Pàtrimo, una verticale per capire che siamo tutti cambiati

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Pàtrimo, una verticale per capire che siamo tutti cambiati
Quella dei Feudi di San Gregorio è stata la prima cantina che ho visitato in vita mia, quando ancora non mi ero fatto travolgere da questa passione e il vino a tavola lo sceglieva sempre lei, Alessia, a cui devo quella giornata e il pranzo finale a Marennà (per la cronaca, lo chef Paolo Barrale ha confermato anche quest’anno la stella Michelin).

Ecco perché mi fa sempre un certo effetto tornarci, sapendo oltretutto che di tempo ne è passato e siamo tutti un po’ cambiati, compreso l’azienda con sede a Sorbo Serpico. Se, però, sui bianchi la direzione era parsa chiara quasi sin da subito, con l'arrivo di Pierpaolo Sirch e le scelte in fatto di acidità e dolcezze, direi che sui rossi un cambiamento vero e proprio si è effettivamente percepito nei vini delle ultime 4/5 annate (e lo vedremo ancor più nelle prossime), con il definitivo abbandono di caratteri ormai diventati anacronistici e caricaturali (leggi, opulenza e ricchezza estrattiva).

Non sembra, però, del tutto svanito quel generale pregiudizio che molti hanno nel parlare dei vini dei Feudi, sbrigativamente bollati, talvolta senza nemmeno la riprova dell'assaggio, come "industriali" da quelli che "piccolo è bello". Qualcosa di molto simile a ciò di cui parlava ieri Daniele Cernilli, seppur a proposito delle aziende che hanno fatto la storia del vino italiano (i Feudi, che pure hanno fatto qualcosa di buono, sono una realtà ben più giovane anagraficamente). Un atteggiamento che finisce per sminuire anche riconoscimenti meritati, come ad esempio quello ottenuto dal Fiano di Avellino “Pietracalda” 2016, "grande vino" per noi di Slow Wine nell'edizione 2018, peraltro ad un prezzo decisamente conveniente per il consumatore. Ma questo è un altro discorso.

Tornando ai rossi, il nuovo approccio dei Feudi ha investito anche l'unico vino prodotto interamente da uve internazionali e figlio, evidentemente, di un'altra epoca enologica. Giusto per ricordarlo: era il 1999, la "moda" dell'autoctono non era ancora scoppiata e la proprietà dell’epoca pensò che un rosso da uve merlot avrebbe potuto agevolare una maggiore penetrazione nei mercati esteri. Sulla falsariga dei c.d. "supertuscan", anche con riguardo al prezzo (100 mila lire), il Pàtrimo ebbe grande successo e ottenne persino il premio di vino rosso d'Italia secondo la guida all'epoca edita da Gambero rosso e Slow Food con il millesimo 2000, prima di sparire completamente (o quasi) dai radar.

L'attuale produzione è di circa 6 mila bottiglie all'anno (commercializzate soprattutto in Giappone, Cina, Hong Kong e Stati Uniti) e la sensazione è che questo vino non voglia affatto rinnegare il territorio da cui nasce. Dal vigneto che si vede dalla sala del ristorante -un corpo unico di quasi 5 ettari, impiantato con le viti ottenute dalle marze di uno storico conferitore di Pietradefusi- arrivano uve figlie in tutto e per tutto del peculiare microclima irpino, che oggi forse sconta in misura minore le difficoltà riscontrabili in altre parti d'Italia per via dei grandi cambiamenti climatici.

La settimana scorsa ho partecipato con molta curiosità alla verticale organizzata in azienda e guidata dallo stesso Pierpaolo Sirch e dal Direttore Generale Francesco Domini. Vi propongo, a seguire, alcune considerazioni.

L'idea del lavoro di Denis Dubourdieu e del suo staff, con cui è iniziata una collaborazione a partire dal 2013, è evidente nell'alleggerimento stilistico dei primi 3 vini (attraverso macerazioni non troppo estrattive e passaggi in legno meno prolungati), funzionale, appunto, a ricercare eleganza, più che a sfoggiare opulenza. Se il 2015 (assaggiato in anteprima) ha una nota smaltata, laccata iniziale e tannino ancora da smussare, il 2014 (in commercio dal 1° gennaio prossimo) sembra avere una componente maggiormente speziata e forse anche più ampiezza, con un risultato a conti fatti soddisfacente per quella che è stata l’annata. Il 2013, invece, ha maggior misura ed equilibrio, un sorso più pieno, senza note amarognole, completato dalla dolcezza del tannino. Forse troppo in ordine per i miei gusti, tuttavia molto apprezzato dalla critica internazionale (dopo i 97 punti assegnati da Parker, sono fioccati ordini).

Il secondo trittico di annate è il frutto della collaborazione con l'enologo francese Georges Pauli, con cui Sirch aveva lavorato ai tempi di Vistorta. Il 2012 mostra tratti più erbacei, note terrose e fumose, in un quadro generale di maggiore austerità. Il 2011 ha sorso pieno e saporito, ritorna la dolcezza del tannino del 2013, forse solo con una più naturale espressività. Nel 2010, invece, ci sono sfumature molto nitide di anice, che tornano puntualmente anche al palato, più di qualche ricordo di rabarbaro e un che di terroso, non male.

Le ultime 4 bottiglie raccontano, invece, un mondo diverso. Ricordate il discorso sulle concentrazioni, no!? Meglio il 2006 che il 2005, quest'ultimo penalizzato dal naso decisamente più sporco. L'eccezione è il 2002, nonostante l'annata non proprio memorabile, piovosa soprattutto in vendemmia, che sembra scorrere meglio del 2004.
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