grazie alle linee ferroviarie che si vanno completando e sfruttando la domanda dell’immigrazione italiana con i marchi Simi e Montepulciano. I vini sono spediti in fusti di legno.

Nel 1881 sempre a Sonoma nasce la Italian Swiss Colony per opera del genovese Andrea Sbarboro.

Il vino “degli Italiani” si colloca per lo più in una fascia popolare ed “etnica”, e questa immagine condizionante resterà a lungo impressa anche sui vini italiani importati, dove dominano quelli a basso prezzo. Un’immagine dalla quale l’Italia si è smarcata solo negli ultimi trenta anni, e che tuttora vive per alcune tipologie.

Di quello che diventerà il più famoso terroir del vino americano, la Napa Valley, si comincia a parlare intorno al 1879, quando Gustave Nybom, finlandese, mercante di pellicce, acquista terra a Rutherford, e fonda la cantina Inglenook. Produrrà vini solo in bottiglia di vetro destinati a una clientela facoltosa, e questa scelta contribuisce a segnare il destino di Napa. Di fronte a lui, il francese George de Latour, chimico, fonda Beaulieu. Due nomi iconici del vino californiano.

Negli stessi anni il conte ungherese Agoston Haraszthy si insedia a Sonoma, in una regione più prossima all’oceano e più fresca di Napa, dove fonda Buena Vista, e importa dall’Europa 200.000 viti di svariati vitigni, tra cui quello che verrà chiamato Zinfandel e che per un secolo rimarrà un vitigno misterioso, considerato dagli americani al pari di un autoctono, frutto, si diceva, di un incrocio o di una mutazione avvenuta sul suolo americano. Alla fine del XX secolo il gruppo di Carole Meredith all’Università di Davis, attraverso lo studio del DNA, avrebbe poi riconosciuto l’identità dello “Zin” con il Primitivo pugliese e con il croato Crljenak Kastelianskii.

A Napa arrivano i prussiani Charles Krug e Jacob e Frederick Beringer. Appassionati, perfezionisti, puntano in alto: Krug fonda la prima cantina aperta alle visite con sala di degustazione: è il 1882, mica ieri.

Nel 1880 viene istituito il Department of Viticulture and Enology dell’Università della California a Davis, presso la capitale dello stato, Sacramento. Anche grazie al ruolo svolto dall’università, che sarà, da qui in poi,un faro per la viticoltura americana e non solo, i vini di Napa ottengono una prima consacrazione internazionale all’esposizione universale di Parigi del 1889, con un certo imbarazzo dei Francesi, anche se il vero smacco arriverà quasi un secolo dopo, nel 1976.

Nel 1860 intanto, dalla costa est, era arrivata la fillossera. Alla fine del secolo, Insieme ad una fase di depressione economica e a una stretta fiscale sul vino la viticoltura californiana ha una battuta di arresto e molte aziende falliscono. Ma intanto, nel segmento del lusso, la nascita dei grandi alberghi, dotati di carte dei vini europei e americani, contribuisce alla creazione di una cultura del vino in America.

Il puritanesimo e il proibizionismo incalzano: dopo il Maine altri dodici stati vietano la vendita di alcolici, nel 1880 anche la Virgina di Jefferson si accoda, mentre il padre dell’indipendenza americana si rivolta nella tomba.

Nel 1915 a San Francisco Esposizione Universale Panama Pacific per celebrare l’apertura del canale di Panama, arrivano 20 milioni di visitatori. L’industria del vino californiana ha convocato il primo congresso mondiale sul vino, con l’intento di dare notorietà ai vini californiani e contrastare anche con argomenti scientifici le pressioni proibizioniste, con il contributo dei maggiori esperti provenienti dall’Europa. Ma la gran parte degli europei non arriveranno mai perché in Europa è scoppiata la prima guerra mondiale. Il Congresso comunque si fa, e una delegazione di congressisti compie una visita dei vigneti californiani.


