Il mio Vinitaly degli anfratti e delle piccole cose

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Il mio Vinitaly degli anfratti e delle piccole cose
Fiera bulimica, kermesse, chiamatela come volete, Vinitaly conferma i numeri del 2017 migliorando il profilo dei visitatori. L’edizione 2018 segna 128.000 visitatori da 143 nazioni, con 32.000 presenze di buyer esteri (+6%). Crescono anche gli espositori che arrivano a 4.380 aziende (130 in più rispetto al 2017) per un totale di 15.100 vini presentati.

Qui qualche scatto del mio peregrinare per Vinitaly 2018.

Io quest’anno ho partecipato al Vinitaly in modo un po’ particolare rispetto ai molti anni da espositori ed a quelli, più recenti da consulente (quindi battitore libero). Sono stato in fiera solamente lunedì e mercoledì, quest’ultimo giorno in buona parte come “gruppo vacanze” con 5 amici operatori soft, nel senso che si trattava di persone che lavorano part time in enoteca. Quindi ho avuto una visione un po’ diversa dal solito. Questo è quello che mi ha colpito di più tra tutto quello che ho visto. Ovviamente non ho visitato tutti i padiglioni, però i miei 10.000 passi li ho fatti sia lunedì che mercoledì.


La più bella idea vista al Vinitaly 2018 l’ha fatta il Chianti Classico


Vicino al banco informazioni del Chianti Classico, davanti alla saletta per le degustazioni, il Consorzio ha posizionato 5 grandi alambicchi / decanter con all’interno i diversi prodotti che determinano i profumi del vino: erbe, fiori, frutta, spezie, ecc. Oltre ad essere belli si trattava di oggetti estremamente utili per permettere anche ai meno esperti in degustazione di capire e riconoscere i profumi del vino. Poter vedere all’interno i singoli elementi che determinano il complesso dei profumi appartenenti ad una categoria permette infatti di individuarli e separarli nella propria testa. Vedo la cioccolata, vedo il caffè, vedo il tabacco, ecc. e così riesco a ritrovare i singoli profumi e distinguerli all’interno dell’aroma complessivo. Questo aiuta anche a memorizzarli per un discreto periodo di tempo: dopo aver fatto le nostre annusate allo stand del Chianti Classico, io ed i miei amici del “gruppo vacanze” siamo riusciti ad apprezzare molto meglio i vini degustati in seguito, anche di altre regioni.


"Grazioso", un nuovo termine per descrivere un vino?


Non è che voglio fare come il bambino delle elementari che un paio di anni fa creò il termine “petaloso”, però nel descrivere un vino che stava assaggiando una mia amica ha usato il termine "grazioso". Io, che ho sempre creduto alla bellezza come parametro per la valutazione delle strategie di marketing (arrivo buon secondo, visto che c’è un libro di Paul Dirac, Premio Nobel per la fisica nel 1933, intitolato "La bellezza come metodo" che consiglio), l’ho trovato interessante. Innanzitutto perché mi sembra chiaro e diretto rispetto ai tanti termini difficili che si usano nella descrizione dei vini, poi perché esprime una bella sintesi di grazie, eleganza, piacevolezza, simpatia. Per la cronaca il vino in questione era il "Karel" Monica di Sardegna Doc 2017 dell’azienda vitivinicola Ferruccio Deiana.


Lunedì è la nuova domenica


L’affermazione è un po' arrischiata visto che domenica non c'ero, però mi è venuta spontanea vista la massa di gente presente in fiera ed il profilo dei miei compagni di vagone sia nel viaggio di andata che in quello di ritorno (molti operatori/appassionati). Diversi espositori con cui ho parlato sono abbastanza d’accordo nel considerare il lunedì come il giorno più impegnativo di tutto il Vinitaly 2018.


Una fiera per fare affari


Ho sentito almeno quattro cantine di diverse regioni, dimensioni e caratteristiche che in fiera hanno concluso affari, un paio hanno perfino già ricevuto il pagamento. E' già da un paio d'anni che mi sembrava di notare questa tendenza a quello che mi dicono diversi buyer stranieri medi e grandi al ProWein: "Qui non prendiamo appuntamenti con le cantine italiane, perché ci concentriamo su tutti gli altri paesi produttori che troviamo solo a Dusseldorf. Le cantine italiane veniamo a trovarle al Vinitaly".


I vini dei Carmelitani Scalzi di Venezia


Una delle cose più sorprendenti e più difficili da vedere di Venezia sono gli orti e i giardini del centro storico. Racchiusi dalle mura che difficilmente lasciano intuire il verde che si nasconde dentro, sono i pochi retaggi di una Venezia agricola che già ai tempi della Serenissima andava spostandosi nelle isole dell’estuario (Le Vignole, tanto per fare l’esempio più eclatante già dal nome). Da alcuni anni il Consorzio Vini Venezia (avvertenza: in passato ho collaborato con questo Consorzio come consulente) ha recuperato i vigneti del brolo del convento dei Carmelitani Scalzi di Venezia che si trova, inavvertito, proprio di fianco alla stazione ferroviaria. Al Vinitaly di quest'anno sono stati presentati i primi vini, un bianco ed un rosso, dell’annata 2017 frutto di questo progetto.

