Essere o non essere? Questo è un enologo.

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Essere o non essere? Questo è un enologo.
Cosa fa un enologo? E cosa sta accadendo agli enologi se qualche anno fa Corrado Dettori dell'azienda marchigiana La Distesa pubblica “Non è il vino dell’enologo” e molto più recentemente un vino postato nel ludibrio generale su Facebook cita in etichetta “senza enologi aggiunti” e se un professionista come Umberto Trombelli lancia via social un’arringa di difesa che dice in sintesi “siamo persone serie e preparate, mò basta con gli attacchi a scienza e tecnologie innovative da parte di un certo settore del mondo del vino, che tra le altre cose non dimostra le competenze per parlare di quello di cui accusa chi fa il suo lavoro”? E se le cose stanno così come si spiega che le iscrizioni ai corsi di laurea in enologia continuano a crescere?

Allora decido di andare a trovare gli enologi del Gruppo Matura ad Empoli, per parlare con loro, Attilio Pagli, Valentino Ciarla, Laura Zuddas, Leonardo Conti, Goffredo Agostini e Emiliano Falsini, (a completare il gruppo mancano solo Alberto Antonini, Giacomo Cesari e Francesco Bartoletti) della figura dell’enologo, di cosa facciano i professionisti tecnici del vino, e vi dirò anzitutto che sono essenzialmente persone normali, uomini e donne, che semplicemente fanno il loro lavoro e che lo amano molto. Loro poi, che hanno scelto di creare un gruppo nel quale ognuno porta le proprie esperienze utili a far crescere la professione e le conoscenze di tutti, si ritrovano, discutono e assaggiano (prima che io arrivassi ad esempio hanno degustato insieme 13 bollicine italiane di regioni e vitigni diversi).

Questa volta tentano di dare delle risposte a una giornalista-blogger che però alcuni di loro conoscevano come collega e che più che chiedere interviene e alla fine quella che doveva essere un’intervista abbastanza marzulliana, si trasforma in una seduta di gruppo che potrebbe far pensare a un flusso di coscienza nato dalla penna di James Joice. La prima risposta alla domanda per cui ero arrivata qui (cosa fa un enologo?) la dà Valentino Ciarla ed è che un enologo si fa un sacco di domande su cosa dovrebbe fare un enologo. E in realtà è di questo che alla fine discutiamo di cosa sia cambiato e di come cambierà la loro professione, di come vengano percepiti e se in questa perdita di credibilità e accuse nella maggior parte immotivate e soprattutto mal poste, che viene soprattutto dal mondo dei vini naturali anche loro (come categoria professionale ovviamente) o qualcuno di loro non abbia avuto in passato delle responsabilità. E riflettiamo anche su quello che di buono un movimento di rottura proprio come quello dei vini naturali potrà portare nel mondo dell’enologia e nei futuri professionisti del vino (gli enologi ma anche perché no gli agronomi).


La bellezza e la passione

Abbiamo parlato della bellezza della loro professione che poi è l’ultima domanda che ho fatto loro ma che li mette tutti assolutamente d’accordo, perché fare l’enologo è fondamentalmente molto bello, perché per Attilio Pagli ti permette di lavorare con una materia in continuo divenire e non ti fa mai alzare la mattina senza la voglia di andare a lavorare, perché per Goffredo Agostini ti porta in mezzo a paesaggi bellissimi e ti fa percorrere d’un fiato anche 400 km per le strade del Sud Italia senza stancarti mai (e non credo che chi passa lo stesso tempo in Tangenziale Ovest possa dire la stessa cosa) e per Laura Zuddas ti fa conoscere le persone legate all’agricoltura, che sono spesso menti finissime e grandi osservatori, con storie a volte straordinarie. Perché fare l’enologo è un lavoro ma è anche tanta passione. E menomale che di questo ne abbiamo parlato alla fine perché se andavano avanti quasi quasi mi facevano tornare la voglia di fare l’enologo.


