#3 Commenti

  • Marco Marcone

    Marco Marcone

    Come al solito articolo chiaro e per me pienamente condivisibile. Le leggi non sono emanate da entità soprannaturali, sono scritte da uomini che, anche in buona fede, possono sbagliare; proprio per questo possono essere cambiate. Bravo Filippo

    link a questo commento 0 0
    #1
  • Filippo Ronco

    Filippo Ronco

    Credo che solo una piccolissima parte del mondo craft potrebbe avere la tua stessa reazione a questo articolo. In realtà vedo che per il momento almeno per quanto riguarda lo zoccolo duro il mondo degli appassionati sta rispondendo in modo estremamente compatto e coeso a questa "chiamata alle armi" contro le multinazionali, anche solo contro lo spettro (come nel caso di Ducato per esempio). Io ho una visione più laica della questione ma è indubbio che ci sono una serie di operazioni che abinbev ha posto in essere che sono proprio da "cartello" industriale e a danno dei piccoli.

    Questo non toglie che secondo me occorre distinguere la questione "artigianale" dalla questione "indipendente" perché continuano a sembrarmi due cose oggettivamente diverse. Ferma naturalmente la libertà totale dei singoli di prendere tutte le decisioni pro o contro un certo birrificio.

    link a questo commento 0 0
    #2
  • Davide Robbiati

    Davide Robbiati

    Come dire che la birra trappista viene davvero prodotta solo ed esclusivamente dal monaco birraio, secondo la ben nota regola dell’esagono… Mi chiedo, allora, considerando la drastica diminuzione di vocazioni che ad ogni giro d’anno si lamenta, come possa una Chimay [giusto per menzionare il produttore più grande] rimanere presente in modo così massiccio sul mercato… Evidentemente si chiude un occhio, la poesia va un po’ sfumata, le regole del mercato trovano certa giustificazione anche all’interno di un monastero: e, ciò nondimeno, un appassionato di birre trappiste le troverà comunque meno buone? Un altro piccolo esempio. A leggere sul sito di Westvleteren - mecca onirica d’ogni bevitore filo-belga - l’Abbazia di Sanct Sixtus non venderebbe la propria produzione se non direttamente ai propri cancelli, dietro specifica prenotazione o, al massimo della fortuna, nella propria foresteria fuori le mura claustrali. Ebbene, la Westvleteren si compra anche online… Certo, il prezzo è diverso, ma la disponibilità c’è. È per questo meno buona? Non diciamo eresie.

    Il discorso del “birrificio artigianale = birrificio piccolo” non credo abbia basi fondate. L’equazione viene spesso confusa con “artigianale = introvabile”. Io sono un sostenitore del “birrificio artigianale = birrificio di qualità”: ed è questa la caratteristica su cui dovrebbe giocarsi tutta la questione. Pastorizzazioni, filtrazioni e microfiltrazioni, utilizzo di succedanei, aggiunte di ingredienti accattivanti o addirittura di sostanze chimiche, da una parte; dall’altra, reperimento delle migliori materie prime, tempo e cura della produzione. Che la birra per essere buona debba essere poca è un leit-motiv da beer-geek, l’esaltazione dell’irripetibilità di una produzione a cui pochissimi sono destinati ad accedere e, in questo modo, divenire depositari di una conoscenza unica. In realtà, se un birraio ha capacità di produrre molto, perché non dovrebbe farlo? Del resto, gli esempi dei birrifici artigianali d’oltreoceano vanno tutti in questo senso. L’importante è che tutto quello che imbottiglia e vende sia, per usare una descrizione tipica del mondo artigiano, “realizzato allo stato dell’arte”.

    Il fatto, poi, che un birrificio artigianale debba essere indipendente è una questione, a mio avviso, lampante: l’artigiano è di per sé una persona che lavora per i fatti suoi. Qui mi sembra entrino in gioco i fattori che differenziano, per dirla banalmente, il supermercato dal negozio: al supermercato [AB Inbev, in questo caso], trovo un sacco di marche di birra che, in teoria, dovrebbero essere altrettante birre diverse, ma essendo lì tutte sotto lo stesso nome, potrebbero anche essere tutte la stessa birra; al negozio [sempre per rimanere al nostro caso: Birra del Borgo] trovo un solo marchio e la sua riconoscibilità unica è data dal fatto che è prodotto da quella persona, in quel modo, secondo quelle idee…

    Il mio cruccio fondamentale, capirete bene, è dunque trovarmi di fronte un “birrificio-di-qualità-non-indipendente”… Quanto durerà ancora la qualità? Chi la fa la birra adesso? Con quali materie prime? Mi rendo conto di quanto sia facile demonizzare una situazione che pare attentare alla bellezza intrinseca di lavori legati in qualche modo alla terra e sicuramente al savoir-faire. Allora dico: attenzione, magari non cambia nulla! AB Inbev è il colosso mondiale della birra e non il colosso mondiale dei tondini in ferro: magari, a questa multinazionale la birra piace davvero e, come io mi compro una pinta, loro si comprano un birrificio. E la loro passione si esplicherà nella cura maniacale del birrificio acquisito, in modo che mantenga la propria identità anche dopo aver cambiato proprietario… Magari è così. Però a me pare che il proprietario, in una questione artigianale, sia quello che fa il lavoro…

    link a questo commento 0 2
    #3

inserisci un commento