Sono stato al Rose e Rosé festival di Portorose e mi sono divertito parecchio.

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Sono stato al Rose e Rosé festival di Portorose e mi sono divertito parecchio.
Portorose, o Portoroz in sloveno, è una località di turismo balneare e termale fin dai tempi dell’impero austroungarico che si trova nel breve tratto di costa slovena.
Se mettete insieme il nome (che deriva dall’antica chiesetta di Santa Maria delle Rose) il mare, la spiaggia, i pini marittimi ed i cipressi che circondano la baia, era fatale che nascesse una manifestazione dedicata ai vini rosati.

La seconda edizione si è svolta il 26 e 27 maggio con la partecipazione di 16 cantine il sabato, provenienti prevalentemente dalle zone nordorientali della Slovenia e di 14 la domenica (quando ci sono stato io), provenienti tutte dall’Istria, l’entroterra che si affaccia sui pochi chilometri di costa appartenenti alla Slovenia.
Per i tavoli di degustazione dei vini erano stati collocati alcuni gazebi nel “Giardino delle Rose”, la zona del lungomare dove ogni anno viene piantata una rosa di una varietà creata appositamente e dedicata ad una celebrità slovena, di fronte alla spiaggia (qui trovate un po’ di foto)

Sarà stata la giornata estiva e la location indubbiamente suggestiva a farmi apprezzare i vin in degustazione? Il dubbio c’è, ma rimane il fatto che (quasi) tutti i vini presentavano un profilo aromatico interessante ed equilibrato. Detto in altri termini, ho trovato solo un paio di vini che si presentavano deboli, senza una struttura precisa (“snello” per me è una struttura) e con un profilo organolettico povero che si riduce ad iniziare il sorso con freschezza/acidità per finire amaro (qui Angelo Peretti, da esperto di vini rosati lo spiega molto meglio di quanto non faccia io).
Quei vini rosati che secondo me erano molto più diffusi in passato e sono forse la ragione per cui il consumo di rosè in Italia a livello nazionale continua a languire, mentre nel resto del mondo è in forte crescita.

L’eccezione a questa stasi dei consumi in Italia sono gli spumanti, però la maggior parte dei rosati presenti al Rose e Rosè Festival erano vini fermi per una semplice ragione tecnica: le cantine che esponevano erano quasi tutte di piccole dimensioni, tra i 100 ed i 300 hl di vino prodotto annualmente.
Dimensioni che rendono impossibile la gestione di un’autoclave per produrre spumati con metodo charmant.
Non è un caso quindi che dei due spumanti rosè presenti, uno fosse prodotto un metodo classico prodotto da una piccola cantina (cantina Bordon) e l’altro uno charmat lungo prodotto dalla principale cooperativa vitivinicola della Slovenia (VinaKoper).

Qui
trovate le foto di tutte le bottiglie in degustazione e qui un po' di foto sparse del posto, allestimento e pubblico presente.

Visto il territorio in cui ci troviamo, alla domanda di quale fosse il vitigno/vitigni utilizzati, la risposta era quasi sempre “Refosk”. Attenzione però che stiamo parlando di refosco dell’Istria o terrano, una varietà che poco o nulla ha che vedere con il refosco dal peduncolo rosso diffuso in Friuli e Veneto.

Il poeta e scrittore triestino Carolus Cergoly nella prefazione all’edizione del 1980 de “Il mio Carso” di Scipio Slataper ha definito questo vino “… l’armonico Terrano vero sangue di drago innamorato”.
Altri tempi ed altri palati, oppure, come diceva De Gregori, “… i poeti che brutte creature: ogni volta che parlano è una truffa”.
Fatto sta che il terrano è un vitigno piuttosto rude che tende a dare vini altrettanto rustici, tanto che un produttore a cui facevo i complimenti per l’eleganza del suo rosè, mi ha spiegato che l’uvaggio era 95% refosco dal peduncolo rosso e 5% refosco istriano. Per chi conosce il refosco dal peduncolo rosso, chiedete a qualsiasi enologo e vi dirà che si tratta di un’uva impegnativa da domare in vino.
Se bevendo un terrano non ci sono dubbi sul “drago”, devo ammettere che nei rosati in degustazione si sentiva spesso l’amore e l’armonia.

Conseguenza diretta dell’impiego del terrano è il colore rosa intenso, tendente al ciliegia dei vini. Colore che si ottiene con la vinificazione in bianco e non in rosato, perché la cessione del colore delle bucce dell’uva durante la pigiatura è (più) che sufficiente. Conseguenza della vinificazione in bianco è la variabilità del colore dei vini da una vendemmia all'altra. Gli altri vitigni usati negli uvaggi dei vini “secchi”, quando ci sono, sono merlot, shiraz e cabernet sauvignon.

Per i rosati dolci invece prevale l’impiego del “Cipro”, un vitigno a bacca nera imparentato con il moscato rosa originario del paese di Bertocchi, nell’entroterra di Capodistria (Slovenia).
 
Come mio solito non riporto le descrizioni dei singoli vini, perché … non è il mio.

In generale tutti i vini (con un paio di eccezzioni) presentavo la freschezza che uno si aspetta de un vino rosato, una struttura che li teneva “belli dritti” dall’inizio alla fine e dei tannini succosi che portavano equilibrio eleganza e lunghezza. Sparsi nei miei appunti trovo: rosa canina, mela verde, fragola, geranio, frutti rossi, ciliegia, biancospino.

Vi dico però i vini che ho comprato io:

- Juijin Rosè, Vina (cantina) Jogan Damijan: l’unico vino prodotto con 100% di Shiraz. Non fatevi ingannare dalla foto con le tre bottiglie con le etichette diverse: è sempre lo stesso vino ma al Signor Jogan piacciono le rose e così fa le etichette con le foto delle diverse varietà (di rose non di rosè).

- Ratosa Rosè, Vina (cantina) Kmetije Ratosa: è quello con il 95% di refosco dal peduncolo rosso e 5% di refosco istriano.

- Slamno Vino E.Vin Rosè, Vina (cantina) Bordon: vino dolce passito da uve botritizzate di cabernet sauvignon. L’unico vino dolce non prodotto da uve “cipro”.

Mi sa che da qui in avanti berrò rosè un po’ più spesso.
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