Una storia di accuse

Ma cominciamo dall’inizio. Questo per chi svolge questa professione è un momento di difficoltà e anche di rottura, non lo nega nessuno ma quando è cominciato? Laura Zuddas racconta: “Prendo spunto da un episodio reale, nell’estate del 2015 in una manifestazione sui vini naturali, dove ero presente senza essermi qualificata (e che mi guardai bene di fare), mi trovai di fronte a un produttore che letteralmente pontificava con veemenza - e devo dire anche con un certo pregiudizio - contro gli enologi, accusandoli di essere manipolatori, omologatori, e via con la solita storia delle polverine e dei trattamenti (con esempi poi sulle tecniche di filtrazione sterile che facevano trapelare un’assoluta ignoranza su quello di cui stava parlando). Personalmente ai vini naturali guardo con grande rispetto e interesse, ma accuse come quelle che sentii in quell’occasione non sono accettabili se il principio che le muove è l’ignoranza, non solo della tecnica ma anche delle regole, se dietro a loro c’è un movimento che cerca il massimo risultato con il minimo sforzo (o investimento), negando il ruolo invece fondamentale della conoscenza. E attualmente non si può prescindere dal ruolo, la conoscenza, lo spessore dell’enologo dal momento che, al di là del suo aspetto edonistico, il vino è una matrice alimentare e quindi si parla anche di salubrità, metalli, ocratossine, allergeni, ammine biogene e anche di acidità volatile che sembra diventata un vanto a chi ce l’ha più alta. Gli aspetti che si sfiorano nell’ignorare tutto questo - continua Laura - comportano dei rischi per tutta l’immagine del mondo del vino e non si può certo prescindere da una figura competente che sappia di chimica, di microbiologia, di normativa vitivinicola. Tutte competenze che devono assolutamente affiancare anche la vinificazione naturale quando i viticoltori ci sottopongono questa stimolante sfida ma dalle quali non si può prescindere”.


Come è cominciata non lo saprei

Questa è la situazione infatti, a chi non è successo di persona o sui social quello che Laura racconta? Ma quale possa essere stato il punto di rottura, il momento in cui si è creato il disammoramento non è chiaro, ed è Attilio Pagli, il più maturo a Matura, quello che ha fondato l’idea e la struttura e che ha sulle spalle più anni di esperienza a provare a tracciare una storia:

“se dovessi dire dove inizia il discredito e l’attacco alla figura degli enologi non saprei. La causa negli anni è stato un eccesso nella spinta tecnologica? Potrebbe essere. Oggi però sembra che l’eccesso spinga sul lato opposto, di un non interventismo dogmatico e sinceramente entrambe questi approcci mi sembrano sbagliati. L’enologo è stato colui che a partire dagli anni ’80 ha preso su sé una situazione che soprattutto dal punto di vista qualitativo e di mercato era a dir poco drammatica. Quando cominciai a lavorare nel 1983 nelle cantine del Chianti Classico trovavo vasche di vino del 1975 non imbottigliato perché non si vendeva. La situazione non era facile sotto tutti i punti di vista e allora un po’ sulla base delle esperienze o degli studi e un po’ purtroppo talvolta scimmiottando chi in quel momento era al centro del successo, cioè Bordeaux, abbiamo cercato di tirare fuori dei vini più consoni a un mercato che stava cambiando nelle sue richieste. In questo sicuramente però c’è stata anche la responsabilità della stampa che premiava determinati tipi di vini e quindi tutti, produttori ed enologi, in qualche modo cercavano di andare in quella direzione”.

È sempre così che avviene nei momenti di crisi, per uscirne all’inizio si sceglie la via più semplice, per chi produce e per chi acquista, è dopo quando si è acquisita la stabilità, che occorre costruire, ma costruire non demolire.

“Quella che fu scelta - continua Attilio - era anche la direzione più semplice, perché dai vini che non si vendevano più, spesso con difetti, acidi, senza struttura, la cosa più semplice (per far percepire il miglioramento) era cercare la concentrazione, la struttura, il colore. Poi però negli anni il mondo del vino è cresciuto e questa strada, che aveva portato spesso a vini eccessivamente concentrati, a un uso poco razionale del legno e a vini pesanti o difficili da bere, spesso privi di una loro riconoscibilità, già da qualche anno, anche da parte di noi enologi, sta vivendo un ripensamento nel modo di fare vino.”

Faccio una nota per i non addetti ai lavori prima che parta il can can sugli interventi impattanti: quando un enologo parla di concentrazione non si sta riferendo all’uso dei concentratori, parla di vinificazione di uve la cui maturazione è stata ottenuta in vigneto, di scelta di cloni, di basse produzioni, di polifenoli, colore e tannini. Per riprendere il discorso di Pagli, oggi di nuovo con un paese e un settore in crisi cosa succede invece?

“Dagli errori che si erano fatti nel passato l’impressione è che oggi si vada però nella direzione opposta probabilmente continuando a fare altri errori, perché se è vero che un eccessivo intervento dell’uomo può essere in qualche modo deleterio, allo stesso tempo un eccesso di non intervento può essere anche peggio. Perché in fondo, ricordiamolo, il vino non si fa da sé, richiede degli interventi che prevedono delle scelte, in vigneto e in cantina, con una serie di interventi che, fatti in un modo o in un altro (ma pur sempre fatti), cambiano completamente quello che cuci. E l’enologo deve essere lì, come il sarto, a cucire nel modo migliore possibile un il vestito su un modello che il produttore ha scelto.
Quello che oggi sta succedendo è come nel passato, una reazione per uscire da una crisi in un modo che adesso ci sembra facile ma probabilmente non porterà a nessun risultato".

