E' intelligente resistere ai vitigni resistenti?

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E' intelligente resistere ai vitigni resistenti?
La foto in apertura è tratta da una presentazione di Raffaele Testolin, Università di Udine e Istituto di Genomica Applicata.

Quando si parla di varietà resistenti in viticoltura si intende vitigni resistenti, o tolleranti, alle principali malattie crittogamiche (cioè originate da funghi) della vite, vale a dire la peronospora e il mal bianco (oidio). Come noto la difesa contro queste avversità si attua irrorando la chioma delle viti con anticrittogamici. I più antichi sono il rame per la peronospora e lo zolfo per l’oidio: si tratta di rimedi preventivi, in grado di ostacolare o impedire l’infezione, ma non di guarire la pianta dalla malattia. Nel ventesimo secolo la chimica di sintesi ha proposto nuovi prodotti per combattere le crittogame. Sono molecole leggermente più efficaci (non sempre), capaci in alcuni casi di un’azione più prolungata nel tempo, il che consente di ridurre il numero di trattamenti, e dotate a volte di una modesta azione curativa: la quale però comporta il rischio di provocare le risorse genetiche del parassita, che si evolve verso la creazione di ceppi resistenti, analogamente a quanto può accadere con le terapie antibiotiche. Questo per ora non è successo con i vecchi rimedi minerali e nemmeno con i ditiocarbammati, i primi antiperonosporici di sintesi immessi sul mercato nel secondo dopoguerra (Zineb, poi ritirato, Mancozeb, Metiram, Propineb), che tuttavia hanno un profilo tossicologico non molto rassicurante.

Vorrei chiarire un punto: il rischio di tossicità da residui di antiparassitari per il consumatore di vino, se il produttore rispetta le leggi e il buon senso, è minimo se non assente, che si tratti di agricoltura biologica o convenzionale, per almeno tre motivi: primo, i trattamenti si sospendono molto prima della raccolta e quindi i residui sulle uve sono molto bassi; secondo, gran parte di tali residui non permangono nel vino in quanto vengono denaturati durante la fermentazione o allontanati con le vinacce e con le fecce; terzo, il vino contiene una molecola tossica, l’alcol, e una seconda, l’anidride solforosa, che suggeriscono, soprattutto la prima, di consumarlo con moderazione: a questi livelli qualche parte per milione di un qualunque antiparassitario assume un significato irrilevante per la salute. Ciò nonostante, cautelativamente, sono previsti dei limiti legali sui residui, che normalmente nessuno supera. Non ho mai sentito di casi di intossicazione acuta o cronica da antiparassitari nel vino, e sono convinto che se mai dovesse accadere sarebbe da imputare a pratiche viticole illegali e certamente non di uso comune.

Il vero problema dei trattamenti al vigneto non riguarda quindi, sostanzialmente, i consumatori, ma due altre categorie di persone: i viticoltori stessi, in particolare coloro che manipolano le foglie durante le lavorazioni manuali (potatura verde), e chi è sottoposto agli effetti della deriva, per esempio chi abita in una villetta ai confini di un vigneto. I due servizi RAI sul Prosecco di Report, per quanto farciti di strafalcioni e di esagerazioni allo scopo di fare ascolto, hanno segnalato un problema reale, anche se frutto di politiche irresponsabili di gestione del territorio. E poi ci sono effetti sull’ambiente non trascurabili, sul suolo e sulle acque in particolare. Sotto questo aspetto purtroppo il rame, sebbene ammesso in biologico, è uno dei prodotti più deleteri, in quanto metallo pesante e non degradabile. Per la legge il rame è un pesticida, per cui se qualcuno dice che non usa pesticidi ma usa il rame dice una bufala: addirittura nella lista dei fitofarmaci dell’Unione Europea fa parte della categoria “candidati alla sostituzione”. Per cui “passare al bio” è una scelta lodevole e che personalmente sostengo, ma lontana dal risolvere tutti i problemi, che si riassumono in un numero, 60 %: è la percentuale di anticrittogamici usata in Europa per la coltura della vite, che occupa solo il 3% della superficie agricola. Si tratta per lo più di prodotti non particolarmente pericolosi, ma pur sempre pesticidi.


Cosa sono i vitigni resistenti?

Allo stato attuale le varietà cosiddette resistenti registrate in Europa per la coltivazione sono varietà di vite ottenute da incrocio tradizionale (quindi senza utilizzo dell’ingegneria genetica) tra la vite europea e altre specie del genere Vitis, asiatiche o americane, che sono interfertili con la vinifera, che quindi possono fecondarsi reciprocamente attraverso una normale impollinazione, ancorché assistita dall’uomo. Quindi il procedimento è quello di fecondare il fiore femminile con il polline prescelto, seminare i semi ottenuti e verificare quali piante tra quelle ottenute sono portatrici del carattere di resistenza che deriva dalla vite extraeuropea. Fatta questa verifica restano poi da appurare le caratteristiche viticole e soprattutto enologiche della nuova varietà ottenuta. Come si può osservare nella foto di apertura viti derivanti dallo stesso incrocio, cioè dagli stessi genitori, sono normalmente diversi, come tutti i fratelli...

