Cos'è l'Ampelografia? Descrivere, collezionare e riconoscere per non prendere fischi per fiaschi

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Cos'è l'Ampelografia? Descrivere, collezionare e riconoscere per non prendere fischi per fiaschi
Lo confesso: a riconoscere i diversi vitigni guardando la foglia (la forma, i seni, i lobi, la peluria, il picciolo, le nervature) o il grappolo (con un’ala, con due ali, spargolo o serrato) sono sempre stata una schiappa. Scrivo quindi questo post contrita e avvolta dai sensi di colpa e ad espiazione della mia mancanza professionale.

Pensare che ci siano persone dai superpoteri in grado non dico di riconoscere un Merlot da un Sangiovese (quello lo so fare anch’io) ma anche le varietà minori o addirittura i cloni di una stessa varietà mi ha sempre riempito di ammirazione e di invidia. Uno dei maggiori esperti di vitigni toscani (in genere non uso termini assoluti ma nel suo caso non mi sbilancerei a dire il maggior esperto) è Roberto Bandinelli dell’Università di Firenze, papà di tanti e tanti cloni presenti nei vigneti della Toscana. Insieme a Paolo Storchi, direttore del CREA viticoltura ed enologia di Arezzo, con il quale qualche anno fa dette vita ad un bellissimo progetto di recupero e conservazione di tutti i vitigni minori della Toscana, Bandinelli ha inaugurato il 21 settembre scorso, con un convegno dedicato all’Ampelografia e alla biodiversità viticola, la mostra “Uve del Germoplasma Toscano” presso la sede dell’Accademia dei Georgofili, con campioni di grappoli di varietà più o meno conosciute (se non proprio sconosciute ai più) esposte con la riproduzione dei documenti storici nei quali si attesta la loro presenza fino dai secoli scorsi.

Qui la gallery con le foto dei grappoli di alcuni vitigni

Se vi capita di andare a Firenze (è aperta fino al 5 ottobre perchè una mostra di grappoli freschi non può durare quanto quella sulle grandi opere pittoriche del ‘500) potrete vedere i cloni di Sangiovese più interessanti, alcune nuove varietà derivanti dall’incrocio del Sangiovese con altre varietà toscane o internazionali e soprattutto la Rossara, l’Aleatico, il Moscatello, il Caprugnone, il Verdello, l’Ansonica, il Canaiolo rosa, la Malvasia lunga, la Canina, il Fiordarancio, il Vaiano, l’Empibotte, la Lacrima, l’Agrifone, il Grechetto nero, il Bonamico, la Barsaglina, la Cannella, il Pisciancio nero, il Rapone, le Palle di Gatto, la Farinella, l’Oliva, il Mammolo, il Procanico, l'Ingannacane e naturalmente il Canaiolo nero, il Ciliegiolo, il Prugnolo gentile, il Trebbiano toscano e la Vernaccia di San Gimignano.

I grappoli in mostra

Nella maggior parte dei casi sono le stesse varietà di cui parlano gli storici, dipinte e illustrate dagli artisti a partire dal ‘500 e la cui diffusione in Toscana è stata riportata nell’infografica ottenuta da Daniele Vergari dell’Accademia dei Georgofili utilizzando le citazioni di alcune opere fondamentali di storia dell’agricoltura.


Ma dove si trovano oggi queste varietà?

Alcune, quelle iscritte nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite, possono essere moltiplicate dai vivaisti e piantate dai produttori e quindi sono potenzialmente presenti nei vigneti toscani in produzione, le altre invece a meno dell’esistenza di qualche vigneto vecchio ove ancora presenti, sono raccolte e conservate unicamente nelle collezioni di germoplasma, la cui funzione è fondamentale per la conservazione della biodiversità anche per quelle varietà o biotipi che al momento non presentano attualmente un grande interesse enologico.


