Le nonne della vite non smettono di stupirci

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Le nonne della vite non smettono di stupirci
All’inizio era una sola: la Vitis vinifera sylvestris selvatica era la sola specie botanica del genere Vitis presente in Europa, in Medio Oriente e nelle regioni del Caucaso. Poi arrivò l’uomo (i Babilonesi, gli Egiziani, gli Ebrei, i Greci, gli Etruschi..) e vide che questa strana pianta dalle abitudini bizzarre meritava la sua attenzione.

Così cominciò il processo di domesticazione e le strade delle due sottospecie attualmente presenti si separarono, la Vitis vinifera sativa sotto i riflettori del jet set, con tutta la sua ricchezza di varietà in giro per il mondo, e la Vitis vinifera sylvestris nei boschi, lungo i fiumi, relitta eppure presente, quasi dimenticata come un soldato giapponese nella giungla dopo la fine della guerra. Ma niente, lei ignara di tutto continuò ad avere le sue abitudini bizzarre, si arrampicava sugli alberi per raggiungere la luce, produceva i suoi frutti ad altezze a volte improbabili ed era dioica cioè aveva piante maschili e piante femminili.

In effetti all’inizio era una sola (e poi diventarono due) da questa parte dell’Oceano, perché in America invece le specie del genere Vitis selvatiche erano parecchie di più (potrebbe stupirvi ma il paese con la maggiore biodiversità viticola è il Messico) e dell’importanza della loro ricchezza genetica ce ne siamo accorti quando, tra la metà e la fine del 1800, ci siamo trovati a dover affrontare l’oidio, la peronospora e la fillossera. Perché con le malattie e gli insetti americani che esercitavano una pressione selettiva da millenni, le viti americane si erano co-evolute e avevano sviluppato i caratteri di resistenza, secondo il principio darwiniano che in natura se sei tra i più resistenti la possibilità di farcela è maggiore e quindi i tuoi figli, nipoti pronipoti ecc saranno anch’essi resistenti, sennò ti ammali e vai in pace (e i tuoi figli, nipoti e pronipoti troppo deboli semplicemente non nasceranno).

Le viti europee invece nell’800 incontravano i fantastici tre, oidio, peronospora e fillossera per la prima volta e sappiamo tutti come è andata.

L’esperienza delle viti americane non è l’oggetto di questo post (ma se vi interessa ne avevamo scritto qualche tempo fa) ma ci offre lo spunto per parlare di evoluzione e domesticazione e rispondere alla domanda: come hanno fatto ad allontanarsi le due sottospecie di Vitis vinifera?

La notizia è che quello che fanno da millenni gli agricoltori e cioè selezionare dei caratteri e fare in modo che si affermino nelle piante coltivate, in sintesi il miglioramento genetico, è né più né meno di quello che fa la natura nel processo evolutivo. Anzi, è proprio osservando come l’attività di selezione degli agricoltori e degli allevatori portasse ad una grande varietà di caratteri e di piante coltivate, che Charles Darwin cominciò a intuire il meccanismo della selezione naturale, che porta poi all’evoluzione e alla speciazione. Ora Charles Darwin parlava di piccioni (sembra che al tempo allevare piccioni di razze diverse fosse molto di moda), ma lui viveva nel Kent e vigneti ai suoi tempi in Kent non ce n’erano.

E quindi da quando l’uomo ha cominciato il processo di domesticazione della vite e l’ha fatta scendere dagli alberi (non sempre in realtà, in alcune aree le viti hanno continuato tradizionalmente ad essere “maritate”, quando agli aceri, quando agli olmi, quando ai gelsi), le sue scelte si sono rivolte ad alcuni caratteri piuttosto che ad altri e sono stati quelli relativi alla qualità del grappolo e all’attitudine alle diverse pratiche agronomiche.

Sulle popolazioni sopravvissute di Vite selvatica invece ha continuato ad agire la pressione dell’ambiente e nei nuclei ancora presenti troviamo individui che hanno attraversato tutti gli eventi che si sono succeduti nei millenni, comprese le malattie crittogamiche, la fillossera e l’intervento dell’uomo. In Italia e negli altri paesi del Mediterraneo ce ne sono come individui isolati qua e là nei boschi o come gruppi più numerosi, che testimoniano l’inizio del processo di domesticazione, quando gli agricoltori cominciarono ad allevare le piante vicine ai loro insediamenti e a sfruttarne il frutto.

