Borghi e sapori in Umbria (seconda parte): da Torgiano a Perugia, tra vino, olio e birra

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Borghi e sapori in Umbria (seconda parte): da Torgiano a Perugia, tra vino, olio e birra
Prosegue dalla prima parte: da Trevi a Montefalco, non solo Sagrantino


Torgiano: olio, vino e cultura firmati Lungarotti

Da Montefalco a Torgiano, altro borgo storico – se pure meno affascinante – legato al nome di un’altra cantina e di un’altra famiglia che hanno segnato la storia locale: Lungarotti. Creata nel 1962 da Giorgio Lungarotti e oggi guidata dalla figlia Chiara – la sorella Teresa, che l’ha affiancata a lungo, oggi è impegnata come assessore della giunta Perugina – la cantina è legata soprattutto al Rosso di Torgiano Doc Rubesco, uvaggio di sangiovese e colorino, vitigno autoctono in gran parte responsabile del colore rosso intenso da cui deriva anche il nome del vino, dal latino rubescere, ‘arrossire’.

Realizzato anche in versione Riserva – la DOCG Vigna Monticchio, dal cru sulle colline di Brufa, affinato in botte, barrique e bottiglia per un totale di 6 anni almeno –, il Rubesco è il vino bandiera della cantina. E, in qualche modo, anche del vino umbro in generale, che ha portato in tutto il mondo ben prima del grande successo del Sagrantino (che pure, naturalmente, non manca nella gamma aziendale in una versione che abbina eleganza e bevibilità).

Il successo di Lungarotti si deve probabilmente in egual misura da un lato alla lungimiranza del fondatore, dall’altro alla capacità di Chiara Lungarotti di restare al passo con i tempi senza cedere alle mode. Ne è un esempio, tra i tanti, anche l’interessante Brut Millesimato da Chardonnay e Pinot Nero, avvolgente e fresco allo stesso tempo, ideale come aperitivo. Ma anche l’attenzione alla sostenibilità, grazie all’impianto a biomasse che trasforma tutti gli scarti di potatura in energia e a diversi progetti di compensazione e
abbattimento delle emissioni di CO2.

La visita alla bella cantina – dove da poco, accanto alla bottega, ha aperto anche un accogliente ristorante con piatti in buon equilibrio tra territorio e creatività, dalla panzanella in gazpacho, burrata e pesto agli gnocchi con il tipico sugo umbro di “rigagli” di pollo – permette di vedere da vicino le bottaie e di toccare con mano l’eleganza mai ostentata che caratterizza Lungarotti.

Una passeggiata tra le vigne resta però il modo migliore di capire quanto l’azienda sia ormai parte integrante del panorama locale: 250 ettari vitati (più altri 30 a Montefalco) ben distribuiti tra le colline circostanti, inframezzati da boschi, oliveti (500 piante di varietà Leccino, Frantoio e Moraiolo da cui si ottiene un eccellente Dop Umbria Colli Martani) e casali rimessi a nuovo, circondati da campi di girasoli e vigne. Tre di questi – Poggiolo, Pometo e Poggio alle Vigne – ospitano tre strutture agrituristiche con appartamenti arredati con rustica eleganza e dotati di ogni comfort, gestiti dalla simpatica ed energica Gabriella che si prende cura degli ospiti come se fossero persone di famiglia (per i più romantici, il Poggiolo accoglie solo due persone con tanto di Jacuzzi e il casale tutto per sé). Il bosco ospita invece anche un’azienda faunistica e il 23 aprile qui si tiene la tradizionale festa di San Giorgio, con i grandi fuochi in cui si bruciano i sarmenti e vino a profusione.

Nel centro di Torgiano, invece, si trova Le Tre Vaselle, elegante e labirintica struttura d’ospitalità di charme ricavata in un ex convento che Giorgio Lungarotti e sua moglie Maria Grazia acquistarono nel 1978, ampliandolo mano a mano e riportandolo all’antico splendore. Oggi Le Tre Vaselle Resort&Spa – che da poco è stato affidato in gestione a una catena internazionale senza alterarne il fascino e l’accoglienza – non ha nulla di vetusto e ospita anche una bella piscina esterna, una spa dedicata a trattamenti a base di vino e olio extravergine che ricorda anche nelle forme sinuose un grappolo d’uva, e il ristorante Le Melagrane. L’antica fornace del paese ospita invece l’informale L’U Wine Bar, con piatti tipici umbri.

A Maria Grazia Marchetti Lungarotti, donna di grande cultura e sensibilità che ha dedicato una vita intera a raccogliere oggetti d’arte e d’antiquariato che testimoniassero le due grandi culture dell’olio e del vino in Umbria e non solo, si deve anche la creazione della Fondazione Lungarotti e di due strutture che rendono la visita a Torgiano tappa imprescindibile di un viaggio in Umbria. Prima di tutto il Museo del Vino (MUVIT), che dal 1974 racconta la storia della viticoltura del Mediterraneo attraverso 20 sale colme di interessanti testimonianze della civiltà contadina locale ma anche della viticoltura fin dai suoi albori, incluso un raro e monumentale torchio di Catone (usate per pigiare l’uva), i tanti esemplari di caraffe scherzo e “bevi se puoi” di fattura medievale o rinascimentale e il piatto di Mastro Giorgio Andreoli raffigurante l’infanzia di Bacco, del 1528, simbolo del museo.