E fondamentalmente non si può che essere d’accordo, c’è stata una sopravvalutazione dei vini “da critica”, che volevano i produttori per vendere meglio (e ne parliamo più avanti ma ricordiamoci che il vino e la responsabilità di come è e come non è sono sue, non dell’enologo, se ti metti un abito verde, giallo e viola assolutamente inguardabile, la colpa non è del sarto) ma che proponevano anche gli enologi per accrescere la loro fama..perchè non è forse vero quello che osserva Emiliano Falsini che, negli anni passati, gli enologi si siano un po’ troppo “allargati” (come fanno del resto gli chef, o gli architetti)?

“Sicuramente lavoriamo in modo molto diverso da come avveniva 20 anni fa, e uno degli errori fatti in passato è stato di esaltare spesso in maniera eccessiva la stessa figura dell’enologo, anteponendola a quello che è il valore dell’azienda. Personalmente” continua “ritengo che da parte di noi professionisti, anche il movimento dei vini naturali debba essere visto come uno stimolo, un germe che possa dare qualcosa di interessante, un punto di rottura. Far finta di niente è sbagliato. Non sono vini che nella maggior parte dei casi apprezzo ma sono convinto che non si tratti di un movimento folle sconsiderato e che anzi, probabilmente, e io me lo auguro, sarà quello che tra 10 anni cambierà il nostro approccio al vino anche nell’abbattimento di alcuni vincoli che oggi ci costringono in stili che cominciano a stare stretti a molti.”

I vincoli di cui si parla sono quelli analitici e delle commissioni di degustazione imposti dai disciplinari DOC e DOCG (che attenzione non sono limiti legali che, indipendentemente dallo stile di vino, dal consulente o non consulente e così via, si devono o si dovrebbero rispettare) che in alcuni casi non approvano o impongono il declassamento di vini che pur equilibrati e apprezzabili non rientrano in parametri ritenuti tipici anni fa e che non rappresentano più stili diversi da quelli più “canonici”. “E allora - aggiunge Falsini - ben venga la DOC Sicilia che ha aggiunto tra le tipologie ammesse anche il Grillo macerato, perché chi l’ha mai detto che per la Sicilia la tipicità debba per norma essere quella dei bianchi fatti con il freddo?” (e ammettiamo che anche in termini di logica più che di tecnologia la tesi del freddo in Sicilia difficilmente potrebbe essere considerata come la più tradizionale).


C’è vino e vino e tutti vanno fatti bene

Ma naturalmente, anche l’intervento dell’enologo, le scelte delle tecniche da applicare o delle correzioni da fare (perché a volte delle correzioni si fanno, si possono fare e non è peccato) dipendono dai vini, dal loro valore, dai volumi, dal cliente e da quello che vuole. Perché adesso ci torniamo all’azienda e al produttore e su questo i “Matura” sono tutti d’accordo: il vino è suo, l’enologo è un consulente e cioè uno strumento al suo servizio (il sarto di prima cioè). Se l’obiettivo del produttore è di fare un vino che vende milioni di bottiglie per un mercato estero l’enologo lavorerà per quello, se vuole fare un vino naturale ci si può lavorare, ma l’obiettivo deve restare quello di fare un prodotto piacevole, corretto e apprezzabile nel suo mercato di riferimento.

Goffredo Agostini spiega così il suo approccio: “Noi siamo nati con una preparazione che ci diceva che da un lato c’erano i pregi e dall’altro i difetti e adesso a volte anche noi ci troviamo in difficoltà di fronte a produttori che ci chiedono di aiutarli a seguire la via dei vini naturali, spesso per recuperare certe quote di un mercato nel quale non hanno ben chiaro fino a dove potersi spingere anche in alcune lievi “imperfezioni. E allora se per me determinate caratteristiche sono dei difetti e so che si accentueranno in bottiglia, non posso esimermi dall’avvertire un cliente che si sta esponendo a dei rischi. Ecco, il nostro ruolo è quello di mettere i produttori sull’avviso di quello a cui vanno incontro.”

