Il Carema e l'Erbaluce di Caluso: due grandi vini del Canavese tra passato, presente e futuro

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Il Carema e l'Erbaluce di Caluso: due grandi vini del Canavese tra passato, presente e futuro
Il Canavese, è un vasto territorio che si estende tra laghi, castelli e piccolo borghi dal grande fascino, nella provincia di Torino, area Nord e nord-Est, fino alla Valle D’Aosta, comprendendo anche una piccola parte delle provincie di Biella e di Vercelli. Da un punto di vista geologico questo territorio è dominato dall’Anfiteatro morenico di Ivrea, lungo circa 25 km, che può essere immaginato come una enorme impronta lasciata dal grande ghiacciaio Balteo che in tempi remoti si ritirò lasciando dietro di sé una grandissima quantità di sabbia, ciottoli e pietre frutto dell’erosione praticata dal ghiacciaio sulle rocce che incontrava durante il suo cammino a ritroso. Questi terreni morenici, mediamene molto acidi, si sono rivelati nel tempo adattissimi, già al tempo dei Romani, alla crescita della vite che oggi è parte integrante di questi splendidi paesaggi all’interno dei quali i vitigni più diffusi sono rappresentati dall’erbaluce e dal nebbiolo.

Il primo è un vitigno a bacca bianca dotato di buona vigoria, coltivato principalmente con il sistema a pergola (localmente detto topia) anche se ultimamente sempre più viene allevato con sistemi a controspalliera con potature a guyot. L’erbaluce è un’uva dotata di buona acidità e, proprio per questo, i vini prodotti si caratterizzano per freschezza e complessità evolvendo anche per lunghissimo tempo. Questo vitigno, oggi alla base della DOCG Erbaluce di Caluso (2010), si caratterizza inoltre per la sua grande versatilità visto che il disciplinare di produzione prevede la possibilità di ottenere tre tipologie di vino: fermo, spumante metodo classico e passito.

Piccola curiosità: si narra che l’origine del nome di questo vitigno sia fatta risalire alla leggende della ninfa Albaluce, nata dall’amore tra la Dea Alba ed il Sole, la cui straordinaria bellezza richiamava ogni anno contadini, pastori, pescatori desiderosi di omaggiarla con i prodotti della terra e del lago. Un giorno, l’arrivo improvviso di tribù nomadi guidate dalla regina Yppa mise fine al gioioso clima di festa. Necessitando di terreni da coltivare, Yppa si adoperò affinché le acque del lago defluissero per lasciare posto a nuovi campi da semina, trasformando così le verdi rive in distese di arbusti rinsecchiti. Di fronte all’amato paesaggio ormai distrutto, Albaluce non riuscì a trattenere un triste pianto. Ma le sue lacrime, cadute a terra, divennero nuova fonte di vita: dalla stessa terra si innalzarono viti dai lunghi tralci e dolci grappoli dorati di succosa uva bianca. Come dono della Dea ai suoi fedeli nacque così, sui colli canavesani, il vitigno Erbaluce.

L’uva a bacca rossa più importante del Canavese è costituita invece dal nebbiolo, nelle due varietà Picutener e Pugnet, che all’interno dell’areale di produzione trova la sua massima espressione all’internol comune di Carema, ultimo baluardo piemontese prima della Valle d’Aosta, dal quale si ottiene l’omonimo vino, il Carema. In questa specifica zona il nebbiolo viene coltivato sul crinale del Monte Maletto, tra i 350 e i 700 metri s.l.m., con terrazzamenti vertiginosi caratterizzati da muretti a secco e pilastri in pietra (tupiun) a forma di tronco di cono: una coltivazione estrema, in condizioni difficili, ma di una suggestione unica grazie anche all’età media estremamente elevata dei vigneti che a Carema sono divisi in piccolissime parcelle spesso appartenenti alle famiglie storiche del luogo. Il Carema, come l’Erbaluce di Caluso, ha ottenuto la DOC nel 1967 e tutte le fasi di vinificazione ed invecchiamento devono essere svolte obbligatoriamente nel comune di Carema o nella frazione di Ivery del comune di Pont Sant Martin. L’affinamento minimo del Carema è di 24 mesi, 12 dei quali in botti di rovere o castagno della capacità massima di 40 ettolitri, mentre la versione Riserva prevede un affinamento di almeno 36 mesi, 12 dei quali in legno.

