assistenza whatsapp: +39 347 211 9450

I Millenials del vino e il Mal d'Archivio di Derrida

inserito da
I Millenials del vino e il Mal d'Archivio di Derrida
Osservatori e giornalisti concordano, ed è una realtà sotto gli occhi di tutti: il più rilevante fenomeno del nostro orticello anni Dieci è l’impressionante semantizzazione del vino, e del suo consumo, da parte dei Millennials.

Un carico (o sovraccarico?) di significati sociologici, letterari, estetici – fintanto addirittura politici, che vengono agganciati alle bottiglie.
Per portarle altrove, in un luogo unico e sconosciuto, alternativo: autorappresentazione dell’introvabile a tutti i costi.
Il bianco della Georgia senza importatore, e il rosso della Valcamonica tirato in 300 bottiglie.

Un fenomeno non esclusivo del nostro settore – non sopravvalutiamoci –, che Derrida fece in tempo a chiamare ‘Mal d’Archivio’.
La Storia non ci aiuta stavolta a capire: lo sguardo al passato immediato, ovvero gli anni Novanta del secolo scorso, sarebbe addirittura fuorviante. Negli anni della rivoluzione e della modernizzazione del vino italiano, il consumo fu fruizione estetizzante – per non dire, a volte, edonismo.
La Sociologia invece sì: la causa del fenomeno - sostiene - va ricercata nella perdita del passato.
O meglio: nella perdita della distanza necessaria a rendere il passato passato, storia.

Una perdita causata dalla tecnologia soffocante.
Visto che - con la tecnologia - il passato lo abbiamo sempre tutto a portata di clic, in un attimo: presenza costante, dunque non passato ma present continuous.

Cosa è che piace in questa ricerca continua del piccolo, dello sconosciuto, dell’alternativo, dell’introvabile, da sovraccaricare di significati?
La risposta sembra essere l’idea di potersi riappropriare di una realtà che appare più concreta e fisica della realtà ‘liquida’ rappresentata dalla tecnologia, con l’implicita promessa che questa realtà concreta sia anche più sana, più felice.
Una realtà non digitalizzata, almeno apparentemente, perfetta per creare questo particolare tipo di nostalgia dell’autentico, della real thing, che ci attornia ovunque.

Come scrive Francesco Guglieri in La Nostalgia per curare il Mal d’Archivio, “Siamo diventati vittime della nostra inarrestabile capacità di immagazzinare, organizzare, utilizzare istantaneamente e condividere una quantità smisurata di dati. Non è mai esistita una società non solo tanto ossessionata dai prodotti culturali del suo passato più recente, ma anche tanto capace di accedere al passato immediato”.

Il passato non è più il risultato della selezione operata dalla storia e dalla memoria, ma un qualcosa di immediatamente presente, disponibile in ogni momento, consultabile e manipolabile direttamente dai nostri smartphone e dai nostri PC: tutta la musica, tutti i video, tutti i libri, tutte le notizie.
E tutti i vini (trovabili).
Sempre, ovunque: memoria totale, Total Recall. Siamo schiacciati dall’autorità e dal potere degli archivi, dalla loro massa gravitazionale che incombe ansiogena sulle nostre teste, dalla consapevolezza della loro presenza immanente, più grande di noi, su cui non abbiamo alcun controllo.

DI fronte a tutto ciò la nostalgia diventa vaccino.
E autonarrazione di protezione: una strategia messa in pratica per placare quest’ansia, la paura della perdita di controllo sui nostri consumi, il dissolversi dell’identità nella moltitudine dell’immediatamente a disposizione.

Dietro alla ricerca del bianco in anfora georgiano senza importatore, o del rosso della Valcamonica prodotto in 300 esemplari, c’è dunque non tanto un bisogno di autoaffermazione sociale, come verrebbe da pensare automaticamente (quel bisogno fu soddisfatto dal Masseto, in quelli che venti anni fa furono i nuovi consumatori).
Ma una necessità, ben più profonda, di autenticità fuori dalla rappresentazione tecnologica. Una sorta di terrenissima ‘nostalgia del totalmente altro’ di horkheimeriana memoria.

Certo, come dicevamo il fenomeno è ampio: ha invaso anche la musica Pop e, avvicinandoci parecchio, la ristorazione.

Ma si tratta di un fenomeno che nel vino sembra risuonare più forte che altrove: forse più forte anche che nella musica.
E’ un motivo di orgoglio per tutti noi che stiamo a metà strada tra produzione e consumo.
Ma anche di accettazione di una responsabilità forse maggiore di quanto pensiamo.

[immagine: philosophersguild.com]

  • condividi su Facebook
  • 1285
  • 0
  • 0

#0 Commenti

inserisci un commento