Sono stato all'Asolo Wine Tasting e non ho bevuto neanche un bicchiere di Prosecco.

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Sono stato all'Asolo Wine Tasting e non ho bevuto neanche un bicchiere di Prosecco.
Non sono un degustatore professionista, quindi c’è un limite al numero di vini che posso assaggiare in un giorno mantenendo il divertimento e, soprattutto, capendo cosa sto bevendo. Per questo l’altro giorno all’Asolo Wine Tasting ho deciso per una scelta un po' anomala e mi sono dedicato alla degustazione solamente dei vini fermi, escludendo i prosecchi (qui trovate un po' di foto).

Scelta un po' anomala dicevo perché il Prosecco Superiore Asolo Docg costituisce il grosso della produzione controllata dal Consorzio ed è stato il principale motore della crescita che ha portato alla produzione di oltre 10 milioni di bottiglie nel 2017 rispetto ai 5 milioni della vendemmia 2015 (mi piace pensare che un piccolo contributo sia venuto anche dalla visione strategica creata insieme al Consorzio ed ai consorziati con una mia consulenza a fine 2015, il che valga anche come disclaimer).

L’altra anomalia nella scelta di non bere prosecco è che il Prosecco di Asolo possiede effettivamente alcune caratteristiche peculiari che lo collocano in una posizione ben precisa nell’architettura del marchio ombrello “prosecco”: la produzione più bassa tra le tre denominazioni, una maggior proporzione di produzione realizzata da vignaioli, la presenza di alcuni degli alfieri storici del Colfondo (quello vero, se mi permettete, con la rifermentazione in bottiglia e non imbottigliando il vino spumantizzato in autoclave senza filtrarlo), la produzione della versione extra-brut (unica denominazione del prosecco che ammette questo dosaggio zuccherino al momento, in attesa dell’approvazione delle modifiche degli altri disciplinari. Insomma, in sintesi all’Asolo Wine Tasting c’erano molte possibilità di bere prosecco senza bere il “solito prosecco”. Però sarà per l’anno prossimo.

Quest’anno mi sono dedicato ai rossi, sorprendente scoperta fatta, ma non approfondita, proprio in occasione della mia consulenza di quasi tre anni fa e del Manzoni Bianco, una mia vecchia passione.

Perché per me i rossi Asolo Montello sono sorprendenti? Perché a me i rossi del veneto orientale non sono mai piaciuti. Anzi, probabilmente la ragione per cui per i primi quarant’anni della mia vita non bevevo vino è da ricercare nel vino rosso erbaceo e astringente che facevano il nonno e i suoi vicini a Budoia, in provincia di Pordenone. Vero che dopo ho bevuto vini rossi del Veneto Orientale fatti con sapienza enologica ed attrezzature di tutt'altro livello, però l’impronta del territorio generalmente rimane (come è giusto e normale che sia). Ma proprio perché il territorio cambia passando dalla pianura alla collina, i rossi Asolo Montello presentano (quasi tutti) un equilibrio, una rotondità, un’eleganza che difficilmente trovo nei vini rossi delle altre denominazioni ad est del Brenta.

I vitigni ammessi nel disciplinare del Montello Colli Asolani DOC sono Cabernet, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Recantina, Carmenere, Merlot a cui si aggiungono i due uvaggi “Rosso” e “Venegazzù”, quest’ultimo per i vini prodotti nell’omonima frazione del comune di Volpago del Montello.

Il Montello DOCG invece prevede solamente l’uvaggio di cabernet sauvignon, merlot, cabernet franc e carmenere, con un affinamento di almeno 18 mesi tra botte e bottiglia, che diventano 24 per il Montello DOCG Rosso superiore.

In occasione dell’Asolo Wine Tasting le cantine potevano portare solamente tre vini, quindi le scelte di cosa portare in degustazione rappresentano di per sé già un’indicazione di quali sono i vini su cui puntano i produttori del territorio: Recantina e Montello DOCG.