L'ampelografia, una scienza con finalità pratiche

Ma torniamo all’ampelografia, perché è solo facendo un po’ di storia che possiamo spiegare come nascono la classificazione dei vitigni e le collezioni di germoplasma. La storia dell’ampelografia e le sue applicazioni sono state descritte nel convegno dell’Accademia dei Georgofili da Anna Schneider, docente di Ampelografia dell’Università di Torino, un’altra scienziata dotata dei superpoteri del riconoscimento varietale.

L'ampelografia è quella scienza che descrive i vitigni nelle caratteristiche dei loro organi, germoglio, foglia, frutto, fiore, tralci, con lo scopo di identificarli e distinguerli in modo univoco. Si tratta di una disciplina recente, nata tra la fine del 1700 e affermatasi poi solo nel corso dell’800, quando scienziati come Clemente in Spagna, Odart in Francia e Gallesio e Acerbi in Italia, sulla scia dell’entusiasmo classificatorio che da Linneo in poi animava le Accademie di scienze di tutta Europa, hanno cominciato a capire che i caratteri portati dalle diverse varietà erano fissi, che i vitigni erano sì tanti ma in numero finito, e che per questi motivi era possibile descriverli e classificarli in modo sistematico, oggettivo e universale soprattutto per fare ordine tra tutti i nomi con i quali si indicavano. Linneo però è solo un punto di partenza (Odart, ha raccontato Schneider, scrive chiaramente che a lui di licheni e muschi non gliene potrebbe importare di meno) perché gli ampelografi, che non sono botanici ma agronomi, classificano i caratteri dei vitigni con uno scopo molto applicativo, guardando soprattutto al loro prodotto e alle sue potenzialità produttive. Lo scopo di questi signori è quello di riconoscere i vitigni per scegliere i migliori da cui fare un buon vino e poterlo vendere sui mercati internazionali.


Illustrazione Canaiolo Nero di Viala

Gli strumenti a disposizione dei primi ampelografi sono l’illustrazione (in realtà la descrizione iconografica esatta di piante e frutti nasce molto prima con la natura morta e la pittura botanica, famosi sono i quadri di Bartolomeo Bimbi che riportano con tanto di cartellino tutte le varietà toscane rosse e bianche) con le tecniche dell’acquaforte e della litografia e le collezioni, nelle quali si possono valutare le caratteristiche produttive e qualitative delle varietà in campo, come quelle famose del Conte di Rovasenda in Piemonte e del Barone di Mendola in Sicilia che contano più di 3000 esemplari e varietà di tutto il mondo.

Il primo sforzo a livello istituzionale dell’Italia post-unitaria arriva nl 1872 quando il Governo decide di investire (non poco) per la costituzione di un’Ampelografia Generale Italiana che comincia ad essere pubblicata a fascicoli nel 1879 e che classifica e illustra fino al 1890 però soltanto 28 vitigni per poi interrompersi quando, con l’arrivo della fillossera, i fondi vengono spostati alla ricerca della soluzione necessaria per salvare i vigneti italiani e il progetto si interrompe. Ma la malefica bestiolina (complice poi anche un periodo difficile con l’inciso di due guerre mondiali) non si limita a sottrarre i fondi agli scienziati e si dedica purtroppo anche a distruggere in pochi anni la maggior parte delle collezioni esistenti comprese quella del Mendola e successivamente quella del Rovesenda. E così l’Italia riparte praticamente da zero negli anni ’50 a raccogliere, selezionare e ricostituire cataloghi e nuove collezioni, delle quali praticamente niente proviene dalle vecchie collezioni ottocentesche.

A livello scientifico internazionale l’ampelografia si arricchisce di nuovi parametri standardizzati, come quelli raccolti nella scheda dell’OIV (Office International de la Vigne et du Vin) e nuovi metodi, prima la biometria che grazie alla rilevazione di una serie di misure sulla foglia con l’uso della tavoletta grafica rende finalmente elaborabili statisticamente e meno oggettivi i parametri ampelografici e poi i metodi di analisi biomolecolare del DNA che completano ma non sostituiscono l’ampelografia classica.

