#8 Commenti

  • Alessandro Zingoni

    Alessandro Zingoni

    Quanto mi piace "misunderstanding" ;) Giusto!

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    #1
  • Lorenzo Conci

    Lorenzo Conci

    Per permettersi certe affermazioni, bisogna essere “ignoranti” nel senso etimologico del termine, ovvero “ignorare”, o sciocchi o saccenti o, e sarebbe ancor peggio, in malafede.
    Io non so a quale categoria ascrivere la signora Lauro. Mi auguro alla prima, ovvero ignorante.
    Affermare che i vini naturali non esistono, ossia che non vi sarebbe nessuna differenza significativa tra i vini cosi detti “industriali”, prodotti in quantità elevate, con l’uso di solfiti in dosi massicce, seppur entro i limiti di legge, (secondo molti esperti troppo permissivi), ma anche di chimica e manipolazione in cantina ( una necessità e non solo un’opzione), può essere giustificato solo dall’ignoranza.(Ho lavorato alcuni anni in una cantina).
    Se poi intendeva che non vi è differenza alla degustazione, ma in questo caso si sarebbe mal espressa, essendo questione molto soggettiva, pur non condividendo, si sarebbe almeno capita.
    In un certo senso avrebbe fatto un’affermazione condivisibile da molti, visto che in cantina si possono ottenere risultati “scolasticamente ineccepibili” e a molti, appunto, piace questo tipo di vino sempre “eguale” che non delude mai.
    Di sicuro la signora Lauro non ha mai avuto il piacere di gustare una Ribolla di Josko Gravner, un Pico di Angiolino Maule o un Marzemino di Eugenio Rosi.
    Dovrebbe la signora scambiare due chiacchere con questi signori, chiedere una loro opinione in merito e, forse, comprenderebbe di avere detto una sciocchezza.
    Ora, se è vero, ed è vero, che non basta usare poco metabisolfito, rame e zolfo per fare un buon vino è altresi vero, che certi risultati non sarebbero conseguibili con metodi che per convenzione definiremo “tradizionali”, cosa sufficiente per poter affermare che vini “tradizionali” e vini “naturali” non sono la medesima cosa. Si possono preferire i primi, i secondi o essere indifferenti. Dipende dalla propria sensibilità ed “educazione” enologica, ma non affermare che sono la medesima cosa.
    Se poi la signora Lauro voleva intendere che i vignaioli “naturali” non esistono perché nella realtà fanno uso come gli altri della chimica, ovvero sono disonesti, in questo caso nemmeno merita un commento.

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    #2
  • Vincenzo Ciaceri - Poggioaltoro

    Vincenzo Ciaceri - Poggioaltoro

    Ciao Filippo, sono molti anni che non ci sentiamo, almeno da quando ho smesso di fare vino. molte cose, quì su vinix come nelle nostre vite, sono cambiate quindi un saluto e un confermato attestato di stima per il tuo lavoro. ho letto il tuo post e devo dire che quanto hai scritto lo condivido, come per altro mi succede spesso. molto interessante l'aver spostato la discussione sul piano dell'analisi psicologica. è l'eterna lotta tra integralismo e buon senso. due categorie che difficilmente finiscono per allinearsi su "convergenze parallele". alla fine probabilmente dovrebbe essere il mercato, ahi noi, a riportare in equilibrio il fenomeno. certo, come facevi notare tu, sono molti anni che la disputa non trova una composizione, ma qualche passetto in avanti forse è stato fatto. almeno sulla ricerca e l'attenzione dei produttori che devono poi vendere i propri vini. rimane comunque, secondo me, ancora un settore per addetti ai lavori o comunque un mercato marginale circondato da un alone di mistero che finisce spesso per sconfinare in dimensioni oltre l'umano per le ragioni che tu stesso sottolineavi nel post.

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    #3
  • Filippo Ronco

    Filippo Ronco

    Ciao Vincenzo, piacere rileggerti a distanza di tempo, la stima è reciproca!
    Hai detto una cosa che mi trova molto d'accordo, quella sul mercato.
    Penso che l'espansione dei vini naturali costringerà giocoforza i produttori che sono in questo mercato a trovare standard minimi di confronto con i propri colleghi per quanto riguarda certificazioni, stabilizzazione dei propri prodotti e, in definitiva, qualità intesa come assenza di difetti, quantomeno.