"Capita che un produttore chieda di fare un vino che esce dallo schema “classico” - aggiunge Leonardo Conti - “e a quel punto è nostro compito anche quello di dirgli se il suo ambiente di coltivazione, le condizioni della sua cantina e anche i suoi canali di mercato siano più o meno adatti. Se in Maremma mi chiedono di fare un vino bianco senza solfiti, più che metterli solo di fronte alle varie possibilità tecniche che si aprono, gli devo anche fare ben presente che andando in quella direzione esce completamente dagli schemi della sua regione e di quello che ha fatto fino a quel momento e poi se non ha un mercato in grado di recepire il suo prodotto, rischia di rimanere con la bottiglia in mano. Però se vuole intraprendere un percorso nella direzione dei vini naturali e senza solfiti posso consigliargli invece di fare un vino rosso che resti nell’ambito dell’identità della sua azienda e del suo territorio.”

E l’enologo è colui che può spiegare alle aziende che cosa possono e non possono fare mantenendo, ricordiamolo bene, la loro sostenibilità economica perché fare vino (e di questo un consulente ha la responsabilità di ricordarlo ai suoi clienti) è e resta un’attività produttiva. Bella e affascinante ma pur sempre la produzione di qualcosa che poi a qualcuno dovrà piacere e dovrà essere venduto.


Niente miracoli e prometterli non vale


“Nella consulenza che facciamo - esordisce Valentino Ciarla - dobbiamo anche dare un senso economico alle scelte e ai progetti che realizziamo con le aziende, non possiamo essere solo coloro che conoscono la chimica e sanno fare un blend. Le aziende devono prendersi le loro responsabilità e conoscere i propri limiti, perché l’unico enologo che ha fatto miracoli è morto a 33 anni e nessuno dei più bravi, nemmeno Attilio, li sa fare (questa è una frase che con i clienti uso spesso e con successo) - segue applauso di tutti i colleghi – “da parte mia credo che l’enologo oggi abbia il compito di portare nelle aziende un ventaglio di conoscenze a 360° e di scelte non solo tecniche ma anche economiche, perché non bisogna dimenticare che l’obiettivo delle aziende alla fine del mese è quello di vivere del loro lavoro e di pagare gli stipendi dei propri collaboratori. L’enologo deve apportare conoscenze e non decisioni ed è importante che poi siano le aziende a prendersi le responsabilità delle scelte che fanno. In caso contrario si dà all’enologo un ruolo e un potere che a volte i superconsulenti (quelli che i miracoli li promettevano) hanno avuto ma che non ha mai fatto crescere nessuno.”

E il percorso di crescita è quello che gli enologi e le aziende serie hanno fatto insieme, passando da vini più facili da capire fino a vini che valorizzano il territorio, il produttore, il vitigno e oggi anche a vini più originali e fuori dagli schemi, ma sempre senza lasciare indietro tutte le conoscenze che nel tempo si sono acquisite.


Da Botticelli a Fontana il passaggio non è facile (e nemmeno per tutti)

“In fondo è un po’ come nell’arte. Ci sono artisti che arrivano al termine delle loro esperienze a fare dei quadri dove domina il segno, dove hanno smontato tutte le basi sulle quali fino a quel momento avevano costruito i canoni dell’arte. Ma per arrivarci il loro percorso è passato dall’arte figurativa, dalla scuola e tutto quello che era necessario. Se all’inizio della loro carriera disegnavano una mano era una riproduzione fedelissima della realtà ed è solo grazie a quel percorso che a un certo punto arrivano a raffigurare quella stessa mano con due o tre linee. È perché se lo possono permettere e nel vino è un po’ lo stesso. Per evitare la chimica nel vino devi conoscere la chimica, la strada la devi conoscere per trovare scorciatoie e strade diverse. Se fai un vino naturale ma non conosci la strada quale potrà essere il risultato? Per fare un prodotto indimenticabile come un’opera d’arte, devi sapere che cosa stai facendo e che cosa non stai facendo, per cui secondo me l’enologo e le conoscenze ci vogliono più ora che prima.”

Così parla Leonardo Conti e potrebbe fornirci una chiusura perfetta, quasi studiata (e avrete capito che nella nostra intervista di studiato c’era ben poco ma evidentemente a questi “ragazzi” l’ispirazione non manca). Potevamo davvero chiudere qui se non che (e l’ho imparato quest’estate quando ho avuto l’occasione di intervistare Michel Rolland) gli enologi di esperienza sono persone eccezionalmente pratiche o pragmatiche (è un aggettivo che uso tantissimo e che piace molto applicare anche al mio modo di vedere il mondo) e la chiusura e il commento alla metafora dell’arte non può spettare che ad Attilio Pagli, che sottolinea che "non esiste un vino ma tanti vini e che chi compra e apprezza la maggior parte di essi, i milioni di bottiglie che si vendono sui mercati di tutto il mondo, non è pronto per i tagli di Lucio Fontana..”

