Le cooperative del vino in Alto Adige: perché funzionano

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Le cooperative del vino in Alto Adige: perché funzionano
Cooperativa, state of mind. Se parliamo di vino e Alto Adige, senza dubbio il claim ci può stare. Economia fondata sull'agricoltura, sul turismo e la tecnologia applicata a entrambi i settori. Un modello, quello altoatesino, che vorrebbe essere d'ispirazione, ma non sembra dar vita a molti emuli. E' vero, parliamo di una regione autonoma, piccola e che, dal punto di vista viticolo, rappresenta meno dell'1 per cento del vigneto nostrano. Poi c'è la mentalità, la cultura, la storia, il presente germanici che rendono particolarmente efficiente questo pezzo d'Italia che è molto poco italico (e basta trascorrerci un paio di giorni per rendersene conto: lingua, orari, senso civico ti inducono a essere esterofilo senza muoverti dal territorio patrio, strana sensazione!). Ma se provassimo a buttare giù un elenco di ragioni per cui il sistema cooperativo altoatesino è ormai sinonimo di qualità, assioma che è raramente valido per altre coop, quanti e quali voci andrebbero inserite?


Le regole della teoria cooperativa


Innanzitutto la messa in pratica della "teoria cooperativa", ovvero centralità del socio, forte attenzione al territorio, ricerca di qualità, investimenti in innovazione e sviluppo, crescita culturale collettiva, partecipazione. Qui, tutte queste voci sono state spuntate ed è successo nell'arco di meno di 30 anni. La data di nascita di molte di queste realtà infatti è ben più vecchia - quasi tutte tra fine '800 e inizio '900 - ma erano macchine produttive finalizzate a quantitativi di vino che finiva in Germania, Austria e Svizzera (ed era quasi tutto da uva rossa). Ha ragione Willi Stürz, l’enologo e direttore tecnico di Cantina Tramin, quando dice: "da molto tempo non è più così: noi abbiamo la convinzione che in Südtirol, se non fai qualità, il sistema muore”. E dietro quel noi non c’è solo la dirigenza della cooperativa: ci sono i soci, le comunità locali, le istituzioni pubbliche, i soggetti economici. Qui è il socio che per primo è interessato a far qualità.
Continuando l'elenco ci sono da aggiungere la piccola dimensione - più o meno un ettaro di proprietà a testa - la selezione di nuovi soci sulla base della qualità del vigneto e del viticoltore, rispetto delle peculiarità territoriali, innovazione, crescita professionale del viticoltore ad opera della cooperativa, profilazione dei mercati.

Insomma, un pilastro non solo economico, ma anche culturale e sociale, quello del cooperativismo in una regione in cui i viticoltori sono 5.000 e si dividono 5.400 ettari di superficie vitata, distribuita nelle zone climatiche più disparate, su terreni diversi e a quote che variano dai 200 ai 1.000 metri (con un'interessante crescita dei vigneti in altitudine in virtù del cambiamento climatico).

Georg Höller, già presidente della cantina di Terlano, è a capo del Consorzio della Cantine Produttori Altoatesine: "Al momento siamo a quota 12 (e non più 13 dopo la fusione di Kaltern con Erste+Neue) per la gestione dei 2/3 del vigneto altoatesino, che vuol dire il 70 per cento dell'uva disponibile (e 300 mila ettolitri). Più di un secolo fa erano i commercianti del posto a gestire produzione e vendita, cosa che convinse i contadini a riunirsi in cooperative. Ma la commercializzazione del vino a litro non era una grande soluzione e soprattutto il mercato italiano ne risentì, erodendosi un po' alla volta. Oggi l'Italia è il primo cliente, seguito da quello locale e poi dal resto del mondo. I bianchi giocano la parte del leone, ma c'è un incremento anche del Pinot Nero, magari a scapito di uve più tradizionali come la Schiava".


Il predominio delle cooperative


Fermiamoci un attimo e pensiamo al significato che ha per noi - noi appassionati di vino, noi che cerchiamo sempre nuove etichette, noi che ci affezioniamo al "piccolo" e alla sua storia - la parola "cooperativa". La verità è che in tutti i mercati del mondo tali imprese sono predominanti e la raccolta dei prodotti - per il 60 per cento e oltre - è dovuta a loro. In Europa, la politica agricola, per fortuna, a partire dai primi anni 2000, ha spinto sulla richiesta di requisiti specifici - soprattutto in termini di miglioramento della qualità e capacità di promozione del prodotto - stimolando così una competizione tra imprese cooperative e private su parametri di valore. La case history altoatesina dice che l'awareness delle cooperative non ha nulla da invidiare a quella delle imprese individuali (cosa non scontata invece per nomi come Cavit, Caviro, Cantine Riunite-Giv etc...).

