Bìtucì o bìtubì? Il dilemma irrisolto del Vinitaly

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Bìtucì o bìtubì? Il dilemma irrisolto del Vinitaly

Il Presidente di Verona Fiere, Maurizio Danese, nelle ultime settimane ha ripetutamente affermato (date una occhiata qui e qui) l'intenzione di diminuire i visitatori generici del Vinitaly, “al fine di lasciare lavorare al meglio i professionisti, soprattutto esteri”.

La decisione, che apparentemente potrebbe suonare bizzarra, in realtà è del tutto in linea con le strategie messe in atto dalla fiera negli ultimi anni.

A partire dal cambio di date – dallo storico giovedì/lunedì all’attuale domenica/mercoledì - inaugurato nel 2012, che fu una decisione che mira ad ottimizzare la presenza di trader specializzati in arrivo da tutto il mondo e a dare più spazio agli operatori del canale horeca. Il risultato è stato ottenuto, con oltre 140mila visitatori dei quali il 35% esteri provenienti da 116 Paesi e quasi 95mila metri quadri di superficie netta occupata nel 2012 (dati certificati FKM) e una migliore profilazione su livelli di maggiore professionalità e internazionalità degli operatori presenti.

Nata nel 1967 con il nome di Giornate del Vino Italiano al Palazzo della Gran Guardia, il Vinitaly ha da subito conosciuto un successo travolgente. Alla terza edizione, quella del 1969, gli espositori erano 130: per l’epoca, un diluvio universale.

Oggi il Vinitaly, dopo numerosi cambi di rotta, è senza timore di esagerazioni una delle fiere del vino più importanti del pianeta e nettamente uno degli eventi fieristici più rilevanti che si tengono sul suolo italico (un primato assediato forse dal solo Salone del Mobile).
Tuttavia non è difficile leggere nelle parole di Danese un certo disagio.

- Peccato tu non puole assacciare –

E questo disagio si chiama Prowein.
Organizzata a Düsseldorf, che vanta uno spazio fieristico comodo e gigantesco, tra i più ampi ed efficienti del mondo, il Prowein a livello organizzativo non è nemmeno lontanamente paragonabile alla fiera di Verona.

La quale può contare su di una città mille volte più bella di Düsseldorf, ma una città – Verona - che è servita da un aeroporto secondario, e che è strutturalmente impossibilitata a reggere l’impatto con una cosa come 140mila visitatori, che nel pernottamento sono costretti a spalmarsi su un’area che va da Vicenza al Lago di Garda, da Rovereto a Mantova.

Soprattutto il Prowein è una fiera rigorosamente B2B: gli espositori riescono comodamente a lavorare con i professionisti della filiera.

Chiaro che il contatto con il consumatore finale è fondamentale: ma lo scopo della fiera tedesca non è quello.

- B2C o B2B? –

E qui arriviamo al nodo veronese.
Il dilemma è uno, e uno solo.

Gli espositori, che per essere presenti a Verona sono chiamati ad un impegno economico e fisico gravosi (4 giorni di Vinitaly pesano almeno quanto una settimana di vendemmia – provare per credere), avrebbero bisogno di rapportarsi esclusivamente a agenti, giornalisti, importatori, al fine di stringere affari e farsi conoscere dagli operatori.

Peccato solo che i ristoratori e gli albergatori della zona – forse – non siano poi tanto d’accordo.

[E la tanto decantata ipotesi di un trasferimento a FieraMilano, della quale si parla da anni, resta per ora un pourparler.]

- Una serie di messaggi ondivaghi -

Il Vinitaly del resto continua a mandare messaggi tutto sommato ondivaghi agli appassionati.

Anzitutto le date: la fiera comincia di domenica - più chiaro di così.
Ma non solo.

Il recente Vinitaly and The City, sorta di Cantine Aperte nel centro veronese, in fin dei conti, da un lato vuole un po’ allentare gli spazi fieristici dalla morsa di appassionati.

Ma il fatto stesso che venga organizzato non vuole dire forse che le sirene cittadine per i winelovers siano rimaste accese?

E questa non volontà di fondo di rendere Vinitaly un B2B puro non rischia alla lunga di provincializzare una fiera il cui compito principale – e su questo tutti concordano – è ormai quello di aprire il vino italiano ad Oriente?


[Foto credit: https://www.vinitalyandthecity.com/]




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#3 Commenti

  • Filippo Ronco

    Filippo Ronco

    Secondo me tutta la questione si basa su un misunderstanding di fondo che poi è un'errata rappresentazione della realtà in cui viviamo. Mi pare che nessuno si stia accorgendo che il mercato del vino da 5 anni a questa parte è sempre più nelle mani dei consumatori. La filiera va benissimo ed è necessaria ma pensare ad un modello di mercato in cui chi produce abbia rapporti di lavoro esclusivamente con chi commercializza lo trovo miope oltre che rischioso, il mercato del vino è in totale evoluzione e i sistemi di b2c, così come i marketplace, dovrebbero far riflettere le aziende sulle concrete priorità da dare ai vari rapporti di lavoro e alle proprie strategie commerciali.

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    #1
  • Francesco Annibali

    Francesco Annibali

    Discorso che vale per il mercato nazionale, direi.

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    #2
  • Filippo Ronco

    Filippo Ronco

    In particolar modo, ma non solo considerato che dall'anno prossimo vengono meno anche le barriere dell'iva grazie all'estensione del digital single market e del mini one stop shop già in vigore per i servizi, anche per le merci (vini inclusi).

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    #3

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