Per un produttore che fa milioni di bottiglie o anche per marchi che superano le poche centinaia di migliaia di bottiglie il mercato non è pronto a superare l’arte figurativa” Meglio restare a bellissimi peasaggi o a copie del Botticelli allora, forse le avanguardie non sono per tutti?

“Si parla di nicchie e il piccolo produttore che fa il macerato lo posso considerare un argomento di pensiero, quasi una ricerca personale, quello che mi preoccupa è che ci sono aziende sempre più grandi che cercano di andar dietro a questi modelli perché sono diventati quelli più seguiti dalla critica e secondo me si faranno del male, perché nel mercato non c’è più tanto spazio per gli errori”.

E come dargli torto? In fondo c’è spazio per tutti, milioni di visitatori frequentano i musei per vedere Botticelli e lo ameranno sempre e allo stesso tempo ci sono cultori pronti a spendere tantissimo per un Fontana. Ma a fare qualche taglio su una tela non si diventa artisti, non si vendono quadri e nemmeno si impara da soli a dipingere.
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#19 Commenti

  • Azienda Agricola L'Arcera - Organic Wine

    Azienda Agricola L'Arcera - Organic Wine

    Giacomo Cesari c'è

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    #1
  • Alessandra Biondi Bartolini

    Alessandra Biondi Bartolini

    Nella foto si certo e nel gruppo anche, non c'era purtroppo quando sono andata a trovarli, è per questo che non "parla" nell'intervista.

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    #2
  • Lorenzo Conci

    Lorenzo Conci

    L’articolo è sicuramente interessante come sono interessanti tutte le esposizioni di punti di vista non superficiali.
    Come ben sappiamo però , ragionando “pirandellianamente”, qualsiasi tesi può essere rivoltata e offrire considerazioni di segno se non opposto, almeno diverso.
    Per questo sarebbe bello fossero seguite da un’ intervista ad uno dei padri dei vini naturali, penso ad esempio a Josko Gravner o ad Angiolino Maule.

    Non per astratti motivi di par-condicio, ma per poter offrire strumenti il più possibile adeguati, esaustivi non lo saranno mai, al fine che chi legge possa elaborare una propria opinione il meno possibile condizionata.

    Faccio un esempio:
    Laura Zuddas, nel virgolettato, senza fare nomi, parla di una persona, si presume un vignaiolo, che, se ne deduce, “pontifica” senza cognizione di causa.
    Immagino sia accaduto realmente, ma portare ad esempio un fatto come questo, nel contesto della discussione,banalizza una polemica che si basa invece su considerazioni, e tesi ben più complesse e meriterebbe si evitassero cadute di stile da ambo le parti.
    Chiunque potrebbe citare, senza farne i nomi, qualche enologo, che parlava a sproposito o che appunto pontificava sulla superiorità della “moderna scienza enologica”. Allo stesso modo sarebbe un esercizio inopportuno che non servirebbe a chiarire dove e perchè nasce la contrapposizione tra “enologia naturale” ed ”enologie scientifica”.

    Nell’articolo si cita anche Michel Rolland, l’enologo moderno per antonomasia,
    l’enologia fatta pragmatismo. Chi ha avuto modo di vedere il filmato “Mondovino” di Jonathan Nossiter, può capacitarsi di quanto possano essere contrastanti le opinioni nei confronti dei più illustri rappresentanti di una scuola di pensiero se adeguatamente messe a confronto con tesi opposte.

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    #3
  • Filippo Ronco

    Filippo Ronco

    In fase di editing facevo presente ad Alessandra che probabilmente si è tralasciato un aspetto fondamentale. Al 90%, l'enologo è quasi sempre un consulente e raramente anche un vignaiolo, viceversa, soprattutto per quanto riguarda il mondo dei vini naturali, il vignaiolo non è quasi mai un enologo, con tutte le derive positive e negative che ne possono seguire. Da un lato un approccio sicuramente più aperto e vincolato da paradigmi, dall'altro maggiori rischi e qualche volta anche diffusa imperizia. Come ho avuto modo di scrivere qualche giorno fa in un post diverso dove venivano affrontati quelli che a mio avviso sono i tre principali problemi del mondo dei vini naturali, si diceva esplicitamente che in effetti ciò che contraddistingue i naturali buoni da quelli meno buoni è che i più buoni in genere sono fatti da vignaioli "col manico". Avere manico in vitivinicoltura vuol dire avere conoscenza, sensibilità, tecnica, se l'enologo la studia sui libri e poi l'applica nella pratica, il vignaiolo è più un interprete e un pragmatico autodidatta che impara dai propri errori sul campo, sicuramente con minori basi accademiche ma qualche volta con maggiore contatto con una visione olistica e di "sentimento" diciamo del vino.
    C'è del buono e dell'utile in entrambe le situazioni comunque a mio modo di vedere.

