Rose': quanto, dove, come e perche'

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Rose': quanto, dove, come e perche'
Recentemente sono stato alla manifestazione “Rose e rosè Festival” a Portorose (Slovenia). Man mano che assaggiavo i vini dei 14 produttori sloveni presenti domenica 27 maggio agli stand di degustazione, mi chiedevo perché non bevo più spesso vini rosati. Una domanda che evidentemente non sono il solo a farmi, visto che il consumo di vini rosè è in crescita in tutto il mondo, e così mi è venuta la curiosità di capirne di più su questa categoria e sul suo mercato (confesso che già due anni fa mi ero assaggiato tutti i vini della degustazione libera presenti allo stand della Provenza al ProWein).

Tra riviste analogiche (stampate) e digitali, la sintesi può completa e aggiornata che ho trovato è il rapporto di France Agrimer dello scorso febbraio, redatto in collaborazione con il CIVP (Consiglio Interprofessionale dei Vini della Provenza). Per dare a Cesare quel che è di Cesare è giusto citarne gli autori: Audrey Laurent e Julie Barat per France AgriMer e Michel Couderc e Ana Lapascua per il CIVP.

Avevo iniziato a scrivere riportando i dati dei grafici del rapporto, però mi sono reso conto che è abbastanza assurdo scrivere 1.000 parole per descrivere un’immagine, quindi preferisco riportare di seguito le 10 figure che inquadrano i dati del comparto dei vini rosati nel mondo e poi fare le mie considerazioni, integrandoli con le mie esperienze e conoscenze da altre fonti.

Qui trovate i grafici
. Io vi raccomando caldamente di leggervi i grafici prima di passare al resto del post, sia perché le informazioni che contengono sono molto interessanti, sia perché rischiate perdervi nelle analisi che ne derivano, perché vi mancano dei pezzi. Raccomando anche di mettervi comodi e rilassati, perché il post è compendioso (ossia lunghetto). Concludo le premesse segnalando che tutti i dati e le successive analisi si riferiscono ai vini rosati fermi+frizzanti, escludendo quindi gli spumanti, anche quando non è espressamente specificato.


Nel 2016 mancavano 1,5 milioni di hl di vini rosè...


… e nei prossimi anni ne mancheranno probabilmente ancora di più, considerando l’effetto combinato della tendenza crescente dei consumi e la scarsità della vendemmia 2017 (grafici da 1 a 5).

Dal 2002 al 2016 il consumo di vini rosati è cresciuto del 32%, il doppio rispetto ai vini bianchi fermi ed il 40% in più rispetto ai vini rossi fermi. In Francia, di gran lunga il primo consumatore mondiale, la crescita di vini rosati nel periodo è stata del 46% ed attualmente nel canale della grande distribuzione i vini rosati vendono più dei vini bianchi. Negli Stati Uniti, secondo consumatore mondiale di vini rosati, la crescita 2002-16 è limitata perché al boom delle importazioni di rosati francesi ha corrisposto un netto calo del consumo di White Zinfandel californiano (che, a dispetto del nome, è un rosè).

La Germania nel periodo 2002-16 ha incrementato il consumo di vini rosati del 30% ed il Regno Unito di 4 volte

Gli unici Paesi in cui i dati e le opinioni degli operatori riportano un calo dei consumi nel (lungo) periodo 2002-16 sono l’Italia e la Spagna. Da segnalare che l’Italia con il 5% è anche uno dei Paesi con la più bassa quota di mercato dei vini rosati rispetto al totale. Dietro di noi solo Russia con il 4% e la Cina con l’1%.

La produzione di vini rosati sta crescendo in tutti i Paesi con l’eccezione dell’Italia, che sembra quindi legata più all’andamento del consumo interno che non interessata, o non attrezzata, a spingere sulle esportazioni, approfittare della carenza di offerta rispetto alla domanda a livello mondiale.


Il commercio mondiale di rosè continua a crescere (grafici dal 6 al 10)


La quota di vino rosato che passa una frontiera per essere bevuto è cresciuta dal 23% del totale consumato nel 2002 al 38% nel 2016. La Francia a volume è il primo Paese è importante ed il secondo esportatore, mentre diventa leader nelle esportazioni a valore. Anche gli USA giocano un discreto ruolo sia come importatori che come esportatori, mentre Germania, Regno Unito e Belgio si connotano come Paesi importatori.

Viceversa Spagna (leader delle esportazioni a volume e terzo a valore), Italia, Cile e Sud Africa si caratterizzano come Paesi esportatori. Da sottolineare che la maggior quota di mercato mondiale dell’Italia a valore rispetto al volume indichi come le nostre esportazioni riescano a spuntare un prezzo più alto della media mondiale. Osservando il grafico dei prezzi medi di importazione si capisce che Francia e Germania importano principalmente vino sfuso, Regno Unito, Svezia, Paesi Bassi, e Belgio vino imbottigliato di prezzo medio basso, mentre U.S.A., Svizzera e Giappone importano principalmente vino imbottigliato di prezzo medio-alto.


