Il Verdicchio di Matelica, un rosso vestito di bianco

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Il Verdicchio di Matelica, un rosso vestito di bianco
Il Verdicchio costituisce l’espressione più autentica della vitivinicoltura delle Marche ed è considerato a ragione l’ambasciatore del vino marchigiano nel mondo, la perla bianca dell’enologia di questa Regione. La sua fortuna è in parte legata alla famosa anfora, una bottiglia disegnata dall’architetto Antonio Maiocchi nel 1953, su mandato della famiglia Angelini, acquirente nel 1949 della Fazi Battaglia, per contenere il vino Titulus. Purtroppo, proprio la bottiglia a forma di anfora, all’inizio considerata come elemento di qualità, successivamente è stata spesso utilizzata per commercializzare prodotti di mediocre o basso livello qualitativo.

Questo vino ha una storia molto antica, che rimanda addirittura al 410 d.C. quando Alarico, re dei Visigoti, in viaggio verso Roma con l’obiettivo di saccheggiarla, passando dalle parti dei Castelli di Jesi, secondo una testimonianza attribuita al frate domenicano Vincenzo Maria Cimarelli, inquisitore a Gubbio, Crema e Brescia, nativo di Corinaldo (1585-1662) in uno scritto del 1642, fece caricare 40 some di Verdicchio perchè donava ai suoi guerrieri “sanitade et bellico vigor” e nulla li rendeva “più bellicosi e coraggiosi del Verdicchio”.

Come sottolinea Ido Perozzi, la coltura della vite nelle terre marchigiane ha testimonianze antichissime risalenti agli albori della civiltà picena. Testimonianze dell’epoca romana giungono da Plinio il Vecchio che raccontava di oltre 100 varietà di uva coltivate nella Regione. Risale al Medioevo un primo accenno di zonizzazione con classificazione dei vitigni e definizione delle aree di coltivazione.

Il Verdicchio ha conosciuto, negli ultimi vent’anni una incessante crescita qualitativa modificando lo stereotipo dominante nell’immaginario collettivo: “da vino semplice, ostacolato da un nome che a pensarci un attimo è un diminutivo, ad uno dei maggiori bianchi di tutta l’Italia” (F. Annibali, Il Verdicchio fra Jesi e Matelica, Aliberti Compagnia Editoriale, 2015). Ormai è un vino non più equivocato come vino semplice, di pronta beva, ma un prodotto in grado di proiettare un’immagine di tutto rispetto, dotato anche di elevate potenzialità di invecchiamento.


Nome e sinonimi

Il nome “Verdicchio” deriva dal latino “viridis” (verde) con riferimento al colore delle bacche e ai riflessi verdolini del vino giovane. Compare per la prima volta nel 1569 in una lettera del Botanico Costanzo Felici al naturalista Ulisse Aldrovandi e successivamente nel 1579 in un contratto notarile redatto a Matelica dal notaio Niccolò Attucci.

Recenti studi condotti sul DNA di questo vitigno hanno dimostrato una gemellanza genetica tra il Verdicchio bianco e il Trebbiano di Soave, anche se nel Registro Nazionale delle varietà di viti risultano iscritti con codici diversi (254 il primo, 239 il secondo). Allo stato attuale non è dato conoscere con certezza il luogo di origine della pianta capostipite.

Spesso il Verdicchio marchigiano viene identificato con il Trebbiano di Lugana anche per il fatto che lo stesso sembra sia stato introdotto nelle Marche da coloni veneti, giunti nella regione per bonificare il territorio. Recenti studi hanno però invalidato tale ipotesi.

Tra gli altri sinonimi vanno ricordati: Verdicchio verde, marchigiano, giallo, marino, stretto; Verdone, Trebbiano verde, Turbiano, Turbiana (A. Calò, A. Scienza, A. Costacurta, Vitigni d’Italia, Edagricole, 2006)


Il Verdicchio tra Jesi e Matelica

Il Verdicchio, nella sua configurazione tipologica, è un autentico mosaico: nell’ambito della DOC è prodotto nelle versioni base, classico, superiore, spumante, passito, mentre nella DOCG si distinguono due tipologie (Castelli di Jesi Verdicchio riserva e Verdicchio di Matelica riserva).

Nella sua dimensione territoriale e nel profilo organolettico, dimostra di avere due anime - Jesina e Matelicese - e due corpi che li identificano, caratterizzandoli e differenziandoli. La lettura delle testimonianze di due autori - Mario Soldati e Carlo Cambi - può offrire, a tal proposito, spunti interessanti.

Mario Soldati, nel suo “Vino al vino”, così rappresenta il Verdicchio dei Castelli di Jesi:
“Verdicchio, Verdicchio, suona fresco, suona vivo, suona leggero, umile, gradevole, giovanile, naturale, grazioso, gentilmente pungente, vegetalmente acerbetto, piacevole come un rametto verde pallido, croccante, cricchiante”.
Carlo Cambi, nel volumetto “Il Verdicchio di Matelica DOC e il Verdicchio di Matelica riserva DOCG, così definisce il Verdicchio di Matelica:

“Un vino che sa di primavera, un vino morbido, gentile, austero, vitale, robusto. Un vino che ha luce e calore, velluto e forza, ginestra e giaggiolo, sfumature di bosco, freschezza di maestrale”.

Un vitigno, due territori, due vini diversi.


I territori e i suoli

I due vini hanno profili differenti perché diversi sono i territori di elezione, nelle dimensioni pedoclimatica e colturale: altitudine, clima, tipologia di suolo, esposizione dei vigneti.

