Vini e sapori all'ombra del Gran Sasso

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Vini e sapori all'ombra del Gran Sasso
Appollaiata a 1450 metri s.l.m nel territorio del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, Rocca Calascio è tra i luoghi più iconici dell’Abruzzo, anche se non tutti sanno esattamente dove si trovi. Immortalata in tantissimi film – da Amici Miei a Lady Hawke e a quanto pare anche ne Il Nome della Rosa, anche se lo scrittore Umberto Eco avrebbe negato la cosa – quel che resta della fortezza edificata prima in epoca normanna, con la costruzione della torre quadrata che ancora resta al centro della rocca, e poi nel ‘400 dalla famiglia Piccolomini con il recinto fortificato contraddistinto da torri cilindriche e merlature, testimonia la sua funzione di avvistamento e protezione. Non solo per tenere sotto controllo eventuali attacchi da popolazioni nemiche ma pure per sorvegliare dall’alto il passaggio delle greggi lungo i tratturi, i grandi percorsi della transumanza che collegavano i pascoli di montagna d’Abruzzo a quelli estivi verso la costa pugliese, e non lasciarsi sfuggire il pagamento dei dazi doganali su ogni capo.

La rocca controllava a vista tutto il territorio della cosiddetta Baronia di Carapelle, piccola area indipendente che comprendeva anche i centri di Castel del Monte, S. Stefano di Sessanio, Barisciano, Castelvecchio Calvisio e Carapelle Calvisio, oggi borghi quasi disabitati ma bellissimi.

Ma da qui la vista spazia ben oltre, dalle vette del Gran Sasso e della Majella (altro parco nazionale) fino al mare della costa, riassumendo in un colpo d’occhio una delle principali caratteristiche della regione: quella di mettere insieme, nel raggio di circa 10.000 km2, montagna e mare, dai quasi 3000 metri del Corno Grande, la vetta più alta del Gran Sasso, ai 130 km di fascia costiera. Una diversità che si riflette anche nella gastronomia regionale – fatta di prodotti poveri frutto della cultura della pastorizia e di preziose specialità come lo zafferano, di sostanziosi piatti di montagna dai sapori decisi e di ricette a base del buon pesce dell’Adriatico – e nella produzione enologica, che può fregiarsi di veri e propri unica come i vigneti di Loreto Aprutino che guardano insieme al mare e al Gran Sasso con il suo Calderone, il ghiacciaio (o meglio, quel che ne resta) più meridionale d’Europa, venendo influenzati da entrambi.


Vini e vitigni d’Abruzzo


La regione è ricca non solo di vitigni autoctoni ma anche delle loro tante possibili interpretazioni diverse, a seconda dei territori e delle visioni di ogni singolo vignaiolo. Alle cantine storiche, che spesso sono anche bellissime testimonianze della vita contadina di epoche passate, si affiancano quelle nate da poco, guidate da giovani con le idee chiare che mettono insieme valorizzazione del territorio e aspirazioni internazionali. Come i fratelli Terzini, che nel giro di 10 anni hanno raggiunto ottimi risultati e stanno adesso trasformando quello che in passato era stato il capannone della cooperativa ortofrutticola gestita dal nonno in una grande cantina di concezione moderna che ospiterà anche una sala degustazione, una terrazza per aperitivi e una cucina professionale in cui alcuni chef locali verranno a cucinare in occasione di serate ed eventi.

Grazie all’entusiasmo dei più giovani, ma soprattutto ad alcuni grandi pionieri che sono ancora i nomi più rappresentativi della regione, pur se a piccoli passi il vino abruzzese ha saputo ritagliarsi un ruolo importante nel panorama italiano, da vino da taglio venduto per lo più sfuso a referenza immancabile nelle carte dei vini di tanti ristoranti della Penisola. La parte del leone la fa sempre il Montepulciano, vitigno presente nella regione sin dalla metà del ‘700 e vino fiero e di carattere, che quest’anno festeggia i 50 anni della Denominazione d’Origine – che rappresenta il 70% del vino a denominazione abruzzese - con una serie di eventi che culmineranno in una grande festa a Ortona, in provincia di Chieti, il 15 luglio.
Altro grande simbolo dell’enologia abruzzese è il Cerasuolo d’Abruzzo, vino rosato ottenuto sempre da uve Montepulciano riuscendo a coniugare struttura e freschezza, che nel 2010 è stata la prima denominazione in Italia dedicata esclusivamente a un rosé.