Trattandosi di un vigneto tradizionale, al suo interno si trovano moltissime e diverse varietà di vite e quindi i due vini sono due uvaggi. In seguito all’analisi del DNA per il vino bianco si sono riuscite ad identificare 17 diverse varietà, all’assaggio risulta leggero, fresco, con un finale leggermente ammandorlato dovuto alla presenza della malvasia. Nel rosso si ritrovano “solo” 8 varietà. Quantitativamente prevale il merlot, ma il vino a me è sembrato sorprendentemente rotondo, poco erbaceo (considerando la provenienza) e con una piacevole sapidità.


I vini dell’Alto Adige si qualificano già dal modo in cui vengono serviti


Ho notato che numerose cantine altoatesine avevano sulle bottiglie dei tappi dosatori tarati sui 2 cl di vino per gli assaggi. Una quantità che non dà l’impressione di avarizia, corretta per la degustazione e che evita lo spreco. E' una modalità che da sola già qualifica i vini che la stragrande maggioranza dei visitatori, che non vanno al Vinitaly per "bere", apprezza. A conferma del potere della presentazione la scelta di Manincor di utilizzare bicchieri di grandissima finezza: appena ti viene servito il bicchiere hai già l’impressione che berrai un vino di qualità superiore (impressione che poi l’assaggio conferma puntualmente).


Trattare tutti con rispetto


Ho fatto abbastanza Vinitaly per sapere che quando ti arriva un gruppo di persone rimani quantomeno perplesso e so che il pomeriggio dell’ultimo giorno la fatica si è accumulata. Però se non sei in grado di gestirla forse stare allo stand non è il lavoro per te. Arriviamo davanti a un piccolo stand di un produttore di Brunello di Montalcino nella zona collettiva del consorzio. La persona al banchetto era impegnata con dei visitatori, io mi metto dietro e aspetto buono buono. Lui si fa a avanti e mi chiede se desideravamo qualcosa, io gli dico che vorremmo assaggiare i suoi vini, lui chiede "Quanti siete?" "5". Prende bicchieri, versa un po’ di vino in ognuno (secondo me erano meno di 2 cl) e ce li dà. Non ci dice che vino ci ha servito (poi sono riuscito a vedere la bottiglia: era il loro Rosso di Montalcino) non ci dice l’annata, niente di niente. Che valore posso dare io ad un vino servito così? Se sei impegnato puoi tranquillamente chiederci di ripassare dopo. Pochi stand più avanti, altro produttore, eravamo sempre noi sei però ci hanno trattato con rispetto, chiedendoci a cosa eravamo interessati, spiegandoci i vini, ecc. Il risultato è stato un ordine di 3 cartoni di Brunello (tanti o pochi che siano).


Prosecco: un marchio 3 declinazioni


Al vinitaly i tre consorzi del Prosecco DOC, Prosecco Superiore Conegliano-Valdobbiadene e Prosecco Superiore Asolo si sono presentati insieme in un unico stand. Bene, bravi, bis (tris, quadris, …..)


Cartizze Brut


Il brut è generalmente ritenuto il dosaggio zuccherino più elegante per gli spumanti. Il Cartizze è ritenuto il cru del Prosecco di Valdobbiadene da cui si ottengono i vini più raffinati. In tanti anni che ho lavorato in cantina mi sono sempre chiesto perché la stragrande maggioranza del Cartizze fosse prodotto nella versione Dry, talvolta Extra Dry e quasi mai brut. Non sono riuscito a darmi una risposta e soprattutto non sono mai riuscito a convincere le cantine dove ho lavorato a fare la versione brut. Al Vinitaly 2018 Ruggeri (avvertenza: in passato ho collaborato anche con loro come consulente) ha presentato il suo Cartizze Brut: pastoso, cremoso, non aggressivo. Bravi, grazie.


Un vino che ricorda l’infanzia


Non so se con Mario Pojer ci conosciamo abbastanza da poter dire che è un amico, ma sulla base della stima reciproca mi piace pensarlo. Non avevo ancora assaggiato il suo (e di Sandri) Zero Infinito. Un vino ottenuto da uve della varietà resistente Solaris: nessun trattamento in vigneto, nessun intervento nel vino, frizzante naturale lasciato con il fondo. L'unico vino che io abbia assaggiato da una bottiglia che mantiene gli stessi aromi "lattosi" dei vini da vasca (tecnicamente sono gli aromi legati agli acetati), prima che "subiscano" la filtrazione necessaria per l’imbottigliamenti. Mario dice che è un vino che ricorda l’infanzia perché ha i profumi che da bambini si sentono in cantina quando il vino è in fermentazione. A quelli come me, nati e cresciuti in città, ricorda l’infanzia perché in bocca ha un aroma che ricorda le caramelle al latte (ai miei tempi c’erano le Galatine).
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