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Esiste una viticoltura che raccoglie il suo prodotto tra novembre e dicembre, dove si raccolgono barbatelle e non grappoli e la qualità si valuta non in termini di zuccheri e acidità ma di numero di radici e punto d’innesto.

Stiamo parlando di vivaismo viticolo e la sua capitale mondiale è il paese di Rauscedo in provincia di Pordenone, dove sono prodotte più del 70% delle barbatelle italiane e circa il 20% di quelle mondiali, dove il vivaismo rappresenta l’attività di qualcosa come 300 famiglie e 2000 addetti e dove il produttore più grande, leader di mercato a livello mondiale, i Vivai Cooperativi Rauscedo produce da solo ogni anno tra gli 80 e i 90 milioni di barbatelle, delle quali circa 35 milioni partono per l’estero.

In una fredda e piovosa giornata di dicembre ho avuto l’occasione, sotto la guida del direttore Eugenio Sartori, di visitare gli stabilimenti di VCR nel pieno dei lavori di conferimento, selezione e confezionamento delle barbatelle che i 250 soci della cooperativa hanno appena estirpato, e dove i laboratori di controllo qualità lavorano per garantire l’assenza di malattie - virosi, fitoplasmi e malattie del legno – nelle viti che saranno impiantate nei vigneti di tutto il mondo.

Nonostante i numeri e la dimensione l’attività dei cantieri di cernita e il confezionamento delle barbatelle, che avviene lotto per lotto a seconda della combinazione di varietà e clone + portinnesto, è quasi del tutto manuale: manuali e affidati a selezionatori esperti i tavoli di cernita, manuale il taglio del tralcio sul quale vengono lasciate tre gemme, manuale la paraffinatura che protegge l’innesto e le gemme. Gli operatori sono aiutati da macchine agevolatrici solo nella formazione dei mazzi da 25 barbatelle e nel taglio delle radici.


All’inizio fu un piemontese (forse)

La storia racconta che nel 1917, nel pieno della Grande Guerra, sia stato un sottufficiale che secondo alcuni era piemontese, secondo altri austriaco o veronese - e che si chiamava casualmente anche lui Sartori - ospitato a Rauscedo e in attesa del suo turno al fronte (o in attesa che il fronte lo raggiungesse) ad aver insegnato agli agricoltori locali la tecnica dell’innesto a spacco.

Per inquadrare meglio la cosa, la fillossera, un insetto dannoso per la vite che arrivava dall’America, era comparsa in Francia nel 1863 e nel giro di pochi anni aveva cominciato a destare forte preoccupazione, in quanto le generazioni radicicole dell’insetto erano in grado di portare in pochi anni alla morte di interi vigneti di vite europea.

In Italia i primi avvistamenti sono del 1879 e come stava avvenendo anche con la peronospora e l’oidio e come avverrà poi con la flavescenza dorata, le prime regioni colpite sono quelle del Nord Ovest e del Sud. Scoperto (ci vollero una trentina d’anni in realtà) che la soluzione più percorribile era quella di creare delle piante con le radici resistenti di vite americana e la parte aerea delle diverse varietà europee, la tecnica dell’innesto si diffuse poi in tutta Europa, da Ovest a Est e da Nord a Sud e rappresentò la fortuna di Rauscedo dove gli agricoltori, imparata l’arte, ne faranno un modello economico di straordinario successo.


La barbatella, come nasce una vite in fasce

Il ciclo di produzione delle barbatelle è annuale e comincia in gennaio con la selezione del legno per le marze (di Vitis vinifera europea delle diverse varietà e cloni) e per i portinnesti (di altre specie del genere Vitis americane, Riparia, Rupestris o Berlandieri ad esempio o di loro ibridi, resistenti alla fillossera).



Marze e portinnesti sono prelevati dai vigneti di piante madri dove sono raccolti i cloni delle varietà e dei portinnesti richiesti per i vigneti di tutto il mondo. I vigneti di piante madri sono mantenuti sotto stretto controllo da parte del settore Controllo Qualità nei laboratori del vivaio stesso e del servizio fitopatologico regionale.



L’obiettivo dei controlli è quello di verificare l’integrità fitosanitaria del materiale che viene propagato e diffuso nei vigneti con particolare attenzione alla presenza di virosi (come l’accartocciamento fogliare o il legno riccio per citarne solo alcune) o fitoplasmi (come la flavescenza dorata) e batteriosi che nella vite sono più rare. E se pensiamo ai casi in cui materiale vegetale proveniente dall’estero ha introdotto in Italia patogeni o insetti alieni (dalla Xylella, alla batteriosi del Kiwi, alla stessa flavescenza dorata) ci rendiamo conto quanto di importante sia che questi controlli avvengano nel modo più serio e responsabile.