Arriva il Proibizionismo. Fatta la legge, trovato l’inganno

Nel 1919 la legge sulla proibizione viene approvata. Entrerà in vigore dopo un anno, e sarà un anno di follia collettiva, di accaparramento e di bar e saloos pieni. Il proibizionismo non fermerà il consumo, che anzi continuerò a crescere, ma lo renderà border line, semiclandestino, e di cattiva qualità. Un periodo di soli 14 anni, tanto durò il Prohibition Act, provocò un totale sconvolgimento di un settore in piena crescita.

Erano ammesse tre eccezioni: vini prodotti a domicilio, con il limite di 200 galloni per famiglia (deroga volta a evitare la rivolta degli Italiani e di altri europei del sud), vini per il culto e vini medicinali. E naturalmente il succo d’uva non fermentato, che alcuni si mettono a vendere in una forma concentrata, una specie di “mattone” (Grape Brick) non sappiamo come ottenuto e preferiamo non saperlo, destinato a fermentare a casa dell’acquirente.

La ditta VINO SANO CO. INC. di San Francisco scrive sull‘etichetta: “After dissolving the brick in a gallon of water, do not place the liquid in a jug away in the cupboard for twenty days, because then it would turn into wine.” In pratica, un’istruzione su come farsi il vino in casa, travestita da avvertenza su come evitarlo (dopo aver sciolto il mattone in un gallone di acqua, non mettetelo in un armadio e non aspettate venti giorni). Ma se volete evitare la fermentazione, aggiungete 1% di benzoato di sodio. All’origine dei vari “wine kit” di cui si è discusso in questi anni, tuttora in libera vendita in molti paesi al pari dei kit per la birra domestica, c’è il grape brick del Proibizionismo.



Il Vino kosher per la Sinagoga e quello per il culto cattolico sono ammessi, e favoriscono pure le conversioni al cattolicesimo e all’ebraismo. Pleasant Valley, che produce spumante nella zona fresca di Finger Lake (New York, tuttora zona di spumanti e di Riesling) ottiene la possibilità di fornire vino da messa con le bollicine.

Ad Atlanta Il farmacista Pemberton inventa il French Wine of Cola: passa per vino medicinale e si vende in farmacia. Il suo successo porterà all’invenzione della Coca-Cola.

Le famiglie degli italiani si danno da fare per importare uve fresche dalla California da vinificare in modo artigianale (vin de garage si direbbe oggi) affidandosi per la selezione a membri autorevoli della comunità. Tra questi c’è, in Minnesota, l’immigrato marchigiano Cesare Mondavi, che gestisce un saloon, dopo un passato da minatore nel quale ha visto morire il fratello nello scoppio di una mina.

Mondavi va in California per comprare l’uva e, assuefatto ai lunghi inverni del Minnesota, resta folgorato. Due anni dopo vende il saloon e si trasferisce con tutta la famiglia a Lodi, presso Sacramento. Ha due figlie e due figli, Peter e Robert. Robert Mondavi sarà un’icona del vino americano del ventesimo secolo.
La fine di un incubo

Nel 1933, in piena depressione il presidente F.D. Roosvelt abolisce il proibizionismo, anche con l’intento di rilanciare un settore economico. Ma i singoli stati impongono normative e tassazioni diverse, in Oklahoma la proibizione resiste fino al 1957. Le norme sul commercio e la tassazione del vino nei diversi stati sono tuttora un ginepraio.



Alla fine del proibizionismo in America si bevono soprattutto vini dolci fortificati, fuori pasto. Prodotti per lo più dozzinali. Di fatto solo dopo la seconda guerra mondiale ci sarà una vera ripresa degli investimenti e della ricerca qualitativa del vino americano. Il ruolo dell’Università di Davis è centrale. Amerine, Winkler, Olmo, pongono le basi per uno sviluppo del settore, a partire dal primo programma moderno di zonazione viticola, basato sulle “somme termiche” di Winkler: vini “premium” nelle zone più fresche come Napa e Sonoma, vini da tavola nella Central Valley, calda, irrigua e fertile, uva da tavola o da appassimento nelle zone ancora più calde.


