Mare e Vitovska in Morje 2018: alla scoperta Carso.

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Mare e Vitovska in Morje 2018: alla scoperta Carso.
La Vìtovska (mi raccomando, con l’accento sulla ì) si sta consolidando insieme, e forse di più del Terrano, come il vitigno emblematico della viticoltura del Carso triestino e sloveno. L’appuntamento per fare il punto sulla situazione del vitigno e della viticoltura sul territorio carsico, nonché per dare modo ai produttori di presentare i propri vini si chiama da dodici anni “Mare e Vitovska in Morje”.

Il bilinguismo in questa zona è d’obbligo sia perché la grandissima maggioranza, se non la totalità, dei viticoltori del carso italiano appartengono alla comunità di lingua slovena, sia perché al confine politico non corrisponde un confine geografico. Dal punto di vista pedoclimatico quindi l’altopiano carsico presenta le medesime caratteristiche ai due alti del confine e la comunanza linguistica e culturale tra i produttori italiani e quelli sloveni ha sempre stimolato quel confronto e scambio di idee ed esperienze che sta alla base della creazione e caratterizzazione di un terroir.

L’edizione 2018 si è svolta lo scorso fine settimana 15 e 16 giugno presso il Castello di Duino (TS), come sempre organizzata dall’Associazione dei Viticoltori del Carso, e si è aperta con un convegno dal titolo “Il Carso e la Vitovska – Storia e tradizione per comprendere il presente e guardare al futuro” i cui relatori erano:

- Matej Skerlj, Presidente dell’Associazione Viticoltori del Carso.
- Daniele Cernilli, giornalista enogastonomico.
- Davide Rampello, docente al Politecnico di Milano.
- Fulvio Colombo, ricercatore e storico.
- Sabina Passamonti, ricercatrice dell’Università di Trieste.

Gli interventi più interessanti secondo me sono stati quelli di Fulvio Colombo e di Sabina Passamonti.

Colombo, di cui ho già scritto in passato per le sue ricerche sul prosecco, ha presentato i riscontri storici sulla coltivazione della Vitovska. Al di là delle fonti più antiche riguardanti il vino Pucino di età romana, di cui è difficile conoscere con certezza con quali uve venisse prodotto, ad inizio dell’ottocento il vitigno appare con l’indicazione Garganega-Vitovska in un rapporto del laboratorio di analisi chimiche della Camera di Commercio di Trieste. Da qui in avanti le prove documentali si fanno sempre più frequenti, fino ad arrivare alla produzione delle prim bottiglie di vino etichettata come Vitovska tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70.

L’importanza di avere notizie storiche precise e circostanziate relativamente ai vini sta nel fatto che fornisce dei contenuti oggettivi al termine “tradizione” così importante nella produzione e nel consumo del vino. Spesso infatti quello che si conosce o si tramanda della storia dei vini e dei territori sono storie e miti, che magari risalgono ad un paio di generazioni fa e possono basarsi su interpretazioni parziali di quanto realmente accaduto.

L’analisi di Fulvio Colombo ad esempio evidenzia come l’associazione tra il Pucino dei romani con il Refosco dal Peduncolo Rosso iniziata pochi decenni fa, sia dovuta alla scorretta interpretazione di un testo latino che in realtà lo indicava come un vino bianco, coerentemente a tutti gli altri riscontri documentali.
Conoscere con esattezza la storia dei vitigni e dei fini non è utile solamente per le attività di posizionamento e comunicazione dei marketing di questi “marchi collettivi” di fatto, ma lo è soprattutto per la produzione. Un quadro storico completo e corretto infatti fornisce i riferimenti e spunti per sviluppare una vitivinicoltura allo stesso tempo dinamica e coerente con lo spirito della tradizione da cui deriva. Tradizione direi ben rappresentata dalla vigna ultra centenaria e ancora in produzione dell’azienda Stanko Milic di Sgonico (TS).

L’intervento di Sabina Passamonti ha fornito invece spunti interessantissimi sulla questione chieva del rapporto tra vino e salute (ricordo che recentemente in Olanda come dose di consumo di alcol raccomandata è scesa a … ZERO e l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel suo piano 2013-20 per la riduzione delle malattie non trasmissibili poneva l’obiettivo di una riduzione del 10% del consumo di alcol). Nel vino però oltre all’alcol ci sono tanti altri componenti, alcuni dei quali hanno un effetto positivo sulla salute. Ricordiamoci che uno dei fattori che contribuirono alla crescita del consumo di vino negli USA fu il “paradosso francese” con la capacità dei polifenoli presenti nel vino di prevenire malattie cardiovascolari.