Più piccolo e più recente – inaugurato nel 2000 – ma altrettanto interessante il vicino MOO-Museo dell’Olivo e dell’Olio, ospitato in un frantoio cittadino attivo fino a pochi decenni fa, che ripercorre la storia dell’olivicoltura dai tempi più remoti, annoverando anche una bellissima collezione di lucerne a olio. Le varie sale raccontano anche dei molteplici usi di questo prezioso alimento, da quelli alimentari a quelli medici fino alla cosmesi e oltre.


Tra Torgiano e Perugia, dalla birra all’extravergine

Lungo la via Tiberina che collega Torgiano al capoluogo, la vista incrocia un capannone vermiglio dal tetto spiovente con l’effigie di un grifone insolito, con le zampe d’uccello anziché di leone come nell’iconografia classica. Al di là del colpo d’occhio, l’ampia scritta fa subito intuire come valga la pena fermarsi per fare scorte: questa è infatti la sede – in procinto di spostarsi di poche centinaia di metri dall’altro lato della strada – di Birra Perugia, anzi della Fabbrica della Birra Perugia.

Il nome non tragga in inganno: si tratta di un birrificio artigianale, anzi di uno dei più interessanti del fervido panorama brassicolo italiano, premiatissimo per le ottime birre suddivise in tre linee – Classica, Creativa e del Territorio – realizzate con cura artigiana ma senza troppi vezzi e concessioni al “movimento”; a cominciare dal nome che rimanda alle origini e a un’epoca in cui dar vita a una fabbrica era un sogno e un vanto. A crearlo, agli inizi del 2000, alcuni giovani soci perugini – tra cui il giornalista Antonio Boco e la birraia Luana Meola – che hanno voluto riportare in vita l’antica eredità della Fabbrica della Birra Perugia, creata nel 1875 da Ferdinando Sanvico, intraprendente imprenditore lombardo che aveva fiutato il nascente mercato italiano. Tra le diverse etichette realizzate, confesso la predilezione per l’ottima Calibro 7, American Pale Ale piacevolmente luppolata – ben 7 le varietà utilizzate, alcune intensamente aromatiche con note agrumate e di frutta tropicale – e rinfrescante da bere a gran sorsate da sola o in abbinamento con qualche snack ben saporito per un aperitivo perfetto.

L’indirizzo suggerito, in quest’ultimo caso, è quello di Società Anonima, il bel locale aperto nel centro di Perugia da poco più di un anno sempre da Antonio Boco, questa volta insieme al socio e amico Paolo Baldelli. Ambiente informale e contemporaneo, atmosfera internazionale e metropolitana – se non fosse che siamo nei locali che ospitarono la seconda sede del birrificio Perugia, con le neviere scavate nei sotterranei per tenere le birre al fresco durante la fermentazione –, un lungo bancone dove sedersi per una birra o un calice di vino e uno snack veloce, salvo poi restarci tutta la serata per approfittare anche degli ottimi cocktail e dei piatti che escono dalla cucina a vista, uno più azzeccato dell’altro.

Dalle rivisitazioni del territorio – vedi l’arvoltolo, sorta di pizza farcita, le lumache o il fantastico baccalà fritto che qui da sempre rappresenta il “pesce dell’entroterra” – alle proposte più originali, tra fermentazioni ardite e belle commistioni multietniche come le animelle con latte di mandorla, limone e fondo bruno o lo squisito sgombro marinato con gazpacho di ‘nduja, tutto con grande attenzione alle materie prime locali e di fornitori di fiducia; qualunque sia la scelta è difficile restare delusi, tranne che nel caso in cui ci si aspetti una pedissequa riproposizione della tradizione.

Proseguendo da Torgiano verso Perugia però, prima di entrare in città, una piccola deviazione in collina lungo la panoramica via San Girolamo conduce alla sede del frantoio Batta, ospitato nella stessa villetta circondata da olivi e da un incantevole giardino fiorito dove abitano Giovanni e Giuliana Batta.

Creato dal nonno di Giovanni, suo omonimo, nel 1923 e portato avanti dai genitori Gregorio e Lidia, il frantoio è una bella sintesi tra tradizione – qui si usano ancora le cassette in legno forate, anziché i bins in plastica, per conservare il meno a lungo necessario le olive pronte per essere lavorate – e innovazione, con impianti rinnovati e ben tenuti e un frantoio con tecnologia moderna. Oltre 3400 le piante di proprietà, in maggioranza di varietà Moraiolo, Frantoio e Leccino cui si affiancano le varietà locali Borgiona e Dolce Agogia, da olivi secolari. Il blend della Dop Umbria Colli del Trasimeno, dalle belle note verdi di carciofo ed erbe balsamiche, è tra i più premiati della regione e si presta perfettamente a insaporire le ricette tipiche regionali o una buonissima bruschetta.


