Autoctoni: un'opportunità per il consumatore appassionato

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Autoctoni: un'opportunità per il consumatore appassionato
Il collezionista filatelico “appassionato”, aspira ad avere pezzi nuovi per la sua raccolta, dà la caccia a quelli che sono meno usuali, più rari e, probabilmente, avrà un sogno: possedere un giorno, ad esempio, un Gronchi rosa.

L’amante d’arte “appassionato” si propone di vedere dal vivo le opere dei pittori che hanno fatto la storia, quelle degli artisti che più lo hanno emozionato. Viaggerà per vedere più musei che gli sarà possibile e, probabilmente, avrà un sogno: possedere un giorno, certo molto difficilmente un Raffaello o un Picasso ma magari, un Carrà o almeno uno Schifano.

L’amante “appassionato” della buona cucina, chef improvvisato, non si accontenterà di cucinare sempre l’arrosto o la lasagna, studierà ricette di cuochi famosi, sperimenterà nuovi ingredienti, nuovi accostamenti e, probabilmente, avrà un sogno: un giorno permettersi di pranzare, ad esempio da Alain Passard, da Vissani o da Massimo Bottura…

L’eno-amatore “appassionato”, non si accontenterà di bere sempre il medesimo vino, seppur buono, sarà curioso di provare sensazioni nuove degustando vini diversi. Non si limiterà alla lettura dell’etichetta ma vorrà mettere alla prova le sue doti di, seppur improvvisato sommelier, sperimentando vitigni, tipologie, vignaioli diversi e, naturalmente, anche lui cullerà un sogno: ad esempio un viaggio in Borgogna ad assaggiare un Pinot Noir de la Romanèe Conti, un Griotte Chambertin di Claude Dugat, o nello Champagne a gustare un Jaques Selosse o più semplicemente nelle Langhe per un Barolo Monprivato di Mascarello, un Monfortino di Giacomo Conterno.

In questo, o almeno anche in questo, il “consumatore-appassionato”, si distingue dal “consumatore massa”, quello, per intenderci, al quale poco importa cosa beve o che cerca rassicurazioni in un prodotto omologato, possibilmente sempre eguale a se stesso.

Dice Sandro Sangiorgi in “L’invenzione della gioia”:

“Vorrei che ci riappropriassimo di un sogno. Nonostante l’ondata del gusto internazionale e la diffusione dei vitigni non autoctoni ci abbia privati di una parte di questa sfera mitica, non dovrebbe mai venire meno la spinta a ricercare produttori coerenti. Dovremmo essere più esigenti e, coltivando tale approccio selettivo, anche il rapporto qualità/prezzo sarà più tangibile e più comprensibile.”

Un Paese come il nostro, ricco di vitigni autoctoni, (350 quelli iscritti all’albo) il patrimonio più consistente del pianeta, un numero crescente di vignaioli consapevoli che lavorano per riconsegnarci opportunità che credevamo perdute, costituiscono un magnifico , inesauribile, panorama enologico a cui attingere per assecondare la nostra curiosità, la nostra voglia di “vino buono”, la nostra “passione”. Un “catalogo cospicuo” nel quale poter scegliere, spaziando dai rossi fermi alle bollicine, per bere bene e senza svenasi.

I Francesi, maestri .a valorizzare i loro vini, potrebbero insegnarci molto.
Entrando nella Vosne, mitica terra del Pinot Nero, si legge: “Qui non si fanno vini comuni!”

E se a “comuni” diamo il significato di “non banali”, allora l’aspirazione, del “consumatore appassionato” potrebbe o dovrebbe essere proprio questa:

“Non bere vini comuni!”.
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