DOOF: l'altra faccia del cibo, ci sono stato

inserito da
DOOF: l'altra faccia del cibo, ci sono stato
Sabato 24 giugno, a Milano. C’erano 6.000 gradi all’ombra, ma un bel venticello… neanche a parlarne, non si muoveva stelo d’erba, afa come nelle migliori tradizioni. Location: Mare Culturale Urbano, periferia ovest, una cascina trasformata in luogo per eventi circondata da palazzoni anni 60: non uno dei soliti posticini trendy dove si svolgono normalmente gli eventi del food milanese. Evento, appunto: giornata unica di DOOF.

I presupposti potenziali per un clamoroso fallimento [che avrebbe peraltro fatto piacere a un sacco di gente] sulla carta c’erano tutti, e invece no. Un numero ragguardevole di persone, gente che ha a che fare con il cibo per lavoro ma anche semplicemente curiosi, interessati, lettori di Mangiare a Milano hanno passato ore ascoltando i panel e intervenendo. Ma articoliamo con ordine.


DOOF

Non è il contrario di FOOD, ma è il food visto da un’altra parte. E non è neppure un evento in senso stretto: è un progetto di Valerio M. Visintin, Aldo Palaoro e Samanta Cornaviera che si articola in eventi pubblici, un sito alimentato in continuo soprattutto da un manipolo di giovani, una presenza Social Media [Facebook prevalentemente, ma non solo]. Lo scopo che ha animato i tre personaggi era ed è creare “qualcosa” che sia il più possibile aperto, il meno possibile riferito ad una - solita - elite del food e della food communication, un luogo fisico e digitale per conversazioni non condizionate da interessi di bottega.
Un contenitore di iniziative, dice il sito; ma era evidente che la giornata del 24, la prima uscita, sarebbe stata cruciale nel determinare le sorti del progetto.

Intermezzo #1: tre domande a Valerio M. Visintin

Chi ve l’ha fatto fare?
Ovvero: le motivazioni profonde che vi hanno spinto a prendervi la briga di dedicare ore e giorni a questo progetto, a parte quella più ovvia: la brama di denaro.

Visintin: I temi che abbiamo posto in tavola sono gli stessi che indago ogni giorno da lustri. Questioni nodali che, per cattiva coscienza o per becero quieto vivere, vengono ignorate dai media grandi e piccini.
Non esiste la malavita organizzata dietro le quinte dei ristoranti, non ci sono infrazioni deontologiche gravissime nella quotidianità del giornalismo gastronomico, non si conoscono soprusi ai danni dei dipendenti di sala e cucina, non si spacciano pubblicità per informazioni. E se c’è qualche iniziativa a sfondo sociale che non abbia un Bottura per testimonial, non se ne può parlare.

Come uomo di penna e come giornalista ho sentito il dovere di pormi in antitesi a questa recita collettiva. E ho sempre pensato che trasferire quelle istanze in un dibattito pubblico fosse un passaggio naturale. Tuttavia, per anni è stato un vago progetto. Senza l’intervento di Samanta Cornaviera e di Aldo Palaoro non avrebbe mai visto la luce. Certo, a sostenerci è subentrata anche una sorta di fanciullesca follia. Perché l’organizzazione è stata una vera maratona, passata attraverso ostacoli e rovesci d’ogni tipo. Qualcuno surreale che racconterò un dì.



Che impressione vi pare che abbia prodotto DOOF?
Quella che vi aspettavate? Vi sembra che alcuni temi abbiano colto nel segno di una certa qual sensibilità nascente/diffusa? [per esempio, ho l’impressione che la faccenda della disambiguazione pubblicitaria un po’ di sommovimenti li stia creando – almeno su FB e nell’ambito del foodcircus]

Visintin: Cos’abbia prodotto realmente Doof è difficile stabilirlo ora, a poche settimane di distanza. Ma è vero che alcuni dei nostri temi sono stati prontamente acchiappati e riscodellati. Specialmente quello della pubblicità occulta in viaggio sui “social”. Noi, però, siamo tutt’altro che gelosi degli argomenti che trattiamo. Se qualcuno si sintonizza sulla nostra stessa lunghezza d’onda, va benissimo. Significa che il piccolo mondo anchilosato del food si sta risvegliando dal letargo intellettuale nel quale si culla beatamente da tempo immemore.


E ora?
Che farete, come vi muoverete, se vi muoverete.

Visintin: Di sicuro, a settembre rilanceremo il sito. Che ha registrato numeri sorprendenti. E qui dobbiamo ringraziare i sei studenti universitari ai quali abbiamo affidato la scrittura degli articoli. Cercando di offrire loro qualche attrezzo, grammaticale ed etico, per intraprendere questa professione. Quanto al resto, ne stiamo parlando. Le idee non ci mancano. Ma è meglio non rivelare le prossime mosse. Il cammino è lungo e sarà ricco di sorprese. Doof ha mosso soltanto il primo passo.