Cataldi Madonna e i suoi vini concettuali (e transessuali)


Sulla scia del successo che i vini rosati stanno riscuotendo (soprattutto all’estero), sono in tanti oggi a puntare sul Cerasuolo, anche sperimentando su tecniche di vinificazione diverse e ottenendo nel bicchiere risultati molto differenti a partire dal colore: si va dal cipolla scarico, che guarda un po’ alla tradizione francese, al tipico color ciliegia che contraddistingue tradizionalmente questo vino dai profumi che ricordano lo stesso frutto, fino al rosso intenso del Piè delle Vigne, il Cerasuolo realizzato da Luigi Cataldi Madonna riprendendo la tradizionale tecnica della “svacata” (da vaco, acino) diffusa nelle cantine casalinghe della Conca Peligna. Il mosto veniva separato subito dalle bucce che però venivano utilizzate per un’altra fermentazione, per poi unirle a fine fermentazione aggiungendo colore e struttura alla parte vinificata senza bucce. Dal 1996, il vignaiolo-filosofo realizza questo vino unendo a metà fermentazione un 80% di uve montepulciano vinificate in bianco e un 20% in rosso, ottenendo un vino intenso nei profumi e nel colore, più simile a un rosso leggero (nemmeno troppo, con i suoi 14 gradi) che a un rosato, perfetto per accompagnare i saporiti salumi e formaggi dell’entroterra o gli arrosticini ma pure un deciso brodetto costiero, pronto ad accontentare più di un desiderio. Non a caso Cataldi lo definisce un vino “transessuale” e in etichetta ci ha messo un angelo leonardiano, sottolineando che la sessualità pura non è di questo mondo e nemmeno di quello ultraterreno. I vigneti di Cataldi Madonna – da cui nascono pure vini come Il Malandrino, elegante e straordinario Montepulciano “classico”, il Cataldino, insolito montepulciano vinificato in bianco creato dalla giovane enologa Giulia Cataldi Madonna, e il profumato Pecorino a lei dedicato – si trovano in gran parte nella Valle del Tirino, in quello che viene chiamato “il Forno d’Abruzzo”: un piccolo altopiano a forma di anfiteatro, tra Ofena e Capestrano, racchiuso dai monti e caratterizzato da alte temperature estive ma pure da forti escursioni termiche notturne, dunque ideale per le vigne. Altro elemento prezioso, il bacino di Capodacqua, alimentato proprio dal Calderone. Qui, infatti, si trovano anche i vigneti di altre rinomate cantine abruzzesi, da Valle Reale a Pasetti.


Pasetti, alla ricerca del terroir ideale


E proprio a Capestrano, Mimmo Pasetti ha intenzione di spostare la cantina dove lavorare le uve provenienti dai circa 70 ettari di vigneto sparsi un po’ per tutta la Conca Peligna e oltre, fino ai terreni della bella Tenuta Testarossa a Pescosansonesco, in provincia di Pescara ma a breve distanza in linea d’aria da Capestrano. Originario di Francavilla, dove la famiglia produceva vino sfuso fin dall’epoca borbonica e poi in bottiglia fin dal 1964, Pasetti ha deciso di spostare le quote di vigna che gli spettavano secondo il sistema comunitario dalla costa a questa parte piuttosto aspra di entroterra montano, alla ricerca del terroir perfetto per i suoi vini: “Ho voluto ripercorrere in un certo senso la storia della viticoltura abruzzese. Prima della fillossera le vigne erano soprattutto in provincia dell’Aquila, poi si spostarono tutti sulla costa e, quasi abbandonata la coltivazione dell’uva da vino per quella da tavola che riceveva sostegni economici, abbandonarono l’alberello per passare al tendone. Noi abbiamo fatto il percorso inverso. L’uva dà il suo meglio in condizioni di difficoltà, e qui le condizioni sono ideali anche se difficili: siamo a 500 mt sul livello del mare e i nostri sono tra i vigneti più alti d’Abruzzo. Qui a Pescosansonesco clima e terreno argilloso-calcareo sono perfetti per i rossi mentre dalle vigne di Capestrano, soprattutto nei cru, nascono bianco e rosati eleganti e minerali”, ci spiega mentre in vigna ancora ci si ricorda delle grandinate degli anni scorsi e si teme per quelle che ci sono appena state.