Ciò è frutto anche di un'opportunità intrinseca alla regione: in Alto Adige tutto è piccolo (lo sono anche le cooperative), a cominciare dal frazionamento del vigneto, la cui frammentazione però è un valore aggiunto. Che, a pensarci, è l'esatto contrario di quanto accade nel resto del territorio: grande parcellizzazione del vigneto, quindi necessità di collettori di uva che badano meno alla qualità del prodotto. Il guadagno del socio dipende da quanto la cooperativa riesce ad incassare, dopo aver dedotto i suoi costi. Qui entrano in gioco i prezzi delle etichette: quelli delle cooperative altoatesine - grazie anche a una differenziazione di gamma - non sono mai troppo bassi o in forte concorrenza con quelli delle imprese private. E, in entrambi i casi, sono tarati verso l'alto. Per il contadino conferitore questo vuol dire incassare tra i 20 e i 30 mila euro l'anno ad ettaro (il valore più alto è della Cantina di Terlano che per le sue Grand Cuvée può offrire anche di più). Siamo dunque in presenza di aziende che generano utili che vengono reinvestiti nel miglioramento delle realtà produttive (siamo molto oltre all'originario "scopo mutualistico").


Il cappello della Doc Vini Alto Adige


Il banco di prova di questa qualità diffusa tra cooperative, aziende private e tenute vinicole (coloro che hanno vigneti ma comprano anche uva) è palese tra i banchi di assaggio che mettono assieme tutte queste realtà. Così è accaduto alla prima edizione di "Alto Adige Wine Summit" - 22-23 settembre scorsi a Bolzano - dove a tirare le fila di tutto è stato il Consorzio Vini Alto Adige che da 10 anni è il cappello sulle tre differenti entità. Maximilian Niedermayr è il presidente in carica:

"Ad oggi contiamo 160 soci, che lavorano più del 95 per cento della superficie che produce i vini DOC altoatesini - spiega Niedermayr - i membri fanno parte delle associazioni delle cantine, delle tenute e dei vignaioli. Unendo tutte le forze all’interno del Consorzio, l’industria del vino altoatesina ha chiaramente guadagnato energia e visibilità. Compito principale del Consorzio è, oltre alla tutela delle denominazioni di origine controllata Alto Adige DOC, Lago di Caldaro DOC e Mitterberg IGT, la promozione dei vini altoatesini e il sostegno dei propri membri nelle questioni legali e amministrative”.

Un sistema integrato che sembra funzionare stando ai numeri: 230 milioni di fatturato complessivo (contando solo Doc e Igt), in aumento dal 2015 al 2016 del 3-5%, 210 imprese, più di 5.000 conferitori, sparsi su 5.440 ettari di superficie coltivata, 600 addetti alla produzione. E ancora: esportazioni che valgono il 24% del giro d’affari totale – con il mercato americano sempre più strategico – e un investimento annuo di 2,5 milioni di euro nella promozione, curata dal Consorzio Vini Alto Adige a sua volta sostenuto da IDM Alto Adige-Südtirol, l'Agenzia della Camera di Commercio e della Provincia Autonoma di Bolzano che sovraintende al marketing territoriale e allo sviluppo competitivo delle aziende in termini di innovazione e internazionalizzazione.

Innovazione in effetti è l'altra parola magica da queste parti. Al Centro di sperimentazione di Laimburg da un po' si parla di riscaldamento globale e il tema dell'altezza del vitigno è importante: "Nell’ultimo secolo la temperatura media è aumentata di quasi due gradi nell’arco alpino - continua il presidente - e l’avvio della vendemmia è stato anticipato di due-tre settimane negli ultimi 30 anni. Per trovare una soluzione è stato avviato assieme al Centro Sperimentale di Laimburg un progetto di ricerca triennale finanziato dall’Unione europea, con un budget di circa 720mila euro e intitolato PinotBlanc. Compito del progetto è quello di analizzare il collegamento fra altitudine e prodotto". Perché il vitigno a bacca bianca è presto detto: "Cerchiamo di puntare sui bianchi, dove siamo forti – spiega Niedermayr -. soprattutto sul Pinot bianco che ci fornisce un'ottima chance per darci un profilo chiaro sul mercato internazionale". Una varietà che occupa il 10% della superficie coltivata.