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    #4
  • Alessandra Biondi Bartolini

    Alessandra Biondi Bartolini

    Certamente tutti i punti di vista sono ben accetti e personalmente non credo nemmeno che esistano due enologie, la scienza spiega i vini indipendentemente che siano naturali o meno. L'enologia, i processi, le trasformazioni spiegate dall'enologia sono esattamente le stesse, indipendentemente poi da come si tratti la materia prima e da chi la tratti. Poi rispondo alle tue obiezioni al pezzo, per quanto riguarda il racconto di Laura ti dirò che è stato per il rispetto e anche l'interesse che lei stessa riporta per il mondo dei vini naturali perc ui non ha voluto citare o rendere riconoscibile la situazione. E hai ragione ci sono anche enologi pontificanti, non lo nego mica. Però ti assicuro che gli attacchi che racconta Laura sono frequenti. Per quanto riguarda Michel Rolland non credo che una persona possa essere giudicata per come è stata presentata in un film documentario nel quale l'intenzione del regista era quella di disegnare l'enologia moderna come male assoluto. Avendolo conosciuto personalmente (non parlo perchè ho visto un film) senza volerlo assolutamente metterlo su un altare quello che ti dico è quello che ho scritto, è una persona pragmatica, di grande esperienza, che conosce il suo lavoro e che se gli chiedi cosa ne pensa dei vini degli altri risponde che non è il suo lavoro parlare o fare filosofia. Gli enologi questo fanno, lavorano e aiutano la gente a fare i vini che chiedono.

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    #5
  • Alessandra Biondi Bartolini

    Alessandra Biondi Bartolini

    Filippo, spero che ti rispondano loro, credo davvero che ci siano anche molti vignaioli che collaborano felicemente con i loro consulenti enologi, avendo trovato sinergia e condivisione del modo di vedere la produzione.

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    #6
  • Filippo Ronco

    Filippo Ronco

    Si, quello è il mercato di mezzo. Il più importante probabilmente, fatto da tantissimi bravi artigiani che di quando in quando fanno uso del consulente, specialmente in annate più difficili. Mi riferivo al mondo dei naturali in senso stretto, solitamente caratterizzato da persone dall'ego piuttosto marcato e che generalmente tendono a fare tutto da sé, nel bene e nel male.

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    #7
  • Alessandra Biondi Bartolini

    Alessandra Biondi Bartolini

    Esatto, è quello che sostiene Pagli, nessun problema (può rappresentare anche uno stimolo a 'ripensarsi') per quelli che vedono il vino come argomento di pensiero, destinato a una rispettabilissima nicchia di loro estimatori, il rischio è che su un mercato che probabilmente non andrà oltre la nicchia non si avventurino aziende un po' più grandi. Non mi sembra che sia particolarmente lungimirante fare vino naturale perchè sembra una nuova opportunità di mercato.

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    #8
  • Alessandra Biondi Bartolini

    Alessandra Biondi Bartolini

    Dico rischio per loro, non per il mondo dei vini naturali, loro se entreranno dei competitor si arrangeranno ;)

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    #9
  • Lorenzo Conci

    Lorenzo Conci

    Non ho affermato che si debbano sposare le tesi di Nossiter, facevo solo notare come possano sussistere idee molto diverse di concepire idee e valutare le persone. Naturalmente io no ho avuto l'opportunita o la fortuna diconoscere personalmente personaggi di quel calibro, ma ho letto parecchio ad esempio di Josco Gravner. Trovo che si banalizzi molto parlando di vini naturali portando oltretutto esempi poco congrui. Come se io parlassi di "enologia scientifica" portando ad esempio vini da 50 centesimi venduti negli hard-discount.

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    #10
  • Alessandra Biondi Bartolini

    Alessandra Biondi Bartolini

    Non mi sembra che si sia banalizzato proprio niente, hai letto che "i vini natuarli puzzano e basta" per caso? o che "chi fa vini naturali è un talebano"? Qualcuno ha detto che tra chi fa vini naturali non ci siano persone di spessore o che non ci siano vini naturali di qualità? Niente di tutto questo. Si è parlato di rischi e di casi. Trovo molto più banale continuare a parlare di enologia scientifica e enologia naturale perdonami.