Elisa De Luca che coordina il laboratorio ci parla di circa 40.000 controlli ogni anno sul materiale oggetto di selezione, sulle piante madri in vigneto e sui lotti di barbatelle prodotte. Marze e portinnesti vengono uniti con la pratica dell’innesto, dalla prima si svilupperà la parte aerea della vite, e quindi foglie, tralci e grappoli avranno il patrimonio genetico di una determinato clone di una determinata varietà di Vite europea, mentre dal secondo si svilupperanno le radici il cui patrimonio genetico darà quello di un’altra specie di Vitis, Riparia, Berlandieri, Ruperstris, Amurensis ecc o di un loro ibrido.



Con l’innesto che avviene nel periodo di marzo-aprile, i tessuti di accrescimento e i vasi delle due parti (i bionti) vengono messi a contatto e si fondono per diventare un unico organismo funzionante (possiamo pensare all’innesto come a un trapianto di organi, ben riuscito quando non c’è “rigetto” e i tessuti “si accettano”).

L’innesto e la successiva forzatura nella quale le talee innestate in condizioni di temperatura e umidità controllata sono spinte a produrre radici e germogli, avvengono negli stabilimenti di VCR e nel mese di maggio il materiale viene distribuito ai soci che lo mettono a dimora in vigneto dove le barbatelle crescono, formando tra giugno e ottobre nuove radici e nuovi germogli e da dove poi saranno sterrate a dicembre per essere selezionate e confezionate.



La resa per qualità delle barbatelle che crescono in diametro e che formano una quantità diversa di radici varia con i terreni e con il clima. Nei terreni sciolti e sassosi delle Grave del Friuli dove non esiste ristagno, le radici si approfondiscono bene (e in questo 2017 siccitoso si sono approfondite e sono cresciute talmente bene alla ricerca dell’acqua che i vivaisti hanno avuto un’ottima annata a dispetto di tutti gli altri viticoltori).


Ricerca e sperimentazione sempre un passo avanti

Di miglioramento genetico in viticoltura ne abbiamo già parlato qui qualche mese fa. Delle prospettive offerte dalle varietà resistenti ne ha parlato più recentemente su questi schermi Maurizio Gily.  E ancora molto si potrà fare se si capiranno i benefici che la genetica sarà in grado di offrire in futuro anche alla viticoltura, in modo preciso e senza rischi per l’ambiente e per la qualità dei prodotti.



Per un vivaista la sperimentazione e la continua ricerca di nuovi cloni, varietà e portinnesti da proporre sono fondamentali. VCR collabora da sempre con gli istituti di ricerca universitari, ha partecipato come socio finanziatore al progetto Genoma della Vite e con l’IGA Istituto di Genomica Applicata di Udine ha ottenuto i primi dieci vitigni italiani resistenti a oidio e peronospora.

Anche sul fronte dei portinnesti la ricerca sta portando a nuovi risultati come i portinnesti della serie M dell’Università di Milano, adatti alle condizioni di terreno e clima più difficili e alla pressione dei cambiamenti climatici. Di ogni clone, varietà resistente e combinazione d’innesto la valutazione delle caratteristiche enologiche è essenziale, perché certamente le prestazioni agronomiche sono importanti ma è la qualità dei vini che in fondo porta a scegliere una bottiglia piuttosto che un’altra (gli aspetti di marketing non sono sotto il controllo del vivaista..).



E per questo il centro di ricerca di VCR, diretto da Francesco Anaclerio, gestisce circa 30 ha di vigneti sperimentali le cui uve sono vinificate in un’attrezzatissima cantina sperimentale che realizza ogni anno qualcosa come 400 microvinificazioni il cui risultato, stabilizzato e imbottigliato con pochissimi interventi enologici, rappresenta il prodotto di riferimento di un clone o di una nuova varietà. Una banca dati in bottiglia che ci permette alla fine della visita in una giornata ancora piovosa di fare esperienze di degustazione molto interessanti, da quattro diversi cloni di Vermentino a due Merlot resistenti, Merlot Khorus e Merlot Kanthus, il georgiano Saperavi fino alla sorprendente ed elegante aromaticità della Palava, varietà ottenuta dall’incrocio di Muller Thurgau e Traminer scoperta in una collezione nella Repubblica Ceca.
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