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Selezione clonale, il buono e il cattivo

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Selezione clonale, il buono e il cattivo
Si leggono molte critiche, in questi ultimi tempi, alla selezione clonale in viticoltura. Si sostiene, in particolare dal mondo del “naturale”, che sia un elemento di omologazione dei vini, di perdita della biodiversità, di suscettibilità alle malattie. In queste critiche ci sono ragioni e torti, e a volte qualche bestialità scientifica.

La prima cosa da dire è che, prima delle selezione clonale, ad attentare alla biodiversità è la viticoltura “varietale”, cioè la nostra. Un vitigno non è altro che la progenie di innumerevoli clonazioni di una sola pianta, generata da un unico seme. Infatti non riproduciamo le viti attraverso il seme, ma attraverso le gemme legnose, cioè parti del suo “corpo”, innestate di norma su una vite americana, ottenuta nello stesso modo. La variabilità “intravarietale”, cioè all’interno di un vitigno, è legata soltanto a piccole mutazioni spontanee che avvengono nel tempo all’interno delle gemme, nonché alla possibile presenza di virus. Ma il genoma di un vitigno non ne viene modificato in modo sostanziale, come avviene, invece, con la fecondazione di un fiore e l’unione di due gameti, fosse pure dello stesso fiore (autoimpollinazione).

Quindi la “selezione”, clonale o no, è un modo di tornare indietro rispetto a un percorso naturale, perché in natura non esiste nessuna biodiversità all’interno di un vitigno ottenuto da un incrocio recente. Per vitigni “giovani”, creati di recente con incroci pilotati, come l’Albarossa o nuove varietà resistenti alle malattie è disponibile un solo clone, semplicemente perché non c’è stato il tempo di sviluppare mutazioni. Il Rebo e il Manzoni bianco, incroci fatti dall’uomo ma più antichi, o di più antico utilizzo produttivo, hanno già una piccola gamma di cloni omologati, mi pare tre il primo e due il secondo. Mentre sono già diverse decine i cloni di Műller Thurgau, incrocio creato nel 1882.


Selezione massale e selezione clonale

La selezione massale è il modo in cui i viticoltori hanno sempre selezionato il materiale da riproduzione. SI tratta semplicemente di prelevare le gemme, in fase di potatura, dalle piante più belle e più sane, ma forse è più corretto dire da tutte, meno quelle più brutte e malate. Nei tempi passati bello voleva dire soprattutto vigoria, molti grappoli e grappoli grandi: oggi il concetto di “bello” può essere diverso: grappolo piccolo e spargolo, maturazione completa etc.

La selezione clonale non è che una sua evoluzione. Lo scopo è quello di ottenere una qualità più prevedibile e costante del frutto. Avviene in tre fasi. La prima coincide con una selezione massale spinta, in cui le gemme di ogni singola pianta vengono tenute separate dalle altre per riprodurre una o più piante da una sola “pianta madre”, per poterla meglio valutare nelle sue performance. In un certo senso si ripercorre quindi il cammino che sta all’origine di una varietà, salvo che si lavora su una pianta madre non ottenuta da seme. Si valutano le caratteristiche produttive e qualitative dei vari “cloni” così ottenuti, si scartano quelli che appaiono subito meno interessanti, gli altri si sottopongono a test per verificare la presenza di determinati virus.


I virus

Per inciso, i virus delle piante sono dannosi (non tutti, e non sempre) alle piante stesse, non alla salute nostra. Siccome i virus spesso non si manifestano nei primi anni di vita della pianta, o forniscono sintomi ambigui, la loro presenza viene accertata con test di laboratorio (test ELISA). Le piante virosate possono essere scartate dalla selezione, oppure, se il materiale disponibile è scarso (caso di vitigni reliquia), possono essere risanate tramite il metodo della termoterapia.

I virologi hanno imposto protocolli molto rigidi per la selezione clonale, e questo è stato, ed è, oggetto di discussioni, perché in verità non tutti i virus sono veramente dannosi per la produzione e soprattutto per la qualità dell’uva, e probabilmente la pressione selettiva di tipo sanitario è stata ed è eccessiva. Questo è sempre più evidente quanto più appare chiaro come ogni pianta sia in realtà una vasta comunità, un ecosistema, in cui convivono batteri, funghi, virus. I quali spesso, soprattutto le prime due categorie, svolgono funzioni utili per la pianta stessa in un meccanismo simbiotico. Ma anche certi virus, riducendo la dimensione o compattezza del grappolo, possono avere una loro funziona qualitativa, anche se questa è più un’ipotesi teorica che una comprovata verità scientifica. Un lavoro di Smart su Pinot nero in Tasmania è l’unico che ricordi di aver letto su questo argomento, mentre molti altri lavori testimoniano che i virus sono dannosi alla qualità del frutto. Il Nebbiolo Michet, considerato come un biotipo qualitativo di Nebbiolo  a bassa vigoria e a bassa produzione, è di fatto un Nebbiolo virosato. Un clone di Michet risanato ha mostrato aumento di vigoria e di produzione, e si potrebbe pensare che la qualità sia diminuita. Invece no, anzi il contrario.