Complici i festeggiamenti per i 50 anni del Consorzio di Tutela Erbaluce e Carema, presieduto da quest’anno dalla mia amica Caterina Adorno, lo scorso fine ottobre ho avuto l’opportunità di immergermi per due giorni all’interno del mondo di queste due importanti denominazioni di origine italiane che ancora troppo poco, principalmente in Italia, hanno avuto l’occasione di essere valorizzate e “capite” non solo dalla stampa specializzata ma, soprattutto, dai ristoratori e dagli enotecari del canavese che spesso puntano su altri territori tralasciando incomprensibilmente la loro storia e la loro Terra. Eppure ci siamo, gli Erbaluce di Caluso e i Carema sono vini secondi a nessuno, sono mediamente buoni, con picchi di qualità assoluta e, cosa da non sottovalutare, commercialmente sono anche molto attuali nel gusto visto che acidità ed eleganza sono due caratteristiche uniche ed inimitabili di questi due vini che alla cieca non sfigurerebbero affatto con i grandi nomi dell’enologia mondiale.

E allora, dove sta il problema? Perché questi vini fanno fatica ad essere valorizzati come dovrebbero?

Parlando con operatori del settore e gli stessi vignaioli ho potuto farmi una mia idea e cioè che a questi vini, e mi riferisco principalmente alla versione ferma dell’Erbaluce perché già il Carema ha un mercato ed un disciplinare migliore, manchi il giusto tempo associato al giusto prezzo.

Mi spiego meglio: girando tra i banchi di assaggio allestiti per i 50 anni del Consorzio mi sono reso conto che moltissimi erano gli Erbaluce 2016 mentre pochissimi erano i vignaioli che, un po’ per azzardo e un po’ per convinzione, proponevano in degustazione Erbaluce con almeno due anni di affinamento. Solo io mi sono accorto che quest’ultima tipologia di vino era decisamente superiore alla prima per complessità ed energia? Eppure tutti lo sanno, c’è scritto anche sulla brochure di presentazione della manifestazione, l’Erbaluce grazie al suo DNA è in grado di evolvere decisamente bene, in certi casi può rivaleggiare con i migliori vini bianchi d’Europa. Allora, dove è questa fretta di farlo uscire così presto dalle cantine? Lo so, il problema sono i clienti che te lo chiedono e mille altri motivi logistici e commerciali però, capite bene, che tra un buon Erbaluce e un grande Erbaluce immesso nel mercato la differenza è notevole e questo, cari vignaioli, lo hanno capito in altre zone di Italia dove molti vostri colleghi hanno deciso di vendere il vino solo quando sono certi che questo sia pronto davvero.

Questo aspetto si collega poi al secondo punto del discorso ovvero al giusto prezzo. L’Erbaluce fermo, ma a volte anche lo spumante metodo classico e il passito, costa relativamente poco, troppo poco per quello che vale realmente. Parlando con i produttori mi sono reso conto che il costo a scaffale di una bottiglia si aggira tra i 5 e gli 8 euro il che, mediamente, significa equiparare questa eccellenza canavesana a vini qualitativamente mediocri. Solo un produttore, se non sbaglio Orsolani, ha i suoi Erbaluce tutti al di sopra dei 10 euro.

Se tutti voi, cari produttori, siete convinti che le cose vadano bene così allora non continuate a leggere il mio articolo ma, se come penso e ho percepito, avete intenzione di non svalutare il vostro lavoro e il vostro territorio la soluzione, imprescindibile, è quella di alzare necessariamente i prezzi.

Dove trovare la giustificazione commerciale? Aumentando la qualità media del vostro vino attraverso sia attraverso migliore gestione agronomica del vigneto sia aumentando il tempo medio di affinamento del vostro Erbaluce che, col supporto di tutti, enotecari e ristoratori del territorio compresi, da vino discreto si trasformerà in un grande bianco italiano venduto al giusto prezzo. Pensateci! Caterina, per favore, pensaci! Il futuro del Canavese non può essere che questo.
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