Lasagne nello spazio

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Lasagne nello spazio
Non immaginatevi pillole e tubetti simili a quelli del dentifricio contenenti cibo liofilizzato. Gli astronauti della stazione spaziale si trattano bene ed esistono interi team di ricerca alla NASA e all’ESA (Agenzia Spaziale Europea) che studiano i loro menù e i modi più adatti per conservarli e somministrarli.

Un anno esatto fa Luca Parmitano (@astroluca), astronauta italiano nato in Sicilia e del tutto simile a un Avenger (Capitan America è quello che secondo me gli somiglia di più), ha inaugurato il Mantova Food and Science Festival raccontando cosa e come si mangia nei lunghi mesi delle missioni spaziali. Domani avrà inizio la seconda edizione del Festival e ci saranno tante altre sorpese che potrete seguire se verrete a Mantova o che magari vi racconterò.

Le pillole e i cibi liofilizzati sono in effetti stati un primo tentativo risalente ormai a diversi decenni fa quando nello spazio gli astronauti stavano poche ore o al massimo qualche giorno, senza avere nemmeno il tempo di sentire la nostalgia di casa e del cibo “de mamma”. Perché il problema era proprio quello: il cibo ha un potete psicologico ed evocativo così forte che fare in modo che gli astronauti, americani, russi, giapponesi o europei, abbiano a disposizione qualcosa di quanto più possibile simile a quello che mangerebbero sulla Terra, ha un valore enorme e riduce l’effetto di “distacco”, che in orbita per sei mesi può essere notevole.


Houston abbiamo un problema


Per far mangiare bene gli astronauti ci sono diversi problemi da superare, il primo è che il cibo preconfezionato (in assenza di gravità non si possono usare padelle e pentole) deve essere conservato per molti mesi senza frigoriferi (a bordo dell'ISS ce ne è solo uno piccolo che si chiama Merlin) e con la possibilità di essere soltanto riscaldato ma non cotto. Le due modalità studiate per la conservazione del cibo sono la termostabilizzazione degli alimenti poi confezionati sotto vuoto in speciali materiali che ne prevengono le ossidazioni e la disidratazione. Basterà riscaldare i primi e aggiungere acqua tiepida ai secondi per avere i piatti pronti e mangiabili direttamente dalla loro confezione.

Già l’acqua. Ci sono problemi di spazio in una stazione spaziale e avere dei grandi serbatoi da riempire con le astronavi cargo che arrivano con le scorte circa una volta al mese non è una soluzione percorribile. E allora? Un sistema avanzatissimo di purificazione ricicla tutta l’acqua in circa 10 giorni (sì avete capito bene, tutta quella che loro “fanno”), che viene distillata, filtrata e arricchita in sali minerali per renderla di nuovo consumabile, calda (massimo a 85°C) o a temperatura ambiente attraverso un distributore.

Per bere gli astronauti usano degli speciali pouch, delle buste morbide e schiacciabili, con una cannuccia. Se vogliono divertirsi invece spruzzano fuori le bevande che formano delle gocciolone fluttuanti da catturare al volo. L’acqua calda serve per le zuppe, per il the e per il caffè che finalmente è anche espresso, da quando Samantha Cristoforetti (@astrosamantha) ha installato la prima macchina spaziale a cialde e gustato con una speciale tazzina il primo caffè italiano.


Cosa mangiano gli astronauti nello spazio?


La Stazione Spaziale Internazionale ISS dispone di due menù principali, quello russo e quello americano. Gli astronauti europei che lavorano per lo più nella sezione americana sono costretti anche al loro menù (che è cibo americano precotto, buono come può essere solo del cibo americano precotto) anche se ad ascoltare Parmitano (nel periodo di preparazione li devono assaggiare tutti) si capisce che gradirebbero di più quello russo (le zuppe, il caviale, il the..).