Uno studio di qualche anno fa ad esempio aveva mappato geograficamente e geneticamente tutte le popolazioni relitte di Vitis vinifera subspecie sylvestris ancora presenti nella Maremma toscana e Laziale, siti Etruschi di domesticazione secondaria della vite. Ma l’interesse per queste piante così a lungo dimenticate non è solo storico, perché a differenza delle viti coltivate come si è scoperto, esse hanno una maggiore capacità di rispondere agli stimoli dell’ambiente, sono cioè dotate di una maggiore resilienza e di fronte a quanto ci aspetta con i Cambiamenti Climatici questa non è una caratteristica da poco.

Può sembrare banale essendo applicato a una pianta lianosa, ma in estrema sintesi possiamo dire che la vite selvatica si piega ma non si spezza.

Oggi un nuovo studio pubblicato dai ricercatori trentini del Centro Agricoltura Alimenti Ambiente (C3A, ponte tra l’Università di Trento e la Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige) su Horticultural Research, una rivista del gruppo Nature, approfondisce le relazioni genetiche tra le due sottospecie per capire che cosa si è perso nelle varietà coltivate e che cosa di utile potrebbe essersi conservato nella sottospecie selvatica.

Per farlo hanno confrontato due popolazioni rappresentate da 44 individui di Vitis vinifera sottospecie sylvestris e 48 di cultivar diverse di Vitis vinifera sottospecie sativa applicando i metodi della genetica di popolazione disciplina che indaga la presenza e la frequenza di determinati caratteri (o meglio alleli) all’interno delle popolazioni, associati all’analisi del genoma che ha permesso di individuare i geni coinvolti nel processo di differenziazione.

Quelli che sono emersi sono due risultati fondamentali.

Il primo è che dimenticate e sottoposte a pressioni diverse, oltre che occasionalmente a qualche reincrocio con la vite coltivata (cose che succedono...la primavera, il polline che vola, i fiori femminili..) le popolazioni originali di vite selvatica si sono molto assottigliate nei secoli e questo processo determina una perdita progressiva di variabilità genetica.

“Le viti selvatiche europee sono a rischio di estinzione – afferma Stella Grando, coordinatrice del team internazionale e docente C3A - ma nelle collezioni di germoplasma e nelle regioni dell’Asia centrale ci sono ancora delle risorse da esplorare che speriamo attirino una maggiore attenzione dei breeder e di chi può favorire la salvaguardia delle specie selvatiche”. 

Quello dell’estinzione è un rischio comune a tutte le specie selvatiche, vegetali o animali. Per fare un esempio cioè è più a rischio di estinzione il lupo (che deve essere pertanto salvaguardato) del cane suo discendente domestico (e basta guardarli, i cani, per capire che almeno a loro la variabilità genetica non manca). In altri casi non è andata bene, ad esempio gli uri, antenati dei bovini moderni citati anche da Giulio Cesare, si sono estinti mentre le vacche no e anzi ne esistono numerose razze selezionate dall’uomo. Quindi raccogliere, caratterizzare e conservare nelle collezioni quanto più possibile le risorse ancora presenti di V. sylevstris è fondamentale, perché la diversità genetica presente nelle sue popolazioni non vada persa per sempre. Come i panda negli zoo.

Tra l’altro i caratteri per cui le viti si differenziano sono molto interessanti anche per il futuro della vite coltivata e qui arriva il secondo risultato importante, perché le maggiori differenze sono legate ai geni che conferiscono resilienza alla specie e influiscono sulle riposte di resistenza agli stress biotici (come la peronospora ad esempio) o abiotici come lo stress idrico o salino o sulla sintesi di molecole coinvolte con i meccanismi di resistenza come il resveratrolo.

Ma sylvestris e sativa appartengono alla stessa specie che è la Vitis vinifera, cioè sono interfertili, e di conseguenza il loro uso nei programmi di breeding nel miglioramento genetico delle varietà coltivate potrebbe portare a vitigni con solo “sangue” europeo, che di conseguenza non dovrebbero incontrare gli ostacoli che stanno invece trovando i nuovi vitigni resistenti attuali per essere utilizzati nelle DOC.

Insomma, le nonne della vite (e anche i nonni perché non avendo ancora fiore ermafrodita c’erano anche le viti maschio, senza frutto ma necessari), erano individui dalle abitudini a volte bizzarre, ma pieni di risorse e sorprese.


Horticulture Research 5, 34 (2018)
Genomic signatures of different adaptations to environmental stimuli between wild and cultivated Vitis vinifera L
Annarita Marrano, Diego Micheletti, Silvia Lorenzi, David Neale & M. Stella Grando
https://www.nature.com/articles/s41438-018-0041-2

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