Basta un colore per fare un vino?


Se chiedete ad un enologo molto probabilmente vi risponderà di no, ma il consumatore con i suoi comportamenti sta dicendo di sì. Forse anche perché il rosa è un colore strano in assoluto. Innanzitutto dal punto di vista dell’ottica il rosa non è un colore in sé, ma si tratta di sfumature più o meno chiare del rosso (e il rosso è l’unico colore per cui le sfumature chiare in ottica prendono un altro nome). Se consideriamo le onde elettromagnetiche dello spettro visibile, non troviamo i colori poco saturi come rosa, viola o magenta.

In pratica quindi il rosa è una tinta di rosso a cui è stato aggiunto o tolto qualcosa (blu, verde, arancio). Il nome del colore deriva dal fiore, non viceversa, ed è stato utilizzato per la prima volta nel XVII secolo. Non è che prima le persone non lo vedessero, ma le diverse sfumature di rosa venivano descritte facendo riferimento a cose esistenti in natura (il tramonto, l’occhio di pernice, ecc…). Così studiando per questo post ho finalmente capito perché spesso in Francia i vini rosa pallido vengono definiti “vini grigi” (vin gris).

Bistrattato in passato, il rosa è invece oggi sempre più di moda, tanto che dal 2012 è andata affermandosi una sfumatura di rosa denominata millennial pink, perché rappresentativa dei valori di questa generazione, e che è consacrata dalla ditta Pantone nel 2017 come una delle nouances emblematiche della primavera dell’anno scorso.

In termini strettamente vinicoli il rosa è un colore molto più fotogenico del bianco o del rosso. Detto in altre parole un bicchiere di vino rosato su instagram viene meglio di un bicchiere di vino bianco o rosso (stesso discorso vale molto probabilmente anche per gli “orange wine” e la recente popolarità).

Inutile chiedersi oggi se è nato prima l’interesse per i vini rosè e poi la loro popolarità si è diffusa grazie alla condivisione delle foto sul web o viceversa. Perché probabilmente sono due facce della stessa medaglia e sicuramente oggi si alimentano l’un l’altro.


Ma quale tonalità di rosa deve avere un vino rosè?

Anche qui la risposta del mercato è chiara e (sostanzialmente) univoca: il rosa pallido dei rosè della Provenza (buccia di cipolla chiaro, se vogliamo usare un termine “tecnico”).

Da qui in avanti le cose secondo me si complicano, perché questo colore è diventato per i consumatori un forte indicatore che preconfigura un profilo organolettico atteso. E qual è questa preconfigurazione?

Se parlate con esperti degustatori e chiedete qual è il profilo dei rosè provenzali vi diranno che si tratta di vini leggeri, freschi, sostanzialmente neutri, con un po’ di sentori di fragola e (forse) geranio. Detto male dei vini che sanno di poco. Detto peggio, “tipo un pinot grigio con un po’ (più) di tannino”. Detto peggio ancora, ecco spiegato il successo dei rosè della Provenza (e del pinot grigio stile italiano) con quello che io chiamo il “paradigma Philadelpia Kraft” fin dagli inizi della mia attività di formatore di marketing alimentare: un formaggio che non sa di niente e quindi può piacere a (quasi) tutti.

Ma è poi vero che i rosè della Provenza non sanno di niente (stessa domanda si può porre per il pinot grigio, ma lascio perdere perché oggi stiamo parlando di rosè)? Quando 2 anni fa al ProWein mi sono assaggiato tutti i rosati presenti nello stand di degustazione libera dell’area della Provenza, quello che mi ha colpito è stata la varietà delle uve utilizzate negli uvaggi e dei profili organolettici (non sempre le due cose corrispondevano, ossia c’erano profili simili con uvaggi diversi e profili diversi con uvaggi simili).

Qualcuno per semplificare identifica tre stili corrispondenti al posizionamento di prezzo:

- Fino a 4 euro a bottiglia: fragola, fiori, freschezza e leggerezza.

- Da 4 a 10 euro a bottiglia: come sopra, con più spezie e quindi un po’ meno freschezza e più corpo.

- Oltre 10 euro: affinamento in legno, più corpo, più complessità e profondità.

Probabilmente c’è del vero, ma non sono del tutto convinto.
Comunque il punto principale è capire se all’omogeneità di colore corrisponde una medesima omogeneità del profilo organolettico e, soprattutto, se per il consumatore questo è importante. Al momento sembra di no, con il colore che comanda nelle scelte di acquisto e consumo.

Se volete farvi un’idea più completa dei profili organolettici dei vini rosati, qui trovate il link al post degli assaggi che Andrea Gori ha fatto al Pink-Rosè Festival a Cannes lo scorso febbraio. 