L’epopea di Robert Mondavi

A Napa avvia la sua cantina un altro grande nome del futuro, Louis Martini. Anche la famiglia Mondavi si è trasferita nella Napa Valley e ha acquisito la Charles Krug, perpetuando la sua tradizione di buoni vini. Nel 1962 Robert Mondavi compie un viaggio in Europa che si trasforma in un viaggio iniziatico. L’illuminazione arriva in una cena al ristorante stellato La Pyramide di Vienne. Nel suo libro autobiografico, che consiglio di leggere perché molto bello, “Harvests of joy”, Mondavi racconta: “Eravamo un grande e giovane paese, orientato alla produzione di massa e alla ricerca scientifica, e nel nostro vino enfatizzavamo la produttività, il grado zuccherino e il margine di profitto. Le grandi cantine d’Europa, con secoli di tradizione, si focalizzavano su aspetti meno tangibili, come stile, carattere, profumi. Il contrasto mi apparve brutale: per noi il vino era business, per loro era arte”.

E’ in quel viaggio che si definisce uno “stile Mondavi”: privilegia l’eleganza, la finezza, la pulizia dei profumi alla concentrazione e alla “grassezza”; uno stile che doveva costare ai suoi vini qualche incomprensione da parte di una certa critica americana degli anni novanta, tutta protesa verso quelle “bombe” di colore, vaniglia e sovramaturazione che in quegli anni afflissero anche noi in Italia ed in Francia. Infatti abbiamo vissuto un paio di decenni in cui è stato il gusto americano, impropriamente definito “internazionale” ma in realtà codificato nel primo mercato del mondo per i vini di alta gamma, a influenzare lo stile europeo, più che il contrario. So che questa è una semplificazione, ma mi pare legittima.

Nel 1966 dopo un litigio insanabile con il fratello Bob Mondavi lascia la Charles Krug e compra 600 acri a Oakville. Vi costruirà una splendida cantina che diventerà meta fissa dei visitatori di Napa e sede di eventi culturali e artistici di alto livello, e che contribuirà, insieme ad altri investimenti nella valle, a lanciare la zona come meta turistica di massa. Nel 2016 tre milioni e mezzo di turisti sono passati per Napa. Un milione in più che nella Champagne.
Ma è anche in Europa che gli Americani scoprono il turismo e la cultura del vino: negli anni 70 ne arrivano a milioni, soprattutto in Francia. In Italia la meta preferita è la Toscana.


L’età adulta del vino americano

Nel 1972 un numero di Time magazine titola “American Wine comes on age” (il vino americano è diventato adulto) e dedica la copertina e un ampio servizio all’argomento. Si parla di Gallo, la più grande azienda “familiare” di vino a livello mondiale, che produce a Modesto, nella Central Valley, 1,5 milioni di bottiglie al giorno. Si è dotata di una vetreria interna.

I vini Gallo, sono, all’epoca (e tuttora, anche se la ditta possiede ormai anche molti marchi dei segmenti più alti), buoni prodotti industriali, costanti, capaci di soddisfare palati non troppo esigenti. Spesso migliori di tanti vini da tavola prodotti in Europa nello stesso periodo, con meno scienza e tecnologia e un clima meno costante, quindi con un più pronunciato effetto annata.

Nel 1976 esce il primo numero di Wine Spectator, che arriverà, al suo culmine, a 800.000 copie con distribuzione mondiale.


Il Giudizio di Parigi

Sempre nel 1976, a Parigi, il mercante e appassionato di vini Steven Spurrier organizza il “Giudizio di Parigi”. All’Hotel Intercontinental si assaggiano, in comparazione, vini americani (i migliori californiani) e vini francesi (alcuni tra i più famosi chateaux) fatti con Cabernet sauvignon e Chardonnay. La degustazione è alla cieca, tutti gli esperti sono francesi meno due, Steven Spurrier e Patricia Gallagher, ma i loro giudizi saranno espunti nella classifica finale.