Lui e la moglie Laura,
che lo affianca nella conduzione della cantina insieme ai tre figli Francesca – ai cui capelli rossi si deve il nome della tenuta –, Davide e Massimo, erano capitati in zona e rimasero colpiti da un vino rustico ma affascinante che assaggiarono. Informatisi, scoprirono che veniva dai vigneti della tenuta che appartenne al Barone Trojani, socio dell’Ingegner D’Ascanio (futuro progettista della Vespa Piaggio) nella sfortunata avventura della creazione del primo prototipo di elicottero moderno. Dopo una serie di vicissitudini, alla fine degli anni ’80 i Pasetti riuscirono ad acquistare la tenuta e i vigneti, cui se ne sono poi aggiunti molti altri fino ad assommare circa 70 ettari, e a trasformare l’antico casale in un’elegante struttura agrituristica. A Mimmo Pasetti si deve, insieme a Cataldi Madonna, soprattutto la “riscoperta” del Pecorino abruzzese oggi prodotto in diverse versioni tra cui l’ottimo Colle Civetta. Ma tra le etichette di punta della cantina ci sono anche il Madonnella, bella versione di Trebbiano dalle uve che crescono nell’omonimo cru di Capestrano, l’intenso Montepulciano DOC Testarossa e l’Hariman (dal termine longobardo che indicava gli “uomini nobili” affrancatisi dagli obblighi militari e liberi di dedicarsi alla coltivazione dei campi), altra versione austera e avvolgente di Montepulciano DOC.


Terra di Solina, cucina autentica


Tornando al Forno d’Abruzzo, proprio a pochi chilometri dai vigneti di Pasetti e Contadi Castaldi si trova anche l’azienda Terre del Tirino – che produce vino e olio, ma pure tartufi, legumi e cereali tra cui appunto l’antico grano Solina – con il ristorante agrituristico Terra di Solina e qualche bella camera per la notte. In questo caso la storia è decisamente più recente ma non meno interessante: Alfonso d’Alfonso ha lavorato per molti anni in ambito politico, prima, e poi come dirigente di un’azienda regionale di trasporti. Poi, per motivi legati alla famiglia ma anche alla voglia di cambiare vita e di trovare una maggiore sintonia con la natura e le sue origini, ha deciso di dar vita a questa piccola azienda gestita insieme alla moglie Carla e ai figli con cura artigiana ma non senza una visione “manageriale” che punta soprattutto alla valorizzazione del territorio e dei suoi prodotti. Così, nel bel locale moderno e accogliente affacciato sulla vallate, si trovano in menu piatti a base di specialità locali che però esulano dal classico repertorio regionale: per esempio la puls (polenta di farro) con verdure e fonduta di Canestrato di Castel del Monte – eccellente Pecorino locale presidio Slow Food –, i ravioli di ricotta ed erbe di campo allo zafferano di Navelli, la chitarra di grano Saragolla con uova e bottarga di trota, fino al tenero e saporito stracotto di Marchigiana al Montepulciano su crema di patate o alla coratella d’agnello IGP del Gran Sasso con crema di cipolle, da accompagnare con i vini della casa o di altre cantine locali.


Bominaco e l’oratorio di San Pellegrino


A poca distanza da qui, un altro tesoro storico-artistico tutto da scoprire: la chiesa di Santa Maria dell’Assunta e soprattutto il bellissimo Oratorio di San Pellegrino a Bominaco, piccola borgo medievale che rappresenta l’unica frazione del comune di Caporciano. Se la chiesa abbaziale d’origine benedettina, a quanto pare voluta da Carlo Magno in persona, ha recuperato l’aspetto austero delle origini romaniche dopo essere stata trasformata in chiesa barocca in seguito al terremoto del 1703, l’oratorio che ospiterebbe la tomba del santo è un vero gioiello per il ciclo di affreschi che ne ricoprono interamente le pareti e il soffitto interno con una vera e propria storia che si snoda dall’annunciazione fino alla crocifissione, e con le rappresentazioni di santi e martiri. A quanto pare ispirati a quelli della chiesa dei Santi Quattro Coronati a Roma, gli affreschi hanno meritato alla piccola chiesa di Bominaco l’appellativo di “Cappella Sistina del Medioevo d’Abruzzo” per la ricchezza e continuità della decorazione.