La dottoressa Passamonti studia da anni l’assorbimento delle componenti del vino da parte dell’organismo ed i loro effetti sulla salute. Prima di entrate negli aspetti più tecnici ha enunciato un principio generale, quasi olistico, secondi cui il vino non potrebbe avere una storia così lunga se non facesse sostanzialmente bene. Detto in altre parole nel corso delle generazioni la nostra specie ha selezionato gli alimenti, eliminando quelli che hanno effetti negativi sulla salute. Noi quindi beneficiamo di una sorta di selezione naturale alimentare realizzata durante secoli.

Ora è vero che lo sviluppo economico degli ultimi 100 anni ha reso superflua la caratteristica del vino di essere una bevanda igienizzata, quindi sicura dal punto di vista sanitario rispetto all’acqua, come la sua capacità di apportare calorie facilmente assimilabili con minimo dispendio metabolico. Però pare ci siano ancora molti aspetti da scoprire sugli effetti positivi che il vino può avere sull’organismo.

Gli studi della dottoressa Passamonti ad esempio hanno evidenziato come diversi componenti del vino assorbiti già a livello dello stomaco, mentre normalmente si pensava venissero assorbiti solo nell’intestino, e che i polifenoli del vino si ritrovano poi anche nel cervello, dove pare svolgano un’azione positiva sul mantenimento delle capacità cognitive. In una società sempre più giustamente preoccupata per gli effetti sulla salute di quello che mangiamo e beviamo e dove l’alcol è spesso sul banco degli imputati, credo sia importante continuare a studiare per capire effettivamente i pro ed i contro del consumo di vino.


Ok, ma le Vitovske?

Alla manifestazione partecipavano 30 cantine del Carso transfrontaliero, quindi sia italiane che slovene, con annate che andavano dal 2015 al 2017. La cantina slovena Vinarstvo Emil In Ken Tavcar presentava anche una Vitovska del 2013 e quella italiana Zidarich Benjamin una Vitovska del 2009).
Qui trovate il link all’elenco di tutti i produttori presenti. Senza entrare nello specifico di ogni singolo vino, direi che i vini assaggiati si possono dividere in tre categorie:

Vini prodotti parzialmente o totalmente con macerazione ed affinamento in botte.
Sono vini che si presentano con un colore giallo ambrato più o meno intenso. In termini sensoriali mostrano aromi di camomilla, tiglio, confettura, con finale ammandorlato. Sono vini intensi e tendenzialmente “caldi”, senza però arrivare mai a stancare il palato.

Vini caratterizzati dall’intensità aromatica.
Pur non facendo nè macerazione nè affinamento in botte, ricordano come stile i precedenti. Il colore è un giallo carico e nello spettro aromatico si ritrovano il tiglio, l’albicocca, la confettura, il miele però con meno forza che nei vini precedenti e con maggior sapidità. Spesso, ma non sempre, sono dell’annata 2016 e precedenti.

Vini caratterizzati dalla freschezza.
Qui i vini si presentano di un giallo paglierino e la prima sensazione è quella della freschezza al naso ed in bocca. Gli aromi sono di fiori bianchi, balsamici, con un leggero finale ammandorlato che conferisce lunghezza ai vini. Spesso si tratta di vini della vendemmia 2017, ma non solo. A dimostrazione che il profilo del vino è legato allo stile del produttore.

Dalle ultime ricerche pare che la Vitovska sia il frutto di un incrocio spontaneo tra la malvasia e la glera. Assaggiando i vini direi che si coglie la fusione tra il calore della malvasia e la freschezza della glera, fusione a cui ogni produttore dà il proprio equilibrio. Concludo con un’ultima "domanda sensoriale", che pongo anche agli organizzatore della manifestazione: la salinità/sapidità era meno presente rispetto a quanto ci si poteva aspettare per vicinanza del mare, clima e terreni. Effetto delle calde annate 2015-16-17 oppure scelta stilistica dei produttori?
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