A sorpresa gli americani piazzano un vino al primo posto sia nei bianchi, con Chateau Montelena 1973, che nei rossi, con Stag’s Leap 73. Da parte dei francesi fioccano giustificazioni e dubbi, ma di fatto Napa e Sonoma sono ormai “put on the map”, nell’Olimpo dei grandi vini del mondo. E le grandi maison vanno a comprare vigneti in California.

La sfida dei Cabernet
La sfoda degli Chardonnay

Il vino è definitivamente uscito dall’immaginario della bevanda degli immigrati ed è entrato in quello delle persone istruite, di buon gusto, ricche. La borghesia colta dei film di Woody Allen non ha più in mano il tumbler di Bourbon con ghiaccio, ma un calice di vino. Napa rimarrà nell’immaginario come terra, soprattutto, di grandi, e costosi, Cabernet sauvignon e “tagli bordolesi”, con ettaraggio, prezzi e valori dei terreni in costante crescita.




Gli anni di Parker

1975 Francis Ford Coppola compra parte di Inglenook, poi comprerà anche la restante. Nel 1984 Robert Parker, un avvocato di Baltimora, anche lui folgorato sulla via dell’Europa come Mondavi, pubblica il primo numero di “The Wine Advocate”. La fama che rapidamente conquisterà è legata a una reputazione di grande naso e palato, ma anche (non va dimenticato) di persona incorruttibile. Non altrettanto si potrà sempre dire dei suoi collaboratori. Diventa comunque il più influente critico del mondo, capace di fare la fortuna di qualunque cantina e di far schizzare in alto i prezzi di un vino con un semplice voto in centesimi. Ma del fenomeno Parker si è già molto detto e scritto.


Il paradosso francese

Nel triennio 1989-91 escono varie pubblicazioni scientifiche, in particolare dalla Cornell University, sul cosiddetto “French paradox”. Il paradosso francese si riassume nell'osservazione epidemiologica, apparentemente paradossale, che i francesi hanno un'incidenza relativamente bassa di malattie coronariche (CHD), pur avendo una dieta relativamente ricca di grassi saturi, in contraddizione con la nozione che l'elevato consumo di tali grassi sia un fattore di rischio per la CHD. Questo è stato collegato al consumo di vino rosso, che farebbe quindi, in un certo senso, da “antidoto” grazie ad alcuni suoi componenti antiossidanti (polifenoli, resveratrolo).

In tempi più recenti questa tesi è stata messa fortemente in discussione sulla base di nuovi dati clinici. E’ indubbio però che essa abbia favorito l’espansione dei consumi negli Stati Uniti, in particolare di vini rossi.


Gli ultimi sviluppi

Nel 2001 Robert Mondavi fonda presso l’Università di Davis, con un investimento di 25 milioni di dollari del suo patrimonio personale, come riconoscimento per il ruolo dell’università a favore della viticoltura californiana, il “Robert Mondavi Institute for Food and Science”, una fondazione per la ricerca e la formazione.




A partire dagli anni ’70 - ’80 sono emergenti nuovi territori ad alta vocazione, oltre a Napa, Sonoma, Santa Cruz: sempre in California, zone fresche della costa centro-meridionale (Monterey, Paso Robles, Santa Ynez), e poi l’Oregon, considerato giustamente, in alcune sue valli, una patria ideale per il Pinot nero, e alcune valli dello stato di Washington, più a Nord (la Columbia valley in particolare), con clima molto continentale ed estati secche.


Bibliografia

Maurice Bensoussan, Viti Americane, Slow Food editore
Robert Mondavi, Harvest of Joy, Harcourt Brace and Company
Public universities and regional growth, insight from the University of California, Stanford University Press 
Hugh Johnson, Il Vino, Storia, Tradizioni, Cultura. Edizione Italiana Franco Muzio

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