Il consumo di vini rosati ha raggiunto la parità di genere


Nell’immaginario collettivo il rosè è un vino femminile e perciò bevuto soprattutto dalle donne. In realtà un po’ tutte le fonti di dati sembrano rilevare che il consumo di vini rosati è equamente diviso tra uomini e donne. Addirittura secondo l’indagine annuale di Wine Intelligence presentata al ProWein di quest’anno, la % di consumatori uomini sarebbe leggermente superiore rispetto alle donne.

Sottovalutare l’importanza delle donne nello sviluppo del consumo dei vini rosati potrebbe però essere uno sbaglio. Gilles Masson, direttore del Centro di Sperimentazione e Ricerca sul Vino in Provenza, recentemente intervistato da Meininger’s Wine Business International fornisce una lettura interessante sulla crescita del consumo di rosè in Francia.

Suggerisce infatti le donne, “responsabili acquisto” come direbbero i pubblicitari, a fronte della difficoltà di acquistare vini rossi per la famiglia, dovute all’incertezza sul gradimento del vino acquistato, sia siano rivolte ai vini rosati. La maggior omogeneità dei rosè in termini organolettici infatti riduce il rischio di sbagliare e di comprare un vino che poi non piacerà agli altri componenti della famiglia (o agli amici). Inoltre il gusto più leggero lo rende più facilmente gradito anche alle donne con meno abitudine di consumo di vino.

In sintesi, secondo Masson, le donne che acquistano il vino per tutta la famiglia insieme al resto della spesa complessiva hanno finito per imporre le loro scelte ed i loro gusti agli uomini. Che questo si sia verificato contemporaneamente alla generale tendenza verso la “new freshness” che ha spostato le preferenze dei consumatori verso freschezza ed eleganza piuttosto che intesità e potenza, non ha fatto che amplificare ed accelerare il processo.


E i rosati italiani?


Dal 1 al 3 giugno si è svolta al Castello di Moniga del Garda l’undicesima edizione di “Italia in Rosa”, manifestazione dedicata ai vini rosati, a cui purtroppo non ho potuto partecipare. C’erano però Angelo Peretti, sicuramente uno degli alfieri del rosè in Italia, e la Master of Wine Elizabeth Gabay, autrice del libro “Rosè: understanding the pink wine revolution” uscito lo quest’anno. Proprio per il pochissimo spazio dedicato nel suo libro ai rosati italiani credo sia interessante sentire cosa dice la Signora Gabay dopo la sua prima esperienza qui da noi. 

In sintesi si dice sorpresa della varietà di stili e di vitigni utilizzati nelle varie regioni italiane a tradizione e vocazione di produzione (anche) di vini rosati. Di conseguenza, e questa secondo me è la frase più importante, “si tratta di qualcosa che credo abbia bisogno di tantissima spiegazione” (in originale “This is something that I think needs a lot of explanation to people”).

Questo significa che difficilmente per i rosati italiani ci potrà essere uno sbocco “di massa” come quello della Provenza. Viceversa sarà necessaria una strategia che vada a cogliere le nicchie, anche grandi, di consumatori appassionati ed esperti, o che lo vogliono diventare, interessati ad andare oltre le scelte più ovvie e facili.
Raccontare unitariamente la diversità, o se volete la diversità nell’unità, è la sfida del “patto a cinque” firmato dai consorzi Valtenesi, Chiaretto di Bardolino, Cerasuolo d’Abruzzo, Castel del Monte e Salice Salentino per promuovere insieme i vini rosati italiani da uve autoctone.

Sfida non facile, ma necessaria per posizionare i rosè italiani con una loro precisa identità che ne guidi lo sviluppo dei consumi sul mercato nazionale e su quelli esteri.
Per qui vuole seguire una strada più comoda, resta sempre l’opzione di fare rosati di stile provenzale.

Quel che è certo è che il mondo ha sete di rosa, meglio se pallido.
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#2 Commenti

  • Nadir Sitta

    Nadir Sitta

    apprezzo da sempre i vini rosè. Ritengo che i francesi in generale non siano granché. Non abbiamo bisogno di altri vini semplici e "beverini" né tantomeno del colore rosa. Il bianco carico dei nostri metodo classico e talmente bello che null'altro abbisogna. Le varietà di uve che possiamo utilizzare noi in Francia se le sognano. Detto questo in Italia ci sono degli ottimi rosè, anche bio e la Sicilia ad esempio si sta muovendo molto bene (il sud ha potenzialità ancora inespresse e ci seppellirà tutti; fortunati loro); soprattutto nei metodo classico il rosè, che comunque prezza ben di più del bianco, ha quasi sempre una marcia in più. Continuerei a sondare i prodotti italiani, in generali nettamente migliori dei francesi (almeno nel rosè).

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    #1
  • Filippo Ronco

    Filippo Ronco

    Bè, alcuni Bandol ti farebbero cambiare idea Nadir Sitta, poi sicuramente c'è anche una gran parte di rosati insulsi in Francia (meno in Italia ma anche meno molto buoni).

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    #2

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