Vini dolci, cruccio dei produttori?

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Vini dolci, cruccio dei produttori?
Di recente ho avuto la fortuna di partecipare a ben 2 verticali di Vino Santo, di 2 aziende diverse (Cantina Toblino e Pisoni), con annate che coprivano un arco temporale di mezzo secolo, dal 2003 - attualmente in commercio - fino agli anni ’60. Un vero salto indietro nel tempo, a giorni in cui il clima, almeno dalle nostre parti (Nord Italia) faceva il suo dovere, le estati erano calde ma non torride, gli inverni freddi ma non umidi, e c’erano persino (ancora) le mezze stagioni, o almeno qualcosa che gli somigliava molto. Ripercorrere quegli anni grazie alla magia liquida di un vino così particolare come il Vino Santo trentino è stata un’esperienza di grande interesse storico-culturale, sensoriale, perfino filosofico.

Il Vino Santo - così chiamato, pare, perchè per tradizione i grappoli di nosiola posti ad appassire vengono pigiati durante la Settimana Santa, decretando quello che di fatto è uno dei periodi di appassimento più lunghi a cui può venire sottoposta un’uva - non mancava mai nelle cantine delle famiglie rurali. Era un ricostituente per le puerpere, un farmaco per i malati, perfino un viatico per i moribondi, e il vino più prezioso e importante che si potesse offrire ad un ospite. Lo chiamavano - lo chiamano ancora - “il vino dell’attesa”, o il “vino per gli altri”, perchè per farlo occorre aspettare anche 20 anni, e allora chissà se il nonno che l’ha vinificato ci sarà ancora quando arriverà il momento di stappare la bottiglia. Un vino così è anche un invito a nozze per un filosofo, perchè si potrebbe discettare per giorni sul valore del tempo, della pazienza, sulla visione (e l’altruismo) di chi decide di imbarcarsi in un’impresa che gli costerà solo fatica e di cui potrebbe non arrivare a godere i frutti. Eppure, la quintessenza del Vino Santo è proprio questa: come qualcuno ha detto, “il Vino Santo è un sogno, e come tutti i sogni, la parte più bella sta nel coltivarlo, più che nel vederlo realizzato”: una frase che suona quanto meno bizzarra, in questi nostri tempi affogati nel tutto-e-subito.

Ciò premesso, a ricondurci alla dura realtà di un momento storico poco amico di questo vino (e altri similari) sono i numeri: in tutto il Trentino il vitigno Nosiola non occupa più 100 ettari, e ciò a dispetto che da quest’uva bianca e delicata si ricava anche un fantastico vino secco con ottime potenzialità d’invecchiamento. Di Vino Santo, poi, se ne producono appena 20 mila bottiglie l’anno da 0,500 l. Solo 7 le cantine che lo fanno (Cantina Toblino, Fratelli Pisoni, Giovanni Poli, Francesco Poli, Gino Pedrotti, Pravis, Maxentia questi ultimi 6 riuniti nell’Associazione Vignaioli Vino Santo Trentino).

Tutti sono concordi nel riconoscere il Vino Santo come vino storico, emblematico del Trentino vitivinicolo, ma al tempo stesso ci si domanda come possa dirsi rappresentativo della sua regione un vino che quasi non si trova sul mercato. Interrogativo che fa subito il paio con l’altro: perchè è così difficile vendere il Vino Santo (e, come lui, tanti altri vini dolci, non solo italiani)?

La risposta è piuttosto articolata e dipende dal Paese a cui ci si riferisce: negli USA , per esempio, molta gente nutre una fondata diffidenza nei confronti della tipologia vino dolce, perchè sugli scaffali si trova molta robaccia etichettata come tale (si sa, lo zucchero copre tanti difetti, compresa la scarsa qualità delle uve di partenza); in altri è una questione di differenti abitudini alimentari e/o di regimi (mode?) dietetici. Sembra insomma che la maledizione dei cosiddetti vini da dessert sia riconducibile al fatto di essere sempre stati abbinati, appunto, al dessert: una preparazione culinaria relegata di solito alla fine del pasto, ad occasioni speciali, alla quale in Italia si ricorre sempre più raramente, mentre in molte culture è marginale, per non dire assente del tutto. Negli anni passati si provò a rivitalizzare il mercato dei vini dolci abbinandoli ai formaggi (erborinati e non), ma anche qui, passata la novità e i primi momenti di entusiasmo, il successo non fu tale da determinare un’inversione di tendenza nei consumi.

Forse allora la risposta alla domanda di prima è questa: è difficile vendere il Vino Santo trentino (e altri vini analoghi) perchè in realtà non è conosciuto, o finora è stato proposto in un modo non più attuale. Perchè finora i vini dolci sono rimasti relegati all’abbinamento con certi cibi e/o solo in certe occasioni.
Provare a sovvertire le regole, cercando abbinamenti nuovi con preparazioni salate - di pasta ,o di carne - potrebbe aprire nuovi orizzonti.
Forse è venuto il tempo di osare, sperimentare, azzardare, seriamente.
Why not?

Giunti a questo punto, non si ha più nulla da perdere.
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