Eremi e cantine storiche: Pietrantonj


Questa è anche zona di eremi rupestri, diffusi soprattutto nel territorio della Majella ma anche nella zona del Tirino: a Caporciano, ad esempio, c’è quello di San Michele mentre a Raiano, nelle spettacolari grotte scavate dal fiume Aterno, si trova l’eremo di San Venanzio – dedicato al martire San Venanzio di Camerino – che però fu restaurato e trasformato in vera e propria chiesa alla fine del ‘600.
A poca distanza da qui, a Vittorito, c’è un’altra importante testimonianza della storia abruzzese, questa volta però più recente e legata alla sua viticoltura, la cantina Pietrantonj. Fondata nel 1830 da Alfonso Pietrantonj, porta il nome di Italo Pietrantonj, il primo a passare all’imbottigliamento, ed è oggi guidata dalle sue nipoti, Alice e Roberta, rispettivamente agronoma e responsabile commerciale, mentre la terza sorella Serena, architetto, ha curato gli ambienti della cantina e il bancone della sala di accoglienza.
Nel cuore della valle Peligna, storicamente considerata la culla del Montepulciano, per molti anni la storia della cantina ha determinato quella del piccolo paese, segnando l’economia e la società locale con i lavori agricoli e i loro riti. La cantina storica, in un palazzo danneggiato dal terremoto ma oggi finalmente di nuovo agibile e rimessa a nuovo senza perdere il suo fascino sottolineato dal pavimento in ciottoli di fiume, ospita la bottaia per le riserve ma anche delle antiche cisterne monumentali che furono una delle “invenzioni” di Nicola Pietrantonj, primo enologo diplomato d’Abruzzo, che le fece rivestire all’interno di piastrelle in vetro di Murano. Oggi dismesse, restano però un esempio bellissimo d’innovazione enologica d’epoca e in una delle cisterne, in cui ci si può entrare anche in 10 per vederne l’interno e sentire il rimbombo dell’eco, ci hanno fatto perfino una sorta di concerto.

Ad Alfonso Pietrantonj si devono invece le enormi botti (fino a 360 ettolitri di capacità) in rovere e noce ancora conservate nella cantina “nuova”, creata a inizio ‘900. Utilizzate fino al 2003 così com’erano, sono state rivestite in acciaio inox per preservarne, oltre che in parte la capacità di stoccaggio, soprattutto la memoria storica. I vigneti, frutto di secoli di storia familiare e locale, sono molto parcellizzati nelle terre circostanti permettendo di avere una grande diversità di terreni ed esposizioni. Da quello di Cerano, dove il vento di Popoli aiuta a tenere asciutte le viti, si ottengono i vini di punta come il Trebbiano - vinificato con aggiunta di malvasia di Candia, elegante e strutturato – e il Cerasuolo, ottimo esempio della tipicità di questa tipologia, dal colore ai profumi. Davvero molto buono, accompagna egregiamente antipasti a base di pecorino e salame aquilano, brodetti di pesce e pure le mandorle “atterrate”, rivestite da un croccante strato di zucchero.

Per promuovere il turismo enogastronomico nella regione, il Consorzio Tutela Vini d'Abruzzo – che raggruppa circa 200 aziende per 5 DOC e 7 IGT – ha lanciato “Percorsi – L'Abruzzo del vino e della cultura”, piattaforma online che propone itinerari tra cantine, ristoranti, osterie e attrattive culturali delle diverse aree della regione.



Foto d'apertura: Rocca Calascio, ufficio stampa Consorzio Tutela Vini Abruzzo
Altre foto scattate dall'autrice nell'
album Vini e Sapori all'ombra del Gran Sasso
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