Il Prosecco viene davvero da Prosecco/Prosek: il dottor Colombo ha le prove!

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Il Prosecco viene davvero da Prosecco/Prosek: il dottor Colombo ha le prove!
E’ opinione diffusa che la creazione della Doc del Prosecco sia stata una “furbata” delle istituzioni e vitivinicoltura del Veneto e del Friuli Venezia Giulia (Zaia in primis) per bloccare la concorrenza di altre zone produttive, italiane o estere, su un prodotto che manifestava un successo crescente, e che la coincidenza tra il nome del vitigno e quello della località che si trova sull’altopiano carsico in provincia di Trieste fosse assolutamente casuale.

Questa narrazione nasce in prima battuta proprio dal mondo produttivo, a dimostrare che nell’era dell’user generated content e della perdita di controllo delle fonti di comunicazione, la percezione di un marchio dipende in grandissima misura da quello che questo marchio proietta all’esterno.

Ad ogni modo se anche così fosse, non si tratterebbe di una “furbata”, ma di una misura necessaria ed indispensabile per tutelare il consumatore che quando chiede “Prosecco” si aspetta un vino con determinate caratteristiche che possono essere garantite solamente attraverso l’istituzione di una DOC. Ma questa è un’altra storia. La storia che riporto in questo post è invece la Storia con la S maiuscola e sembra invece dimostrare in maniera chiara che il vino prosecco prende il nome proprio dalla località Prosecco. O meglio dal suo castello.

Il dottor Fulvio Colombo è uno storico triestino che nel 2014 ha raccolto il frutto delle sue ricerche nel libro “Prosecco Patrimonio del Nordest” edito dalla Luglio Editore (www.luglioeditore.it) e distribuito sia nelle librerie “fisiche” che in quelle digitali (Amazon tanto per capirsi). Libro di cui io non avevo mai sentito parlare (e sì che un po’ di prosecco ne mastico). Quindi in occasione della presentazione che il dottor Colombo ha fatto lo scorso 10 novembre alla Casa del Prosecco di Prosecco, ho approfittato per fargli un’intervista. Ecco quello che mi ha raccontato.


D. Cominciamo dal nocciolo della questione: il vino Prosecco prende il nome dalla località di Prosecco.


R. Abbiamo molte prove che lo confermano, però il percorso è tutt’altro che lineare e quindi per trovarle è stata necessaria una certa cura nel seguire ed incrociare le varie fonti. Già nel 1318 abbiano riscontro dagli Statuti Cittadini di Trieste della produzione di un vino denominato “raibiola” o “ribolla”, per usare una dizione più moderna. Un vino che evidentemente non si può paragonare al vitigno “ribolla” attuale, anche perché ai tempi il concetto di varietale era ben di là da venire ed è molto probabile che gli stessi vigneti fossero formati da viti diverse.

Si trattava di un vino dolce perché prodotto con uve lasciate a sur-maturare in pianta in modo che avessero un elevato tenore zuccherino; la tradizione stabiliva come data di inizio della vendemmia il 18 ottobre, festa di San Luca. Quindi è probabile che la fermentazione alcolica si fermasse a causa delle basse temperature prima di consumare tutto lo zucchero contenuto nel mosto. Siamo sicuri che fosse un vino considerato di grande pregio perché faceva parte dei tributi annuali che la città di Trieste inviava alla Repubblica di Venezia ed, in seguito, alla Corte di Vienna.



D. E come si passa dalla ribolla al prosecco?


R. Il cambiamento avviene in due passaggi. Il primo, una vera e propria operazione di marketing, si verifica tra la fine del Quattrocento e l’inizio del 500 ad opera di Pietro Bonomo, letterato, diplomatico, poeta latino ed infine anche vescovo: sicuramente la figura più eminente del suo tempo a Trieste. La famiglia Bonomo possedeva vigneti in vicinanza del Castello di Prosecco (edificio del quale oramai non restano che poche tracce, ma di cui esistono ampie citazioni documentali e cartografiche) e quindi il Bonomo collega il vino prodotto nella zona con il “castellum nobile vino Pucinum” citato da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia.