I benefici

La Barbera in Piemonte negli anni 80 era infetta da virus dell’accartocciamento fogliare (GLRV) in percentuali dell’80 % o più. Le foglie arrossiscono precocemente e la fotosintesi viene compromessa. Se i vini di oggi sono più alcolici, meno acidi e più colorati di quelli di allora non è solo dovuto al cambiamento climatico, ma, in gran parte, alla selezione clonale. E non vale solo per la Barbera. In sintesi i benefici sono: risultati più prevedibili, vini migliori. Premesso che tutti i gusti sono ugualmente rispettabili, i nostalgici dei vini più acidi e magri di un tempo spesso non sanno di rimpiangere il frutto di viti malate.


I rischi

E’ probabile che i vitigni più antichi, per i motivi illustrati in precedenza, siano quelli che hanno la più alta variabilità intravarietale. Probabilmente esiste anche una propensione diversa alle mutazioni gemmarie. Sta di fatto che alcune varietà, come il Nebbiolo e il Pinot nero, hanno una variabilità particolarmente alta, ma tutte le varietà storiche mostrano una gamma di varianti in alcuni caratteri. Una “biodiversità”, anche se il termine in questo caso è un po’ tirato per i capelli, che rappresenta senza dubbio un valore da difendere, per almeno due ragioni: la prima è che i vini ottenuti da vigneti monoclonali sono di solito meno interessanti, denunciando una certa mancanza di “complessità”. La seconda è che ci potrebbero essere differenze nella sensibilità a determinate malattie o problemi fisiologici (ad esempio il “deperimento del Syrah”) tra cloni differenti e quindi occorre preservare al meglio questa variabilità.


Tutta “etichetta azzurra”? No, grazie

Nel vivaismo l’etichetta azzurra è quella che contrassegna i cloni omologati, l’etichetta arancione si usa sulle selezioni massali. In passato ci fu chi propose di obbligare tutti i viticoltori europei ad acquistare solo cloni omologati. Per fortuna tale proposta fu poi ritirata. Per capire i danni che avrebbe fatto basta pensare che sarebbe stata la morte della stessa selezione clonale! Infatti dove si sarebbero trovati nuovi cloni, una volta estirpati i vecchi vigneti? Oggi gli impianti da selezione clonale rappresentano la gran parte del mercato vivaistico e non penso che questo sia un male: ma nello stesso tempo è opportuno che il patrimonio genetico dei vecchi vigneti venga preservato, e questo possono farlo soprattutto le aziende più grandi. Le quali dovrebbero quindi dedicare una parte dei nuovi vigneti a selezioni massali. Bisogna aggiungere che un clone è comunque soggetto, a sua volta, a sviluppare mutazioni gemmarie, per questo i campi di omologazione vengono monitorati. La natura tende a riprendersi nel tempo gli spazi di libertà che noi cerchiamo di limitarle. Per questo la conservazione della variabilità all’interno di una varietà è sì una giusta esigenza, ma senza dimenticare che attraverso le mutazioni la variabilità continuamente si ricrea, anche in assenza di un motore primario dell’evoluzione come la fecondazione del fiore e la dispersione del seme.


Lo strumento, e il modo di usarlo

In conclusione, la selezione clonale non è il male, e ha risolto alcuni problemi. Ma è uno strumento da usare con intelligenza, in caso contrario può comportare dei rischi. Innanzi tutto quando si pianta un vigneto non si dovrebbe mai scegliere un unico clone (e possibilmente nemmeno un unico portinnesto); inoltre se si ha la fortuna di avere dei vecchi vigneti ancora in buone condizioni bisogna cercare di conservarli in salute e raccogliere gemme dalle viti che non mostrano particolari problemi per fare nuovi innesti, che si possono usare per realizzare parti dei nuovi vigneti oppure per sostituire le viti morte negli impianti più giovani.

©Maurizio Gily per Merum
In esclusiva per l’Italia su Vinix
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#2 Commenti

  • Terre del Ving

    Terre del Ving

    Grazie Maurizio, articolo interessante come sempre. A favore della selezione massale ho sentito parlare anche di fenomeni di epigenetica (che interessano i fenotipi e non i genotipi - cioè le caratteristiche morfologiche evidenti) e di "risposta varietale" (la capacità in termini di resistenza agli attacchi parassitari, epoca di maturazione e qualità organolettiche dei prodotti ottenuti) che favorirebbe solo gli individui migliori nel particolare contesto pedoclimatico dove i cloni vengono selezionati. Che cosa ne pensi a riguardo?

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  • Maurizio Gily

    Maurizio Gily

    Grazie Stefano. Caratteri epigenetici possono essere legati, in particolare, alla microflora endofita, cioè la comunità di microrganismi viventi che vivono in simbiosi con la pianta e che può essere diverso a seconda dei territori, e che in buona parte si trasferisce alle nuove piante con l'innesto. Anche una eventuale, migliore risposta a condizioni di stress biotico o abiotico delle selezioni massali potrebbe avere questa stessa spiegazione. Tuttavia non conosco l'esistenza di dati scientifici a questo riguardo, siamo nel campo delle ipotesi.

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    #2

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