Intervista a Antonio Tombolini

inserito da
Intervista a Antonio Tombolini
Singolare figura classica di intellettuale enofilo in questa Italia postmoderna e incanaglita, Antonio Tombolini  nasce nel 1960 a Loreto, in provincia di Ancona.

Da bambino gira per le cantine dei Castelli di Jesi con il padre selezionatore e produttore di vino; da giovane uomo - passiamo al 1998 - crea Esperya, uno dei primi e più fortunati shop on line di prodotti enogastronomici, che venderà nel 2003 al gruppo Espresso all’apice del successo.
Oggi, oltre a continuare ad osservare il nostro settore con particolare attenzione, è CEO di StreetLib (che ha fondato), multinazionale di servizi editoriali.

“E sono cinquant’anni che bevo. Imparai a degustare quando ancora il termine ‘degustare’ non esisteva. A inizio anni Settanta etichettavo le bottiglie di mio padre a mano”.

# Ai tempi di Esperya conoscesti Veronelli. Gino faceva giornalismo?

Beh no. Veronelli faceva formazione a suo modo, ed era un animatore, il primo del settore. Ma non direi giornalismo, se per giornalismo si intendono inchieste, servizi, eccetera. Aveva una visione molto parziale del settore, gettava sassi nello stagno, provocava, faceva parlare e ancora lo fa. Tutte cose delle quali era felicemente consapevole.

# Perché nessun grande editore di lingua tedesca o inglese o cinese ha mai fatto un investimento importante nella editoria dell’enogastronomia italiana?

E’ una questione di valutazione competitiva. Fino ad alcuni anni fa le iniziative editoriali fatte in Italia andavano forti, il settore era ben presidiato. Il Gambero anzitutto. Ad ogni modo esistono molte pubblicazioni in lingua nel settore, che restano operazioni editoriali che non vediamo nemmeno. Vero è che si tratta molto più spesso di food che di wine.

Piuttosto mi chiederei perché gli editori italiani hanno mollato.

# Stavo per chiedertelo

C’è ancora il Gambero, che però ha perso la spinta propulsiva, come si diceva un tempo. Sul vino non c’è un magazine popolare di riferimento. Restano le guide, che sono un prodotto stanco.

# È un problema di format?

Penso di sì, i principali editori continuano a vedere con ostilità e paura il mondo digitale, nonostante il cartaceo sia in crisi nera in tutti i settori.
Ma c’è un altro problema.

# Quale?

Le guide vini scontano un interesse che va scemando, visto che la guida è tendenzialmente inutilizzabile: il vino ultrapremiato è già praticamente irreperibile quando la guida esce, e tante guide hanno abbassato l’asticella, premiando troppi e perdendo conseguentemente significato.

Restano dei margini di manovra: puntando maggiormente non tanto sul racconto del supervino, ma su quello della azienda e alle sue potenzialità turistiche.
Basti vedere al successo travolgente di Cantine Aperte e delle tante piccole fiere di settore, in un periodo in cui le grandi fiere di settore sono in crisi.
Unire insomma sempre di più racconto enogastronomico e racconto di viaggio.

# Gli appassionati si scannano sui vini naturali. E’ un dibattito politico?

Magari lo fosse! In realtà è un dibattito di marketing di livello molto superficiale. C’è stata una prima fase, sana, di reazione nei confronti del vino che andava in una certa direzione omologante, successivamente nuovi appassionati hanno cominciato a dibattere di parole che spesso non possiedono. Anche se alcuni ultimamente hanno acquisito ragionevolezza.

# Credo che ci sia una buona fetta di responsabilità in parte dell’informazione, che ha sposato la causa acriticamente. Anche se fare il contrario richiede un'alta dose di coraggio. Al primo appunto che fai insinuano che sei un incompetente, o un corrotto

Ma sai è l’equivalente del racconto di Big Pharma.

# Quando l’appassionato legge che il Merlot toscano ha preso 97/100 sulla rivista americana, cosa è che lo indigna?

Io non lo so se si indigna davvero. In fondo anche il dibattito Merlot vs. Nebbiolo è solo un dibattito di marketing molto superficiale, spacciato per dibattito critico.

# C'è consapevolezza di questo?

Forse no. Certo che se ti vuoi bere il grande Merlot lo devi fare in silenzio, senza esporti sui social. Ma è un segnale del fatto che la formazione del vino in Italia è fatta male, manca la trasmissione di strumenti critici, una educazione laica.

E’ qui che manca Veronelli, che era un provocatore, ma era un laico.

# Quale è stato il maggiore effetto di tutto ciò?

Si è accentuato il divaricamento tra utente consumatore, quello che il sabato va in enoteca con 15 € di budget, e compra il vino solo per piacere; e l’utente appassionato, che beve vino per ampliare la propria cultura.

# Circa un anno fa su FB scrivesti che il prezzo dei vini dovrebbe aumentare, e che il vino giornaliero è destinato a scomparire. Era una provocazione?

No, anzi è di sicuro la questione più importante.

Il vino non fa bene, smettiamola di prenderci in giro con la storia del resveratrolo. Per questo motivo deve diventare sempre più prodotto di nicchia.

E’ un trend già in atto in altri settori: nell’editoria con il digitale ad esempio.

Ed è già successo con i superalcolici, che una volta erano consumati molto più di oggi. Poi il consumo si è polarizzato: da una parte l'alcolismo, dall’altra un consumo iper raffinato.

E sta succedendo anche col tabacco. Quelli che fumano 60 sigarette al giorno non ci sono più, ma sono aumentati i fumatori di grandi sigari.

E poi il consumo pro capite del vino è già calato moltissimo. Smettiamola di fingere di non vedere. Guardiamo in faccia la realtà, e diciamo chiaramente che diversi player della filiera attuale sono destinati a cambiare o scomparire.

# Uno scenario futuro senza alternativa?

L’alternativa è competere sul prezzo con nazioni che fanno vini dignitosissimi, ma è una battaglia persa in partenza.

# Su certi siti di vendita di vino on line si trovano vini importanti a prezzi inferiori al prezzo di cantina. Altro ieri Caselli a Repubblica ha dichiarato che l’agroalimentare è terreno fertile per i grandi truffatori. C’è del marcio in Danimarca?

Non lo so. Tutti sappiamo che la ristorazione nelle grandi città è spesso controllata dalla criminalità, però le proprietà del vino, anche quelle di grandi dimensioni, in Italia sono chiaramente identificabili, di conseguenza sono convinto si tratti di realtà sane. Forse il problema c'è già in alcune zone della catena commerciale.


  • condividi su Facebook
  • 2221
  • 0
  • 2

#0 Commenti

inserisci un commento