Perché gli appassionati italiani non amano i vini di Bordeaux?

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Perché gli appassionati italiani non amano i vini di Bordeaux?
Il 18 maggio 1152 Eleonora d’Aquitania sposa in seconde nozze un Enrico II d’Inghilterra ragazzino. Portando l’Aquitania, la regione di Bordeaux, sotto il controllo della corona inglese per i tre secoli successivi.
Fu quello il periodo nel quale Bordeaux diventò Bordeaux, la regione del claret. Fu allora che si aprì il fiorente commercio dei vini della zona con l’Inghilterra, un canale di scambio che tra alti e bassi segnerà la storia del vino mondiale.
Abbandoniamo il Medioevo e saltiamo di qualche secolo in avanti.

Seicento, la nascita della vendita En Primeur. Bordeaux compie il definitivo salto di qualità. Ragioni dunque non agronomiche, ma commerciali.
“Se il vino di Bordeaux è il più rinomato al mondo oggi, è proprio grazie a questo particolare sistema dei négociants, ideato dagli Olandesi […] Beyerman iniziò a fare négoce nel 1620, e molti dei négociants odierni esercitano da 350 anni: Schroder e Schyler, Barton, Lawton. Gli château, di proprietà nobile o reale, producevano vino e lo mettevano in barriques, e il loro lavoro finiva lì.
Il négociant, comprando en primeur, funzionava da banca per gli château, ed evitava il contatto diretto tra i nobili produttori e la “massa” di bevitori
, ci informa Mike Tommasi ne ‘La piazza dei vini di Bordeaux’ (Millevigne n°3 2016) (corsivi miei).

Avanti di altri trecento anni.
Arriviamo al Novecento, ed è la svolta.
La scuola enologica di Bordeaux guidata da Ribéreau-Gayon e Peynaud compie quello che adesso è visto come la peste bubbonica: dà regole internazionali di vinificazione.
Peggio ancora: attraverso di esse, cerca anche di dare una oggettivazione del gusto di stampo fortemente riduzionista.
Ovvero, Lucifero che si manifesta sopra il letto di Regan.

In the end.
Oggi i vari Pétrus e Latour prendono la via dell’Oriente, e gli appassionati europei voltano le spalle alla maggiore regione rossista del pianeta.

Il Roger Federer del giornalismo del vino internazionale Jancis Robinson rassicura: la fortuna di Bordeaux è da sempre ciclica.
“Quando cominciai il mio mestiere, i Bordeaux si stavano riprendendo da uno scandalo di rietichettatura che aveva coinvolto una delle famiglie mercantili più in vista del settore, i Cruse (che nel 1847 comprarono l’intero raccolto dello Château Lafite) e dai disastrosi effetti della crisi petrolifera degli anni 70, con i premiers crus in vendita a prezzi modici perfino nella catena di vinerie Augustus Barnett (tutt’altro che esclusiva).”

Si tratta solo di attendere?
Riavvolgiamo il nastro e proviamo a capire.

Nel racconto di Bordeaux non ci sono piccole famiglie, non si conoscono i nomi dei vigneti, non c’è nessun monaco dedito religiosamente alla produzione di vino da messa, né si conoscono spartizioni di piccole eredità. Tantomeno dilettanti convertiti alla vigna per vocazione.

Nel racconto di Bordeaux ci sono re e castelli, grandi professionisti, commerci internazionali e incalcolabili interessi di Stato.
Bordeaux è significante i cui significati sono aristocrazia, commercio, internazionalità. La finanza (bestemmia!) della vendita En Primeur.
Il vituperato europeismo degli scambi culturali e della globalizzazione.

Bordeaux è l’apice del vino come cultura (in senso ovviamente antropologico) in un periodo nel quale l’ideologia del naturale picchia come un gancio di Foreman.

Oggi che molto ipocritamente ‘i brand cercano di negare d’esser trend, cioè di esser brand e di seguire le loro logiche [...] o quantomeno devono proporre forme di comunicazione e dispositivi stilistici che tendono a negarlo, esattamente come gli scritti dei romanzi realisti dovevano cancellare ogni traccia linguistica del loro autore’, come scrive Gianfranco Marrone in Gastromania (pag. 118), Bordeaux ti sbatacchia in etichetta castelli di proprietà di multinazionali.

Nel racconto di Bordeaux la natura è completamente addomesticata, business is business, i produttori non vogliono salvare il mondo, sono eticamente neutri e i grandi Chateau sono spesso controllati dalla grande finanza e dai gruppi bancari che causarono la crisi del 2007.

E così il rifiuto di Bordeaux è il rifiuto dell’Europa e della globalizzazione, e forse è anche rancore verso quella borghesia che è la classe sociale europea – ammesso che in Italia sia mai esistita e non concesso che sia in via di estinzione nel Vecchio Continente – che meglio ne comprese il linguaggio.

Oggi che l’amore per la dioscura Borgogna è glocal, e consolazione del calore della famiglia, Bordeaux recita nel vino il ruolo che la Germania recita nella politica europea.

Ma questa è – senza dubbio – un’altra storia.

[immagine: www.ilsole24ore.com]

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