Eppure crescono i vignaioli indipendenti


La Freie Weinbauern Sudtirol è l'associazione dei vignaioli indipendenti altoatesini, nata nel 1999 grazie a una decina di soci, che oggi ne conta un centinaio. Un desiderio di autonomia che non va in collisione con il sistema cooperativo, ma è solo il racconto di un altro pezzo di viticoltura in Alto Adige. Il presidente uscente è Michael Goëss-Enzenberg della Tenuta Manincor:

"quasi 20 anni fa, quando siamo partiti, la maggior parte di noi conferiva uva alle Tenute Vinicole (un po' produttori un po' commercianti come Alois Lageder e Elena Walch per capirci ndr), ma eravamo davvero troppo piccoli e abbiamo sentito l'esigenza di riconoscerci in un'entità diversa. Ho grande rispetto del lavoro cooperativo, come non potrei? Mio nonno è stato tra i fondatori di quella di Caldaro e anche io ho conferito lì per 20 anni. Poi ho deciso di far nascere il marchio Manincor nel 1996, perché avevo studiato Enologia e Viticoltura e volevo tirare fuori dai miei vigneti il meglio che potevo. Credo sia così anche per quelli che non vogliono far parte dei 5000 e passa soci delle coop. Non a caso l'età media dei vignaioli indipendenti è più bassa ed è quello che serve per accollarsi un rischio d'impresa, propendono per il biologico e di sicuro tra di loro c'è anche chi è insoddisfatto del trattamento delle uve da parte delle cooperative. La collaborazione esiste e il Consorzio Vini Alto Adige sta facendo un ottimo lavoro, ma funziona decisamente meglio da quando ha allargato la sua struttura alle aziende private".

Altro vignaiolo indipendente è Armin Kobler, che conferisce ancora 1/3 della sua produzione alla cantina di Cortaccia. Anche lui non crede che la crescita delle aziende private sia un fenomeno rilevante, mentre la strada maestra è quella della "co-abitazione": "

"c'è da sempre la volontà da parte dei contadini altoatesini di vivere bene con il proprio lavoro
- spiega Kobler - per questo 100 anni fa sono nate le cooperative. Prima era tutto in mano ai commercianti che pagavano in quattro rate: febbraio, aprile, luglio e novembre, in concomitanza dei quattro santi più importanti per l'agricoltura: la Candelora, San Giorgio, San Giacomo e San Martino. Ha funzionato fintanto che qualcuno non ha iniziato a fare il furbo. Da lì la nascita delle coop. La nostra associazione invece mira soprattutto a esigenze di assistenza burocratica. Non ci sentivamo tutelati a livello sindacale dai commercianti".

Oggi ha senso mettersi in proprio in un sistema vitivinicolo come quello altoatesino?

"Dipende anche molto dalla zona: se parliamo di Val Venosta e Valle Isarco direi di sì, perché sono posti molto ambiti e che hanno un ottimo riscontro. In generale -
racconta Armin - abbiamo i problemi che hanno tutti: devi avere un successore, devi poter girare tanto e parlare altrettanto, cosa che in generale a noi piace poco! Inoltre il guadagno che ti assicura la cooperativa ti mette al sicuro. Noi piccoli vendiamo bene in cantina e nei ristoranti locali, i flussi turistici aiutano tanto. Poi c'è il mercato estero, meno quello italiano per noi che è invece preponderante per le cooperative, ma anche qui ci stiamo difendendo bene. Il grande cappello del Consorzio unico funziona, ma è anche per merito dell'impegno di noi piccoli che, all'epoca, non accettammo l'erga omnes imposto a tutti i viticoltori. La "battaglia" portata avanti con l'assessorato all'Agricoltura ci ha fatto sedere nel consiglio di amministrazione del Consorzio con pari peso di voto: su 10 membri, 5 sono delle cooperative, 3 delle tenute vinicole, due dei vignaioli. Il che rende impossibile che abbiano la meglio sempre le realtà più grandi. Altro unicum sono i gruppi di lavoro in cui ci scambiamo informazioni utili: c'è quello sul Diritto, sulla Viticoltura e sul Marketing e Comunicazione. Ad esempio è inestimabile l'apporto dei responsabili delle cantine cooperative in quest'ultimo settore: loro che girano tanto ci danno informazioni che altrimenti non potremmo avere".
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