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    #11
  • Lorenzo Conci

    Lorenzo Conci

    Sono termini impropri ma virgolettati, tanto per distinguere. In quanto al banalizzare intendo dire che non basta ridurre, o quasi, il discorso dei vini naturali ad un problema di chimica si chimica no, più chimica o meno chimica visto che chi volesse cavillare direbbe che pure zolfo e rame sono chimica. Al netto di chi utilizza l'argomento, (tra i produttori) perchè di moda e offre e offre quote di mercato da sfruttare, la discussione, a mio avviso andrebbe spostata su un altro piano. Capisco che la categoria degli enologi, della quale per altro nessuno mette in discussione l'utilità ne la professionalità, si senta esclusa perchè come dice bene Filippo, il "vignaiolo naturale" tende a fare da se con i rischi del caso, e spesso con risultati opinabili.
    Mi piacerebbe che si dibattesse sull'argomento non tirando in ballo chi facilmente si presta a motivate critiche e, a volte anche a facili ironie,
    ma confrontandosi, o confrontando le proprie tesi con chi rappresenta quel mondo nella sua espressione più consapevole.Per questo ho detto mi piacerebbe seguisse un altrettanto puntuale discussione con un Gravner o un Maule.
    Nell'articolo si porta l'esempio dell'arte contrapponendo Botticelli a Fontana, dove Fontana, in qualche modo rappresenterebbe l'elite nobile della categoria Vini Naturali, sottintendendo chè la loro filosofia e i loro vini sarebbero compresi da pochi .
    Io non lo credo. Leggendo "Gravner - Coltivare il vino" mi è venuto alla mente più Botticelli che non Fontana.

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    #12
  • Lorenzo Biscontin - biscomarketing

    Lorenzo Biscontin - biscomarketing

    Negli ultimi anni ho guardato con stupore come la categoria degli enologi (dico "categoria" in senso positivo per la fortissima deontologia che li accomuna) si sono tenuti ai margini / sono stati marginalizzati delle tendenze che stanno caratterizzando e definendo il vino italiano negli ultimi cinque anni. Con uguale stupore guardo vignaioli inventare la ruota ed imparare per esperienza (trial and error) cose che la scienza conosce alla perfezione. Mi spiego meglio: la resistenza evidente della categoria a confrontarsi con un approccio meno tecnicistico alla produzione del vino l'ha costretta poi a rincorrere le tendenze del vino naturale / biologico / mano manipolato possibile. E' stato un peccato perchè la scienza tende ad essere sostituita sia da una parte che dall'altra. E la biochimica del vino delle ideologie se ne frega. Mi ricordo di aver discusso con un mio enologo se era il caso di "sporcare" un po' i vini (biologici) che facevamo perchè il fatto che fossero troppo "puliti" rischiava di ridurne la credibilità (poi abbiamo deciso di continuare a fare i vini come meglio potevamo). La deontologia dell'enologo un po' la conosco perchè somiglia in parte a quella del perito agrario: è la figura che nell'azienda viti-vinicola sa fare tutto quello che serve (anche perchè fino a un paio di decine di anni fa era probabilmente l'unico che aveva studiato oltre la scuola dell'obbligo). Evidentemente non può essere più così, però la categoria ha cercato (sta cercando) di resistere a quello che vede come un ridimensionamento. E' una battaglia di retroguardia, il cui risultato è avere perso terreno nel suo campo d'azione specifico. In tutti i convegni a cui ho assistito negli utlimi anni in cui si discuteva del settore del vino nel suo complesso, l'intervento dell'enologo era sostanzialmente basato su (banali) logiche di marketing: capire che vino voleva il mercato, quando non dire che vino voleva il mercato. E io ogni volta mi chiedevo "Se gli enologi si occupano di marketing, chi si occuperà di enologia?". E' finito che se sono occupati i vignaioli, in modo più o meno artigianale, ma con delle idee forti.