La Recantina è uno storico vitigno autoctono citato per la coltivazione nella provincia di Treviso già alla fine del Seicento per la qualità dei vini che ne derivavano.
Qualità che ha in passato ha suscitato l’interesse per questa varietà anche fuori dalla sua provincia d’origine, visto che l’analisi genetica ha permesso di individuare la Recantina tra le 8 varietà coltivate nel brolo dei Carmelitani Scalzi a Venezia, il cui vino è stato presentato dal Consorzio Vini Venezia all’ultimo Vinitaly. Qualità che rischiava di andare persa, poiché all’inizio del 900 la coltivazione di questo vitigno era praticamente scomparsa. Sopravvissuta in poche vigne famigliari, negli ultimi anni si è sviluppato un progetto di difesa e recupero che sta progressivamente portando ad una crescita della superfice piantata a Recantina.

All’Asolo Wine Tasting 2018, quattro produttori su 27 hanno presentato la recantina.
La prima cosa che colpisce della recantina è la sua intensità aromatica, che fa supporre un grado alcolico superiore a quello effettivo. Le due cose invece non sono necessariamente collegate, soprattutto sui vini che si basano sull’eleganza piuttosto che sulla potenza, ed infatti tutte le recantine che ho assaggiato davano un sorso pieno e rotondo con una gradazione alcolica di 12,5% (solo una faceva eccezione arrivando ai 14%). L’altra cosa che secondo me la caratterizza è il profumo di viole, mentre in bocca la sapidità aiuta la lunghezza di un vino che rimane sostanzialmente fresco. Per essere un vitigno autoctono, storico, antico, la recantina è sorprendentemente armonica in termini organolettici. Ancor di più se si pensa che i vini erano delle annate 2015 o 2016 e provenivano da vigneti di impianto recente (da cinque a sei anni).

L’uvaggio del Montello Rosso da disciplinare deve avere cabernet sauvignon dal 40% al 70% e merlot e/o cabernet franc e/o carmenere dal 60% al 30%.
Il profilo organolettico dei diversi vini varia quindi rispecchiando le diverse scelte della cantina rispetto alle diverse proporzioni dei vitigni nell’uvaggio.
Soprattutto si nota la maturità e morbidezza delle annate più vecchie, 2012 e 2013, rispetto al 2016. Da segnalare la “serietà” dei produttori che hanno saltato la piovosissima annata 2014. Nei miei appunti di degustazione, oltre ai classici frutti rossi, ricorre il descrittore “liquerizia” per vini di uvaggi ed annate diverse. Segno del territorio o del fatto che avevo già bevuto troppo?

Concludo con una sintetica considerazione sul Manzoni Bianco.
Creato negli anni ’30 del secolo scorso dal Professor Luigi Manzoni, Preside della Scuola Enologica di Conegliano, questo vitigno è un incrocio di Riesling Renano e Pinot Bianco. In pratica è un uvaggio messo direttamente dentro l’acino che dà un vino dove la componente aromatica del riesling si appoggia sull’acidità del pinot bianco. Un vino con uno stile che a me personalmente è sempre piaciuto molto e che credo risponda ai gusti attuali di ampie fasce di consumatori.

Il nome penalizzante in Italia, non sono molti quelli che a scuola hanno amato i Promessi Sposi, potrebbe risultare estremamente interessante all’estero proprio perché suona molto “italiano”. Era circa un anno che non assaggiavo un Manzoni Bianco, mentre negli ultimi mesi ho bevuto molte malvasie istriane. Ora so che gli esperti degustatori inorridiranno, però i quattro ottimi Manzoni Bianco assaggiati ad Asolo mi hanno ricordato tutti la malvasia istriana, nelle sue interpretazioni più fresche.

Prima di tirarmi i pomodori, assaggiate i graziosi vini dell’Asolo Montello e ditemi cosa ne pensate.
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