Deruta, la città della ceramica

Nasce nel XIII secolo o giù di lì la grande tradizione dei vasai derutesi e la storia della maiolica locale, che ha fatto del grazioso borgo arroccato su una collina a poca distanza da Perugia una delle più note località legate alla ceramica artistica.

Passeggiando per le strade della cittadina, tutto parla di questa lunga e gloriosa storia: dalle tante botteghe che vendono oggetti in ceramica ai tavoli dei bar affacciati sulla piazza, dalle insegne e immagini religiose in ceramica incastonate sui muri al notevole pavimento in ceramica policroma smaltata, risalente al ‘500 – l’epoca di Pinturicchio – e spostato più volte, dalla sede originaria nella chiesa di Sant’Angelo alla chiesa di nella Chiesa di San Francesco, nell’omonima piazza nel centro di Deruta (dove fu ritrovato nel 1902, sotto alla pavimentazione di epoca successiva) per poi trovare la collocazione odierna in una sala dedicata del bel Museo Regionale della Ceramica, il più antico di questo genere in Italia.

Ospitato in un’ala del complesso conventuale di San Francesco, il Museo offre un’incredibile collezione di ceramiche e maioliche (termine che indica un prodotto ceramico poroso e colorato, cotto due volte) e dal Medioevo – la cosiddetta maiolica arcaica – fino al ‘900, con bellissime opere di grandi artisti contemporanei. Perlustrando le tante sale su più piani – e cercando di non perdersi lungo il percorso talmente articolato da risultare un po’ dispersivo – si ammirano magnifici pavimenti provenienti da chiese e castelli, elaborati “piatti da pompa” e coppe amatorie (preziosi oggetti, spesso regali di rappresentanza, di epoca cinquecentesca), targhe votive, piatti e vasellame seicenteschi decorati negli stili “a grottesche” e “calligrafico”, albarelli e vasi da farmacia, terrecotte artistiche firmate da grandi maestri dell’Ottocento e del Novecento e molto altro. Interessante pure l’area dei depositi, che si snoda lungo tutta l’altezza del palazzo, che raccoglie una collezione di oltre 5000 pezzi tra reperti archeologici, ceramiche orientali, souvenir folkloristici, sculture e pezzi artistici di firme come Carla Accardi e Mario Schifano.

Purtroppo, però, le cose sono molto cambiate negli ultimi decenni: la crisi economica e la concorrenza di altri Paesi – a quanto pare in Cina hanno addirittura chiamato Deruta un villaggio dove sono sorti diversi forni e laboratori di ceramica – hanno costretto molti laboratori e aziende a chiudere o ridimensionarsi e oggi gli artigiani capaci di realizzare l’autentica maiolica derutese dall’inizio alla fine si contano sulle dita di una mano.

Umberto Goretti è l’unico maestro torniante ancora attivo nel centro di Deruta; siamo andati a trovarlo nel suo laboratorio in una viuzza verso le mura dove ogni giorno modella e cuoce i pezzi che sua moglie Vania Cesaretti decora a mano con i colori tipici derutesi – il giallo e il blu – o con motivi più moderni: albarelli, piatti, coppe amatorie e oggetti d’uso comune come il girafrittata in ceramica, di cui si dichiara orgoglioso inventore.

“Un tempo su questa strada c’erano tutti laboratori di ceramica. Io fui chiamato come apprendista da un torniante che aveva solo figlie femmine e voleva trovare un ragazzo che continuasse il suo lavoro, così ho cominciato questo lavoro ma oggi siamo rimasti in pochi a lavorare la creta al tornio”, racconta il signor Goretti. Negli anni ’60 e ’70 c’è stato il boom, i laboratori sono cresciuti e si sono trasferiti fuori dalla città, nell’area artigianale. Ma negli ultimi 20 anni si è fermato tutto, molti hanno dovuto chiudere o ridurre le dimensioni, siamo passati da 1200 addetti a 400. Oggi nel centro ci sono una quarantina di botteghe ma in realtà ad avere il laboratorio e a lavorare come tornianti siamo solo in cinque, e io sono l’unico nel centro storico”.

Tra scaffali con i pezzi in fase di asciugatura, pennelli, forni e macchinari vari, nel laboratorio di Goretti si può osservare da vicino come nascono le maioliche o anche cimentarsi in prima persona al tornio: guidati dal maestro, per una breve dimostrazione o un corso professionale di più giornate, si può provare l’emozione di vedere e sentire un oggetto prendere forma tra le proprie mani dalla nuda argilla. Più facile a dirsi che a farsi, ma mai dire mai.


[In apertura, foto della Cantina Lungarotti; altre foto nell'album dedicato al mio tour enogastronomico in Umbria]
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