Il piano della giornata

Fedeli all’assunto che è attraverso la sofferenza che l’essere umano assurge a stati spirituali sempre più elevati e sottili, non fosse bastato il caldo e l’umidità, i 3 ideatori hanno sviluppato un programma irto di temi importanti, senza nessuna concessione alla sciallanza che siamo abituati ad associare agli eventi di cibo e beverage - per esempio, non c’era nulla da mangiare a ufo.

I 5 panel della giornata - l’elenco completo lo trovate qui - sono stati centrati su argomenti correlati al cibo ma non sul cibo in senso stretto: le iniziative sociali che fanno leva sul food per creare opportunità per i meno fortunati [Food Social], la critica gastronomica attuale e le guide, il mondo della ristorazione dal punto di vista della prassi operativa [Dietro le Quinte], i nuovi ruoli della comunicazione food, i social media, la pubblicità occulta [Social Food], la pervasività e gli interessi delle mafie nella ristorazione.


Intermezzo #2: tre domande a Aldo Palaoro

Chi ve l’ha fatto fare?
Ovvero: le motivazioni profonde che vi hanno spinto a prendervi la briga di dedicare ore e giorni a questo progetto, a parte quella più ovvia: la brama di denaro.

Palaoro: sto rispondendo da un paradiso fiscale del quale non rivelerò le coordinate nel caso la Finanza leggesse questa simpatica intervista. Comunque, non è solo per denaro, ma per la gloria, per la fama imperitura...anche, perché Visintin, in realtà, non esiste, dunque, tutto il merito sarà suddiviso tra Samanta ed il sottoscritto per l’eternità.
Poi potrei risponderti che l’etica, la dignità, l’eredità morale dei nonni (entrambi, mi raccomando, perché i cuochi ricordano sempre la nonna, dimenticando il ruolo fondamentale del nonno che mangiava tutto ciò che la nonna preparava) sono le molle che ci hanno spinto a portare avanti, nonostante le difficoltà, il progetto DOOF.
Va be’...seriamente, la consapevolezza di andar controcorrente c’è, i temi affrontati sono spinosi e si preferisce mantenerli sotto il tappeto dove sono stati abilmente spazzati nel tempo. L’aver ancora, però, un minimo di fiducia nelle persone, ci ha spinto a impiegare tempo e risorse personali, sopportando, peraltro, diversi tentativi di affondare il progetto, per portare all’attenzione di chi ha voglia di ascoltare e, magari, sostenere, alcuni argomenti che riteniamo siano meritevoli di approfondimento.
Argomenti che possono ridare dignità al settore enogastronomico, percorso, purtroppo, da troppa ansia da visibilità.



Che impressione vi pare che abbia prodotto DOOF?
Quella che vi aspettavate? Vi sembra che alcuni temi abbiano colto nel segno di una certa qual sensibilità nascente/diffusa? 

Palaoro: La prima impressione è che, ancor prima di aprire il Convegno, dal momento in cui annunciammo il progetto, è cominciata la ricorsa a a salire sul carro. Buffo se ci si pensa, perché mentre da una parte ci volevano affossare, dall’altra, anche gli stessi affossatori, cercavano di dimostrare la propria onestà a tutto tondo.
Quindi, soddisfazione e frustrazione, sintesi perfetta dello stato d’animo.
Dunque abbiamo colto nel segno ed il ribollire che si registra nei Social in questi giorni è la prova che abbiamo fatto bene a tener duro.



E ora?
Che farete, come vi muoverete, se vi muoverete.

Palaoro: Sì, ci muoveremo, soprattutto per non farci impallinare facilmente. DOOF può, ormai, considerarsi un contenitore utile a tenere accesa la luce sui temi già trattati e su altri meritevoli di attenzione. Non solo, però, come piattaforma di denuncia, ma, soprattutto, di approfondimento e ricerca di soluzioni possibili e condivisibili. Tra un’edizione e l’altra sarà il blog (sì, siamo anche noi blogger, ma doofblogger) a non interrompere il filo delle discussioni. Non sarà facile, ma ricordo che lo facciamo per i soldi e per la gloria.


