Da vetrina a piazza. La metamorfosi politica del Vinitaly

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Da vetrina a piazza. La metamorfosi politica del Vinitaly
Pochi giorni fa scrivevo che il Vinitaly non è, e forse non sarai mai, un B2B puro.

Un aspetto che nel lungo termine rischia di provincializzare la portaerei veronese, in un periodo nel quale il Prowein viaggia col vento in poppa, e in cui la priorità del settore è aprire il vino italiano ad Oriente.
Ma il Vinitaly non ha intenzione di rinunciare al pauroso indotto portato dagli appassionati, e la prova di tutto ciò sono i messaggi ondivaghi che continua a mandare a questi ultimi, dall’apertura domenicale al recente Vinitaly and the City.

Tutti aspetti che lasciano emergere l’unicità del Vinitaly al mondo: quella di una fiera alimentata da una bruciante componente emotiva, identificativa e aggregante, dall’indole ostinatamente e squisitamente nazionalpopolare.


- C'erano una volta i sottosegretari -

Come in tutte le fiere che si rispettino, il Vinitaly ha sempre ricevuto la visita di benedizione dei politici del settore agroalimentare, che fino a pochi anni fa utilizzavano la sfilata lungo i padiglioni come medaglia al valore da sfoggiare all’opinione pubblica.
Un parterre di sottosegretari, sindaci e vari sensali della cosa pubblica, a sottolineare il contributo economico elargito all’imprenditoria del vino, nel quale Vinitaly si trasformava in vetrina.

Uno specchio, un evidenziatore.
Ma mai terreno reale sul quale fare politica.
Negli ultimi anni, e soprattutto in questo, qualcosa sembra essere cambiato definitivamente.


- "Il nostro vino è meglio di quello francese" -

La svolta nel 2014, quando per la prima volta un presidente del consiglio in carica, Matteo Renzi, andò a fare visita alla fiera di Verona non per etichetta, ma con il preciso scopo di produrre discorso politico (anche se decisamente qualunquista). L’idillio renziano culminò nel 2016, quando in occasione dell’edizione numero 50 il rottamatore si accorò in un discorso di stampo liberal/obamiano a difesa della grande imprenditoria vinicola e del consumo del vino italiano (date una occhiata qui al min. 6:41). Per la prima volta il Vinitaly non venne utilizzato come vetrina, ma come spazio politico, arena, vero e proprio luogo di produzione politica, in uno slittamento ontologico: da funzione a ente.


- Bonilli me diceva -

Ma veniamo alla edizione 2018 ancora in corso.
Nella prima giornata, quella di domenica 15 aprile, il Vinitaly è stato visitato non solo dai soliti sottosegretari e superburocrati dell’agricoltura, ma dai due vincitori delle recenti elezioni, Di Maio e Salvini (a dire il vero anche da Martina e Gentiloni, i quali come da attese si sono limitati ad una doverosa visita di cortesia).

Il leader del Cinque Stelle ha mantenuto il consueto aplomb ingessato, in una battaglia mediatica stravinta da Salvini, nettamente più a suo agio nel settore (‘il Recioto! Il Recioto’ confessa genuinamente entusiasta al min. 2:00, lasciando sospettare che ci sia vera passione in quelle parole), alla ricerca di consenso e legittimazione alla presidenza del consiglio.

Con l’enogastronomico che funge da legittimatore e unico luogo di condivisione dell’opinione pubblica italiana.

Su Repubblica il Vinitaly viene addirittura descritto come terza Camera, con annessi e connessi, quali ad esempio la manifestazione antiamericana organizzata da Forza Nuova fuori dai cancelli durante la visita dei candidati Premier.

Ma c’è di più.
In un anno nel quale la Nazionale salterà il Mondiale, l’enogastronomia è diventata ancora di più l’unico terreno materiale (o quasi) di aggregazione nazionale e autorappresentazione politica.

E il Vinitaly è visto come centro di tutto questo.


- One step up, two steps back -

A fine anni Ottanta Stefano Bonilli sosteneva chel'agroalimentare si sarebbe trasformato in barriera di significati da anteporre allo svuotamento delle piazze.
Nel 2018 tutto questo non solo è tremendamente vero, ma sembra essere avvenuto un passo in avanti.

(In avanti?).

L’enogastronomico non più come isola rifugio dall’antipolitica, ma come luogo di produzione del discorso politico, in una sorta di sublimazione del pensiero di Bonilli.


[immagine: http://www.repubblica.it/]
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