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    #13
  • Valentino Ciarla

    Valentino Ciarla

    perdonate se mi permetto...io credo che uno dei problemi più grandi in questo dibattito sia proprio il non voler dibattere, l' arroccarsi sulle proprie posizioni guardando dall' alto (cosi si pensa) "l' altro". E questo lo fanno molti miei colleghi non rispettando tutto ciò che è al di fuori del loro campo visivo, e lo fanno molti produttori e ancora più "critici", cercando di dipingere l' enologo (e spesso, con esso, tutto ciò che è Scienza) come "non naturale", "industriale", se non brutto e cattivo quantomeno privo di appeal. Sinceramente mi piacerebbe parlare di tutte le ragioni da una parte e dill' altra, ma temo che in questa sede si rischierebbe di annoiare o di non essere esaustivi, ci tengo però a dire, molto semplicemente, che tutti questi problemi su "enologo non enologo" li ha chi se li pone, personalmente cerco sempre di farci su una battuta, perché trovo invece interessantissimo confrontarmi apertamente in ogni situazione (non solo in ambito lavorativo). Onestamente pure la storia della "battaglia di retroguardia", con tutto il rispetto...la fai se ti senti in retroguardia , nella mia piccola e personalissima esperienza, ho la fortuna di collaborare anche con "insospettabili" piccoli vignaioli, compro e bevo un sacco di vini "non dell' enologo", leggo e studio di Biodinamica e...sono figlio e nipote di vignaioli. Dico tutto questo, vi prego di credere, non per presunzione o per far la figura di "quello bravo", semplicemente perché mi farebbe tanto piacere che, piuttosto che dividere il mondo in ENOLOGI E NON ENOLOGI, ci si prendesse la briga di conoscere le persone, donne ed uomini, scambiarci almeno due parole...prima di esser sicuri di cosa pensano. Ognuno di noi ha il suo modo di fare e di approcciarsi al lavoro ed ai rapporti umani, ci sono Enologi vignaioli ed enologi che non sanno cos'è una vigna, come ci sono enologi alti ed enologi bassi...proprio come ci sono vignaioli veri e capaci e vignaioli con le macchie finte sui pantaloni. Perdonate lo sfogo, non posso nemmeno farmi un bicchiere per calmarmi...che non sto tanto bene in questi giorni. E comunque...l' essere considerato sempre nella top five dei mali assoluti del mondo del vino, insieme a Barriques, Lieviti selezionati, Anidride solforosa e Merlot...non è poi così male.

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    #14
  • Filippo Ronco

    Filippo Ronco

    Ciao Valentino, grazie per il tuo intervento.
    Mi pare che da queste parti ci sia un livello di discussione abbastanza alto e lontano da quelle ideologie esasperate da una parte e tecnicismi assertivi dall'altra. C'è semplicemente la voglia di imparare, conoscere e confrontarsi. Da sempre Vinix da spazio ad ogni tipo di pensiero senza portare avanti una linea precisa - se non nelle proprie scelte commerciali ma sempre in modo coerente a questa idea di apertura di base - motivo è che su vinix per esempio trovi autentici simboli della biodinamica ma anche aziende più lontane dal concetto di vino naturale ma che stimiamo per la qualità dei propri vini e per l'impegno e l'attenzione che comunque mettenono nel proprio lavoro. E' lo stesso modo che abbiamo di gestire la parte dei contenuti dove oggi scrive Alessandra portando la voce dell'enologo, dove domani o ieri magari scrive Nicoletta Dicova portando quella di qualche grande naturista e dove di quando in quando intervengono altri con opinioni comunque sempre interessanti e spesso competenti.

    Quello che ci interessa qui è mantenere alta l'asticella e mi pare che con un duro lavoro dietro le quinte fatto soprattutto di selezione delle persone, questo obiettivo sia costantemente perseguito e forse in parte anche raggiunto.

    Troverai sempre un campo libero - soprattutto laico - dove esprimere le tue idee e dove confrontarti serenamente.

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    #15
  • Alessandra Biondi Bartolini

    Alessandra Biondi Bartolini

    Valentino, Filippo mi fate piangere...

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    #16
  • Valentino Ciarla

    Valentino Ciarla

    Grazie Filippo, apprezzo molto le tue parole, e..i tuoi fatti. Se mi son permesso di intervenire è proprio perché rispetto ed apprezzo Vini e tutto quel che c'è dietro. Lo "frequento" meno di quanto vorrei, solo perché...ho giornate da 24 ore soltanto, con 2 figli under 6 e...il lavoro di enologo.

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    #17
  • Luca Risso

    Luca Risso

    Non vedo nel rifiuto dell'enologia niente di diverso dal rifiuto dei fitofarmaci di sintesi a favore di altri più pericolosi ma ammessi, dal rifiuto dei vaccini, dal rifiuto di esperimenti di fisica come il Sox, dal rifiuto degli inceneritori per le ben peggiori discariche spesso controllate dalle mafie, dal rifiuto della chemioterapia. Un segno dei brutti tempi che stiamo attraversando e che credo non passeranno presto.

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    #18
  • Luca Risso

    Luca Risso

    Mi sono dimenticato naturalmente il rifiuto dell'olio di palma ma potrei continuare per un bel po'

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    #19

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