Quindi è normale che una abbia l'uva bianca e un'altra nera, e che una porti geni di resistenza alle malattie e un'altra no.

L’ho fatta semplice: la realtà è più complicata perché per ottenere varietà enologicamente interessanti è necessario procedere a incroci ripetuti usando sempre la vite europea come secondo genitore, per diluire i caratteri della vite extraeuropea non favorevoli mantenendo però quelli di resistenza. Come si può intuire si tratta di un lavoro lungo e complesso, alla fine del quale “uno su mille ce la fa” per citare quello scienziato di Gianni Morandi.

Negli ultimi anni una nuova tecnica ha consentito di accelerare notevolmente questo processo, si chiama selezione assistita tramite marcatori molecolari o MAS (Marker Assisted Selection). Senza entrare nel dettaglio, cosa che non sarei comunque in grado di fare, non essendo un genetista, la tecnica consiste nell’individuare nei semenzali, cioè le piantine nata da seme dopo l’incrocio, la presenza o meno dei geni di resistenza, e scartare subito gli incroci “mal riusciti”: viene meno la necessità di attendere lo sviluppo delle piante per verificare se si ammalano o meno quando sottoposti all’infezione, anche se poi questa verifica andrà comunque fatta.
Sui vitigni resistenti/tolleranti non si fanno trattamenti anticrittogamici, o se ne fa al massimo uno all’anno con prodotti blandi, contro i 10-20 che si fanno normalmente sulla vite europea (di più al nord, di meno al sud).

L’affinamento della tecnica ha comportato un’evoluzione tale che dai “resistenti” più vecchi come il Bacchus a quelli più recenti come il Sauvignon Kretos il genoma della vite europea è diventato largamente predominante, pur conservando i caratteri di resistenza della “non-vinifera”. Tanto che riconoscere in degustazione cieca i tre “falsi Sauvignon” oggi registrati da quello “vero” non è così facile.
Si potrebbe discutere (e si è fatto) sull’opportunità di battezzare vitigni “altri” con nomi di varietà totalmente europee: personalmente avrei preferito per lo meno che si invertissero il “nome e il cognome”, Kretos Sauvignon invece di Sauvignon Kretos. Ma la legittima azione di lobbying del vivaismo del Nordest (Vivai Cooperativi Rauscedo è titolare di vari nuovi brevetti, frutto di cospicui investimenti in ricerca in collaborazione con l’Università di Udine) ha determinato una decisione diversa e forse non è, in fondo, un aspetto così rilevante della questione. Per la normativa europea queste varietà restano comunque ibridi, quindi la loro ammissione alla coltivazione è in deroga alla normativa generale, che prevede che si possa fare vino solo con la vinifera. Poi c’è il vaglio delle singole regioni che possono ammettere o meno le nuove varietà alla coltivazione.

Al momento non si possono comunque utilizzare queste varietà per i vini a DOC e DOCG, mentre si possono usare per i vini comuni e anche per i vini IGT nelle regioni dove sono ammessi.
Questo aspetto è stato recentemente discusso a Bruxelles in una riunione dell’EFOW, la federazione delle associazione nazionali dei Consorzi di tutela o comitati interprofessionali (in Italia FEDERDOC) ed è prevalso un orientamento possibilista per il futuro.

La discussione sull’argomento è molto calda.

Da un lato la tradizione, l’identità varietale legata ai territori e alle denominazioni di origine, il rischio di delocalizzazione della viticoltura in fasce climatiche diverse da quelle tradizionali, dall’altro la necessità di ridurre l’impatto ambientale e anche i costi colturali.

Non sarebbe difficile argomentare che la “purezza varietale” di molte nostre DOP sta più sulla carta che nella vigna, e che non è un due o tre per cento di geni “da fuori” che può stravolgere il gusto del vino, a maggior ragione se pensiamo che il territorio sia più forte del vitigno. Ma siamo nel campo delle ipotesi, anche perché sui vitigni italiani la ricerca è appena all’inizio e nessun AVATAR è ancora comparso sul mercato. Sappiamo che si sta lavorando sulla Glera e su altri.

Sulla soglia del domani stanno tecniche alternative all’incrocio, in particolare la cis-genesi e il genome editing, che sono tecniche border line rispetto alla classica transgenesi, poco amata. Sebbene in entrambi i casi non si tratti di trasferire geni da una specie all’altra come nella più classica creazione di OGM, è innegabile che si tratti di tecniche di manipolazione genetica. Che richiedono, per lo meno, un altro articolo.
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#1 Commenti

  • Carlo Merolli

    Carlo Merolli

    "Temperatura ambiente" quando é la traduzione di "room temperature" indica in realtá una precisa graduazione tra i 16 ed i 18-19 gradi. La definizione risale al tempo in cui il vini prelevato dalla cantina (a 4-8-10 gradi) veniva trasportato nella sala da pranzo per essere - come dicono i francesi appunto- "chambré". A quei tempi non c'erano né termosifoni né doppi vetri e quindi la normale temperatura del "room" er appunto di 16-19 gradi. Se é cosí "teperatura ambiente" non significa quella del particolare ambiente ma appunto i 16-19 gradi.

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    #1

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