Social Food

Per ragioni che solo la triade progettuale di DOOF conosce, sono stato invitato a partecipare al panel Social Food, moderato da Visintin in persona e in compagnia di:
  • Monica Davò [Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria - IAP - l’ente che recentemente ha inviato un buon numero di PEC a foodblogger più o meno note/i facendo presente che esistono le linee guida contenute nella Digital Chart in merito alla trasparenza nella promozionalità dei contenuti, e che queste linee guida sono costantemente disattese];
  • 3 blogger: Samanta Cornaviera [Massaie Moderne], Francesca D’Agnano [Singerfood] e Sonia Peronaci [formerly Giallo Zafferano, ora Sonia Peronaci];
  • un giornalista specializzato, Gabriele Ancona [Italia a Tavola].
E’ stato un incontro interessante, partecipato. E, possiamo dire a 20 giorni di distanza, forse foriero di effetti pratici.
In una certa misura, ha sdoganato il concetto che se sei davvero un influencer non puoi spacciare pubblicità per informazione disinteressata, anche se sei convinto della bontà di quel certo prodotto. Ci sono state discussioni online, a seguito di DOOF, e come è facilmente immaginabile c’è chi si è risentito, chi ha fatto coming out - per paura delle sanzioni dello IAP, per quieto vivere e anche per convincimento - chi va avanti come prima nascondendosi dietro al ditino della menzione al brand come [evidente? macchè] disclosure della sponsorizzazione del contenuto. Ma il tema è uscito dalla tana, e questo è un fatto assolutamente positivo.

D’altronde, le prescrizioni dello IAP - lo penso e l’ho detto - sono assai più timide di quelle che la Federal Trade Commission [FTC] americana ha definito nelle sue Guidelines. I comunicatori USA - giornalisti, blogger, chiunque - sono obbligati a dichiarare con evidenza la natura dei rapporti commerciali che li legano al brand e ai prodotti che citano nell’articolo, post, tweet, Instagram. Lo devono fare mediante lo stesso media che stanno utilizzando per lo Sponsored Content, e l’informativa “must be understandable by ordinary consumers as well as any “reasonable members” of a specific target audience (e.g. children or the elderly, or non-native English speakers)”.

Sotto traccia, è apparsa fugacemente la ben nota contrapposizione giornalisti vs. blogger, che tante soddisfazioni intellettuali ci ha dato negli ultimi anni.
Personalmente, non essendo né l’uno né l’altro, trovo questa contrapposizione interessante quanto un cartone animato ceco degli anni 60, in ceco. Occupandomi invece di strategie digitali, credo che sia ora di accogliere l’idea - il fatto - che la Digital Disruption sta mandando in frantumi vecchie distinzioni e modelli di business inattuali, e che prima si prendono le misure del mondo per come è già e per come certamente sarà e prima si finirà di rammaricarsi inutilmente per un passato che è già passato.

E da questo punto di vista, il fatto che si incomincino a definire e attuare norme di comportamento per figure professionali e attività che semplicemente 10 anni fa non esistevano [blogger, influencer, digital communicator] è un fatto assai positivo e avvia il sistema verso fasi meno immature.


Intermezzo #3: tre domande a Samanta Cornaviera

Chi ve l’ha fatto fare?
Ovvero: le motivazioni profonde che vi hanno spinto a prendervi la briga di dedicare ore e giorni a questo progetto, a parte quella più ovvia: la brama di denaro.

Cornaviera: Non ho avuto il coraggio di dirgli di no, ma mi pareva che al telefono, la prima volta che me ne parlò, mi avesse detto che voleva organizzare una serata karaoke con i successi dei Cccp- Fedeli alla linea. A Valerio piacciono molto queste serate da anziani.
Mi sono quindi limitata alla parte più organizzativa della faccenda, del dietro le quinte, lasciando ad Aldo e Valerio il compito di dibattere e moderare. Scherzi a parte, come dire di no a un evento che va controcorrente? Che vuole fare chiarezza, con onestà, nel variegato mondo del cibo?


Che impressione vi pare che abbia prodotto DOOF?
Quella che vi aspettavate? Vi sembra che alcuni temi abbiano colto nel segno di una certa qual sensibilità nascente/diffusa? 

Cornaviera: La mia impressione è che si sentisse il bisogno di parlarne, con sincerità e competenza. Il foltissimo pubblico che è intervenuto ai vari dibattiti, da mane a sera, è sembrato partecipe e attento. Il panel delle foodblogger, che mi ha visto fra i relatori, è stato di certo il più chiacchierato, ma anche il Social Food, il primo panel della giornata, moderato da Anna Prandoni, ha destato molto interesse e coinvolgimento. Le tante storie legate alle buone pratiche del cibo, raccontate dai protagonisti di diversi progetti legati al cibo e al sociale, meritano spazio e tempo per essere conosciute e aiutate.

E ora?
Che farete, come vi muoverete, se vi muoverete.

Cornaviera: A fine luglio, serata karaoke Cccp – Fedeli alla linea, a partire dalle ore 20 a casa di Valerio. Siete tutti invitati.


[Nota dell’autore: fine luglio è tra un attimo, qualcuno lo deve dire a Valerio M. Visintin].
  • condividi su Facebook
  • 806
  • 0
  • 2

#0 Commenti

inserisci un commento