    Finché vendi a un pubblico di estrema nicchia che molto difficilmente si pone in modalità critica nei tuoi confronti ed anzi qualche volta in modo goliardico (ma non solo) quasi ricerca il problema, è molto difficile crescere o anche solo prendere atto di difetti quando questi effettivamente ci sono, confrontarsi con il mercato (quello grande, perché veri lo sono tutti e due) vuole anche dire prendere maggior consapevolezza.

    Tutto questo molto probabilmente porterà ad una maggior concretezza e ad un innalzamento della qualità complessiva a beneficio di tutti, fermi i principi e i credo che giustamente animano il movimento.

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    #4
  • Sergio Ronchi

    Sergio Ronchi

    Concordo pienamente con la disamina fatta da Filippo su questo delicato tema.
    Spesso i vini naturali sono molto difficili per un consumatore che non ne ha mai assaggiati e al primo impatto possono non piacere se non sono spiegati bene da chi li fa. Poi ci sono vini naturali "estremi" ed altri più "abbordabili", così come quando parliamo di birre artigianali, sono un'altra cosa dalle birre industriali che tutti sono abituati a bere.
    Il fatto che sempre maggiori aziende partecipino a fiere di settore e che molti si stanno spostando sul biologico (all'estero fa molta diferenza un biologico da uno non biologico) è visibile a tutti. Ci sono quelli che lo fanno "perchè lo chiede il mercato" e quelli che "per la mia famiglia voglio fare bere prodotti puliti e quindi anche ai clienti che ci credono", e la differenza tra i due la si sente.
    Comunque mai demonizzare o esaltare questo o quello, ci sono (e ci saranno sempre) ottimi prodotti naturali come anche ottimi tradizionali e contrario.

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    #5
  • Alessandro Zingoni

    Alessandro Zingoni

    Un episodio da un mio post di qualche anno fa che ricorderò sempre: "L’episodio: verso fine 2010 ad un mercatino dell’hinterland fiorentino mi imbattei in un signore che sosteneva che senza il ‘bollino’ riportato in (retro) etichetta della certificazione di vino biodinamico il vino non si poteva ritenere tale. Non faceva una piega. E replicare non mi fu facile anche se ci provai tenacemente. Ricordo che appena arrivato a casa accesi il computer in cerca di un supporto alla mia opinione sostenuta che si basava – e si basa ancora – sul fatto di conoscere da vicino chi-fa-il-vino per averne – almeno una certa prova – garanzia. Scrissi vino-biodinamico-toscana o giù di lì, e nemmeno a farlo a posta in brevissimo tempo mi uscì un post di Intravino dal titolo: ”Cerchiamo il miglior vino biodinamico italiano” dove al commento numero 1 al riguardo lessi: “Leonardo: Volendo rimanere in Toscana a me vengono in mente il Chianti Rufina di Cerreto Libri e la Vernaccia di San Gimignano del Podere La Castellaccia. Non so se sono i migliori ma a me piacciono molto.” Conservo ancora lo stampato, riporta 102 commenti!"

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    #6
  • Alessandro Zingoni

    Alessandro Zingoni

    Aggiungo spiegazione, il post e l'episodio era sui vini de La Castellaccia di San Gimignano, oggi Alessandro Tofanari.

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    #7
  • Paolo Carlo Ghislandi - Cascina i Carpini

    Ottima piattaforma di partenza per una sana discussione. Quello che posso osservare io dall'interno è che si, certamente i "vini naturali" hanno un problema di vulnerabilità che parte dal nome stesso.. usare il termine "naturale" è di per se fuorviante e poco chiaro in quanto non specifica in alcun modo cosa ci si voglia intendere universalmente. Certamente il pubblico si è evoluto ed è alla ricerca di vini "meno omologati" con gusti e sapori più unici, più identitari e nei vini "naturali" certo se ne trovano ottimi esempi. Altrettanto vero è che l'offerta di oggi è stata capace di raggiungere standard qualitativi migliori del passato e ne è la dimostrazione la crescente domanda anche dai canali più tradizionalisti, innegabile e necessario diverrà avere una sorta di certificazione terza quantomeno sui parametri di base condivisibili. Dopotutto conosco colleghi stimati che fanno vini convenzionali che lavorano esattamente o molto similmente a come lavoro io, con uve bio, senza lieviti, con bassa solforosa, con filtrazioni blande e quindi io per primo mi interrogo e mi chiedo se non valga la pena interrogarsi meglio.

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    #8

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