I cibi sono contenuti in speciali confezioni dove vengono riscaldati o reidratati e che fanno anche da piatto e possono essere mangiati con il cucchiaio (ogni astronauta ha il proprio cucchiaio e ne è gelosissimo). Purtoppo (o per fortuna) in assenza di gravità le modifiche che avvengono soprattutto nel sistema circolatorio portano a una variazione nella fisiologia degli organi di gusto e olfatto: il sangue non è più richiamato principalmente negli arti inferiori e si distribuisce meglio anche nella parte superiore del corpo (è il motivo per cui i visi degli astronauti in orbita appaiono sempre estremamente distesi e senza rughe come appena usciti da una lifting e si chiama flowing sheet).

Il risultato, almeno nel primo periodo di navigazione è quello di avere il naso tappato e percepire poco aromi e sapori, condizione che spinge gli astronauti a usare molti condimenti, salse e sale. E naturalmente anche l’aggiunta dei condimenti richiede uno studio e lo sviluppo di accorgimenti speciali (in genere vengono sospesi in acqua o in olio e fatti aderire sulla pietanza), perché provate voi a usare una saliera o un macina-pepe.

Sarà per l’effetto psicologico negativo dato dalla visione di una porzione di lasagne americane sugli astronauti italiani, ma nelle ultime missioni anche agli astronauti europei è stata data la possibilità di elaborare un proprio menù, che dopo essere stato adattato (termostabilizzato o disidratato) dai ricercatori, si possono portare nello spazio e consumare quando vogliono, magari nei momenti di nostalgia.
Il menù di Luca Parmitano nella sua missione era stato elaborato da Davide Scabin, chef stellato del Combal di Torino. C’erano lasagne alla bolognese (quelle vere, giusto per far vedere agli americani cos’è una lasagna), risotto al pesto, melanzane alla parmigiana e tiramisù.

Sarebbe dovuto bastare tutto per sei mesi se Luca Parmitano non avesse deciso di creare un momento di convivialità (e di fare lo splendido con gli americani diciamolo) condividendo il suo menù stellato e invitando tutti gli astronauti della stazione al Nodo (lo spazio dove mangiano).  È durato molto meno e in una sola sera il menù italiano è diventato per tutti lassù un bellissimo ricordo (specialmente il tiramisù che consumato in un giorno ha continuato ad essere raccontato per sei mesi).


Gli esperimenti sulla nutrizione a bordo


La Stazione Sperimentale Internazionale è un vero e proprio laboratorio orbitante, all’interno del quale si studiano lo spazio e le condizioni di vita in vista di missioni spaziali sempre più lunghe e impegnative o si osserva e si fanno misurazioni della Terra dallo Spazio. Si studia ad esempio l’effetto degli alimenti (come l’equilirio tra le proteine, il Calcio e il Potassio) sulla possibilità di rallentare la perdita di densità ossea che colpisce gli astronauti con effetti e conseguenze molto simili a quelle dell’osteoporosi. O anche la possibilità di coltivare, alimentare, consumare e riciclare gli scarti del cibo in un circuito chiuso di produzione, che diventerà necessario per i viaggi interspaziali più lunghi, se vorremo andare su Marte o se vorremo impiantare stazioni permanenti sulla Luna ad esempio. E infine si stanno sperimentando gli effetti della conservazione sulla stabilità dei cibi per periodi sempre più lunghi, se conservano le loro proprietà organolettiche ma anche quelle nutrizionali.


Niente vino per gli Avengers (almeno non in missione)


Lo so, ve lo state chiedendo tutti e confesso che alla fine glielo ho chiesto. Dimentica di avere di fronte un ufficiale pilota medagliato dell’aeronautica militare italiana, addestrato alla Nasa e in forza alla Nato e per di più in divisa, gli ho chiesto se a bordo della stazione spaziale si bevesse vino. E appena prima di sprofondare in preda all'imbarazzo ho sentito la risposta “No signora, anche per motivi di sicurezza non ci è concesso di portare alcol a bordo”. Ognuno ha la sua criptonite, nessuno è perfetto.
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