Il Ministro Martina sogna l'Unesco per l'amatriciana

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Il Ministro Martina sogna l'Unesco per l'amatriciana
“È nostra intenzione candidare la tradizione amatriciana a patrimonio Unesco nell'ambito degli obiettivi del 2018, anno che come governo abbiamo voluto dedicare al cibo italiano". Lo ha annunciato il ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina presente all'inaugurazione del Polo della Ristorazione di Amatrice, città in provincia di Rieti devastata dal sisma del 2016. Il Comune di Amatrice, già nel 2015, aveva iniziato il percorso per il riconoscimento dell'amatriciana come specialità tradizionale garantita (Stg).

L'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura, conosciuta per la lista dei luoghi patrimonio dell’umanità, si occupa di un gran numero di programmi che hanno lo scopo di preservare altri tipi di tesori. Il Global Geopark Network ad esempio, ha la missione di trovare e promuovere il patrimonio geologico mondiale, mentre il meno conosciuto progetto Memory of the World è nato nel 1992 per aumentare la consapevolezza dell’importanza di accedere ad archivi storici in tutto il mondo (preservandoli da guerre e rivoluzioni, da danneggiamenti, saccheggi o vendite illegali). Altre catalogazioni UNESCO riguardano il Network delle Città Creative (in cui la creatività si esprime attraverso cinema, gastronomia, musica, letteratura, design, artigianato), il programma World Network of Biosphere Reserves, che combina scienze naturali, economiche e sociali per aumentare i livelli di sostentamento, salvaguardare l’ambiente naturale attraverso la promozione di approcci economici innovativi sviluppo economico e sociale, l’Atlante delle lingue in pericolo dedicato alla salvaguardia delle diversità linguistiche a livello globale.

Tra queste varietà non esiste un elenco dedicato esclusivamente all’individuazione e alla protezione del patrimonio gastronomico mondiale, ma una ben più ampia lista chiamata Intangible Heritage List, che include costumi, rappresentazioni, espressioni, saperi e competenze che sono trasmessi di generazione in generazione e che permettono alla comunità di mantenere la propria identità.
L’elenco, lanciato nel 2003, include molte voci meritevoli di essere incluse: dal Tango allo spazio culturale della Piazza di Jemaa El-Fna a Marrakesh, fino al Design tradizionale dei ponti ad arco in legno cinesi. Nonostante questi criteri piuttosto generici, per il food è complicato entrare a far parte della lista. L’Italia è fortunata: nel 2010 è stata inserita la Dieta mediterranea, mentre nel 2014, sono stati riconosciuti degni della lista i paesaggi vitivinicoli delle Langhe Roero e Monferrato e, ultimo ma non ultimo, ha fatto il suo ingresso non un cibo ma una tecnica di coltivazione: la pratica agricola della vite ad alberello di Pantelleria. Tra terrazzamenti, muretti a secco, questo metodo di coltivazione, così complesso e faticoso che si trasforma in un prodotto - lo Zibibbo –, diventa esso stesso collante per un’intera comunità.

La richiesta di inserimento nell’elenco della cucina francese è stata respinta ben due volte, idem la cucina di Michoacán (messicana): la loro speranza consisteva nell’inserimento nell’elenco di tamales (involtini ripieni di carne, verdura e frutta), della pasta di Guava (frutto utilizzato come surrogato della mela cotogna per la preparazione di una marmellata chiamata “Goiabada”) e del formaggio Cotija, un formaggio di latte di vacca crudo la cui produzione artigianale nella zona storica sta scomparendo.

I benefici dell’inserimento in lista si trovano principalmente nell’incremento dell’orgoglio locale e nella visibilità globale, oltre all’accesso a fondi per la gestione degli sforzi legati alla conservazione del prodotto stesso, dell’ambiente e della comunità in cui viene realizzato.

Al di là delle polemiche che interpretano l’inserimento della cucina tradizionale all’interno della lista come un soffocante segno che scoraggia l’innovazione, quello che è certo è che un riconoscimento formale difende la cucina tradizionale (e la cultura di una porzione di mondo) dalla più becera globalizzazione.
Alla luce di tutto questo, guardiamo alla proposta italiana come un tentativo di rinascita della cultura di quel territorio e della storia della sua comunità locale: incrociamo le dita per Amatrice e l’amatriciana!
 
[Photo credit: taste.com.au]
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