A livello pratico nascono il vivaismo, la certificazione del materiale di propagazione e i Registri Nazionali e Regionali delle varietà delle uve da vino, arriva la meccanizzazione e si diffondono i vitigni intenazionali. Dagli anni '40 in poi le superfici si riducono e con esse le varietà coltivate e propagate delle quali attualmente il 45% interessa solo le prime 10 varietà.


La situazione oggi

E oggi? La situazione delle collezioni di germoplasma purtroppo non è felicissima (con l’1% del PIL dedicato alla ricerca, dalla Medicina alla Fisica, potete immaginare quanto possa essere dedicato all’Ampelografia). “Mantenere una collezione può essere molto costoso" ha commentato Anna Schneider "ci sono i fondi talvolta per costituirle ma difficilmente ce ne sono per conservarle o per studiarle e troppo spesso rischiano l’abbandono per mancanza di risorse. Tra le collezioni poi non solo non ne esiste una (la madre di tutte le collezioni) che raccolga tutte le varietà maggiori e minori (non solo quelle iscritte al Registro per le quali invece una raccolta naturalmente c’è), ma non esiste un coordinamento, uno scambio di material e un database, che permettano di risolvere le questioni di sinonimie e omonimie presenti nelle diverse regioni e gli errori di attribuzione presenti tra campioni che dovrebbero fare da riferimento e tra i quali invece è stato stimata una % di errore del 5%  per le varietà e addirittura del 20% quando si passa a parlare di portinnesti.”

E si capisce quindi, tenendo conto di tutti gli scambi di materiale vegetale, i viaggi e le migrazioni che hanno portato in giro per l’Italia varietà di altre regioni o provenienti dall’estero, che poi hanno preso nomi diversi o dialettali, quanta ricerca e classificazione sia necessaria e anche quanto poco senso abbia il parlare o straparlare di vitigni autoctoni solo per indicare la varietà ritrovata nel vigneto del nonno.
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#3 Commenti

  • Azienda Agricola L'Arcera - Organic Wine

    Azienda Agricola L'Arcera - Organic Wine

    Ma ormai con l'identificazione genetica sono finite tutte le palle che giravano sui vitigni autoctoni e non

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    #1
  • Alessandra Biondi Bartolini

    Alessandra Biondi Bartolini

    L'analisi del DNA con la tecnica dei microsatelliti è usata per caratterizzare tutte le varietà coltivate e iscritte al registro che sono ora riconoscibili geneticamente ma non esiste un database per le varietà minori, molte delle quali sono nelle collezioni ma devono ancora essere studiate approfonditamente. Nel momento in cui ci sarà, e sempre che non si inseriscano errori nei profili di riferimento, certamente il loro confronto potrà togliere qualsiasi dubbio. Gli studi genetici che sono stati fatti sull'origine dei vitigni ad esempi spesso ha riservato delle sorprese, evidenziando che varitetà ritenute autoctone hanno invece origini estere e anche che varietà per le quali si ricostruivano viaggi esotici in giro per il mediooriente prima di arrivare da noi hanno invece genitori autotoctoni. Il rpoblema in molti casi è proprio a mio avviso l'esistenza del momento di arresto legato alla fillossera e di successiva ricostituzione: nessuno può garantire che quello che prima era diffuso nei vigneti con il nome di Pinco, arrivato dalla Pannonia, sia esattamente lo stesso che è stato ripiantato dopo sempre con il nome di Pinco...

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    #2
  • Azienda Agricola L'Arcera - Organic Wine

    Azienda Agricola L'Arcera - Organic Wine

    Questo è il vero problema :i data-base! I più attendibili con 2/3000 profili per uno sono quelli del CRA VIT, del CNR e dell'Università di milano in Italia, poi c'è Montpellier e sicuramente ha un suo archivio privato Josr Vouillamoz. Il problema è che questi dati non vengono incrociati! Ogne Ente conduce le sue ricerche ed è grloso drlle sue scoperte per essere il primo a pubblicare una certa notizia. Esempi ce ne dono...

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    #3

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