Con la disintermediazione del commercio siamo diventati tutti operatori?

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Con la disintermediazione del commercio siamo diventati tutti operatori?
Una delle cose che si notava al Vinitaly 2018 era la maggior cura dei controlli per evitare che i visitatori fossero dei curiosi bevitori e non operatori commerciali.

E’ vero che prima della fiera ci sono stati casi di aziende di settori diversi da quello vinicolo che hanno fatto concorsi mettendo in palio biglietti per Vinitaly, a dimostrazione dell’appeal che la kermesse veronese esercita sul pubblico in generale, e che scendendo dalle navette si trovavano i bagarini. Però è anche vero che ai tornelli venivano controllati i documenti di identità dei casi sospetti (un signore con barba e baffi che si chiamava Giovanna...) rendendo di fatto inutili i biglietti acquistati fuori dai canali ufficiali.

I risultati si sono visti ed infatti è opinione diffusa tra gli espositori che il profilo dei visitatori al Vinitaly sta migliorando di anno in anno. Io quest’anno mercoledì sono stato al Vinitaly in un modo un po’ diverso dal solito: dopo aver sbrigato alcuni appuntamenti la mattina presto, ho accompagnato degli amici che venivano al Vinitaly per la prima volta. Si trattava di persone che lavorano part time in enoteca e/o partecipano alla realizzazione di corsi di degustazione. Operatori o appassionati?
Nel vino è sempre difficile. Per anni diversi colleghi mi hanno guardato con stupore, ed un po’ di sospetto, perché “Sei l’unica persona che conosco che lavora nel vino senza essere appassionato di vino”. E’ vero io sono appassionato di marketing, ma allo stesso tempo è la mia professione e quindi è una passione diversa da quella per l’equitazione (ciao Dominique!).

Illuminante un post di ricordi di Vinitaly scritto da Sara Carbone di Carbone Vini:

“Siete appassionati?”
“No, io sono sommelier”
“(Cioè ti tocca lavorare con il vino, ma non ti piace?)”


No, il fatto che uno faccia del vino una professione non implica che non gli piaccia, anzi è probabile e (sperabile) il contrario (come per chi fa il falegname, il ragioniere, ecc…). Però non è neanche necessario né automatico che sia la passione della sua vita. Anzi, forse per fare meglio il suo lavoro un po’ di distacco emotivo aiuta.

Ma torniamo a me ed ai miei amici. Erano indubbiamente degli operatori perché, anche se il loro potere decisionale sugli acquisti è limitato, influenzano i consumi dei loro clienti. Allo stesso modo quello che più gli interessava al Vinitaly era assaggiare vini che non conoscevano, di regioni distanti (e che quindi difficilmente potranno trovare posto nella loro carte dei vini), particolari. Per curiosità, per allargare le proprie competenze, in una parola per passione.

Era giusto che fossero al Vinitaly?
Prima di rispondere alla domanda allargo ancora un po’ il ragionamento. Mettiamo che io sia una cantina medio piccola che vende il vino direttamente in azienda, nel circondario, (ragioni storiche) però anche on-line, direttamente e/o su uno degli e-shop o marketplace di vino che esistono in Italia. Mi interesserebbe che tanti “consumatori finali” venissero ad assaggiare i miei vini al Vinitaly per poi, se gli piacciono, comprarli online?

Io dico di sì e dico anche che questa è una precisa strategia di business, ossia nel momento in cui vendo i miei vini on-line mi interessa trovare modalità che permettano di diffondere la conoscenza (diretta) dei miei vini per trovare nuovi consumatori possibile (aumento di distribuzione numerica) e per allargare la gamma di vini bevuti dai consumatori che sono già miei clienti (aumento di distribuzione ponderata).

Ora, è evidente che il Vinitaly non può diventare (molto) più grande di quanto non sia già se si vuole mantenere il buon livello di fruibilità della fiera, ma con la disintermediazione commerciale portata dal web, tutti i consumatori (appassionati) sono anche operatori.

A quando una fiera di riferimento del vino aperta al pubblico, magari su 4/5 date e luoghi diversi per coprire tutto il territorio nazionale?


[Foto credit:
Domenico Valenzano]
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