Grazie all’azione del Bonomo ed alle presunte caratteristiche di elisir di lunga vita che il Pucino aveva nella descrizione di Plinio il Vecchio, la sua riscoperta ha un grande successo. Tanto che in abito letterario e cartografico il termine Pucino viene utilizzato per indicare la località corrispondente al nome “volgare “ di Prosecco.
Il problema è che il vino chiamato Ribolla veniva prodotto oltre che a Trieste e Gorizia, anche in Istria. C’era quindi bisogno di indicare un chiaro legame territoriale per distinguere il Pucino dalle altre ribolle prodotte nelle regioni adiacenti. Una specie di DOC ante litteram.

Il riferimento da utilizzare non poteva essere altro che quello del castello di Prosecco ed infatti nell’edizione del 1617 degli appunti che il gentiluomo inglese Fynes Moryson fece nel Nord Italia durante il 1593, riguardo all’area triestina troviamo la citazione “Here growes the wine Pucinum, now called Prosecho, much celebrated by Pliny”.
Da qui in avanti tutte le citazioni parlano di Prosecco.



D. Fin qui siamo sempre in ambito triestino, però poi nella storia recente il vino prosecco acquista la fama grazie alle produzioni della zona di Conegliano e Valdobbiadene. Qual è il collegamento e come ci arriva?


R. Non è possibile stabilire una data precisa. Per tutto il Seicento il vino è conosciuto a Venezia con questo nome come sinonimo di vino bianco dolce di qualità realizzato con quel determinato processo, un po’ come oggi è diventato il sinonimo di spumante italiano.

Nel coneglianese la prima citazione è del 26 febbraio 1772 ad opera di Francesco Maria Malvolti con i “prosecchi” collocati tra i vini dolci mercantili. Da qui in avanti le citazioni si moltiplicano, quasi sempre in associazione con Picolit e Tocai, di documentata provenienza friulana. E’ quindi da presumere che il Prosecco facesse parte di un trittico di vitigni (a questa data siamo già passati all’identificazione dei vitigno) “importato” per migliorare la qualità dei vini prodotti nel trevigiano. Infatti nelle memorie dell’Accademia di Agricoltura di Conegliano viene citato come erede del Pucino, riconoscendone quindi le origini triestine. In questo periodo il prosecco è ancora un vino fermo.

La prima testimonianza di Prosecco spumante la troviamo nuovamente a Trieste nel 1821 da parte di un viaggiatore tedesco che lo descrive “in bottiglia di champagne e con il tappo chiuso da fil di ferro”. Verosimilmente il frutto degli esperimenti della folta colonia francese di Trieste, dove si erano rifugiati i bonapartisti dopo la definitiva disfatta napoleonica. E’ interessante notare come da questa citazione in avanti quasi tutte le altre fonti dell’area triestina parlino solo di prosecco spumante, ad indicare un chiaro cambio nella tipologia del vino, dovuto ad un'evoluzione del gusto nei consumatori.

Nel trevigiano invece la produzione del vino spumante inizia in modo consistente a fine dell’Ottocento con il brevetto del “Sistema Carpenè per la fabbricazione di vini spumanti” da parte di Antonio Carpenè, che all’inizio utilizzava uve di pinot bianco.
Stiamo già entrando in una fase della vitivicoltura più tecnica e scientifica, ben rappresentata dalla fondazione della Scuola di Viticoltura ed Enologica Enologia di Conegliano nel 1876 e proseguirà poi con l’istituzione della Confraternita del Prosecco nel secondo dopoguerra, fino all’istituzione delle diverse denominazioni d’origine.



A conclusione di queste rapido excursus, mi sento di fare due riflessioni:

- Se siete curiosi vi consiglio di comprare il libro dove troverete molta più ricchezza di informazioni e che leggerete tutto d’un fiato perché è scritto più come un giallo storico che come un trattato.

- Mi piacerebbe che i risultati degli studi del dottor Colombo in futuro fossero utilizzati più di quanto non sia stato fatto fino ad oggi per consolidare la legittimità e la reputazione delle Denominazioni d’Origine del sistema Prosecco.

- Alla serata del 10 novembre dedicata al Prosecco/Prosekar che citavo all’inizio di questo post dove ho conosciuto il dottor Colombo c’era anche l’inviato di Report. Ha seguito la sua relazione sul collegamento tra il nome del vino e quello della località di Prosecco e poi l’ha anche intervistato. Nel servizio sul Prosecco andato in onda l’altro giorno però di questo collegamento non c’è la minima menzione. Si è preferito ripetere la storia della “furbata di Zaia”. Separare i fatti dalle opinioni è un esercizio difficile, ma che sarebbe sempre molto utile per tutti (oltre che eticamente doveroso per un giornalista professionista).
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