Il Verdicchio di Jesi viene prodotto con uve i cui vigneti ”guardano il mare” e il clima risente del suo influsso mitigatore. Il territorio occupa la bassa Vallesina, una valle aperta, che corre da ovest verso est, perpendicolare alla linea del mare, come tutti i fiumi marchigiani. Il clima è sostanzialmente mediterraneo; ma non esiste “uniformità climatica”: nella zona posta a nord-est, nelle vicinanze del mare, il clima è temperato-mediterraneo mentre diventa temperato-caldo verso sud-ovest. L’altitudine varia da 96 a circa 600 metri s.l.m.

Il Verdicchio di Matelica, invece, è un vino “quasi nascosto” che nasce in una valle “quasi nascosta”. E’ ancora Carlo Cambi a tratteggiare il paesaggio delle colline marchigiane nella zona del maceratese. “I colli del maceratese hanno un respiro universale, i filari accoccolati attorno a queste dolci alture esplicitano il gesto misurato di un coltivare accorto. L’aria è fina e di cristallo negli inverni e che diventa abbraccio dei sensi nelle estati, i profumi dei fiori e delle querce, l’ordinato disporsi dei manufatti agricoli, il continuo intervallarsi del coltivato con il selvatico sono il racconto più esplicito della ruralità che genera il Verdicchio (C. Cambi, L’oro verde di una terra antica, in R. Potentini, Il Verdicchio di Matelica DOC e il Verdicchio di Matelica riserva DOCG, Camera di Commercio Macerata, 2010, p. 7).

L’areale di elezione è l’alta Vallesina, scientificamente definita “sinclinale camerte”, fatta di strati piegati in senso convergente verso la parte centrale e la cui curvatura di strati rocciosi presenta normalmente la convessità orientata verso il basso. E’ una valle con andamento nord-sud, chiusa tra Appennino e Preappennino, isolata dall’influsso del mare.

Il territorio ha un clima continentale, caratterizzato da escursioni termiche molto elevate m uniforme sotto il profilo climatico. L’altitudine va da 250 a 720 s.l.m.
La combinazione positiva di ventilazione, umidità, calore crea condizioni altamente positive per lo sviluppo della vite e per il profilo del vino. Infatti, il Verdicchio è una varietà che predilige le posizioni collinari e le esposizioni soleggiate e ventilate oltre che terreni asciutti e drenanti.

Con riferimento alla tipologia di suolo, la zona di Jesi è caratterizzata da un’alternanza di suoli argilloso-sabbiosi anche se in alcuni areali (Cingoli, Apiro, Poggio San Vicino) si arricchiscono di un apporto calcareo. Nella zona di Matelica, invece, i suoli sono ricchi di carbonato di calcio, calcareniti, argille oltre che di sostanza organica.
Un ultimo elemento da considerare è l’ampiezza della superficie dedicata: 2875 ha vitati la zona di Jesi contro i 323 di Matelica.
Mai come in questo caso il legame tra territorio e vino appare indissolubile e determinante.


Il Verdicchio di Matelica

Questo vino ha una storia molto antica che risale al tempo dei Piceni. Lo attesta, ad esempio, il ritrovamento, nel 1988, presso Matelica, della tomba di un “princeps guerriero” nella quale è stato rinvenuto un catino bronzeo emisferico contenente 200 vinaccioli di vitis vinifera, sicuramente resti di grappoli deposti insieme ad altre offerte alimentari

Per molto tempo il Verdicchio di Matelica è vissuto all’ombra del ben più famoso cugino di Jesi. Il suo riscatto è finalmente avvenuto nel 1967, con il riconoscimento della DOC; da qui è iniziato un percorso di affermazione esponenziale e di esaltazione costante che ha condotto al riconoscimento, nel 2010, della DOCG alla tipologia “riserva”.

E’ appena il caso di rammentare che questo vino è stato il 14° vino a DOC d’Italia e il primo delle Marche; inoltre, nasce un anno prima della DOC Verdicchio dei Castelli di Jesi e lo stesso anno della DOC Brunello di Montalcino.

Come sottolinea Roberto Potentini (R. Potentini, a cura di, Il Verdicchio di Matelica DOC e il Verdicchio di Matelica DOCG), l’unicità pedoclimatica costituisce il paradigma di riferimento che attribuisce alla zona di Matelica un quadro ben definito di peculiarità produttive e sensoriali.

Sotto il primo aspetto, va detto che le caratteristiche climatiche influenzano in modo determinante e condizionano lo sviluppo e il comportamento della vite; la pianta, infatti, presenta poche gemme a frutto in quanto la “sommatoria termica” non costituisce condizione ottimale per lo sviluppo di un carico sufficientemente abbondante di uva. Durante l’allegagione e all’avvio della maturazione, la vite incontra però il sole del 43° parallelo, che fa partire al meglio l’attività produttiva. Ne deriva che i pochi grappoli possono fruire, fino ad ottobre, di una grande forza maturativa che sostanzia in poco frutto molta energia. La conseguenza diretta di tali fenomeni è la concentrazione di zuccheri e aromi e un elevato valore di estratto secco e sostanze minerali.


Il Disciplinare di produzione

Tra il Verdicchio di Matelica DOC e il Verdicchio di Matelica riserva DOCG esistono delle differenze che investono molteplici piani. Rinviando alla lettura integrale dei Disciplinari di produzione per coglierne gli elementi distintivi, qui mettiamo in evidenza solo quelli maggiormente significativi.

Rimangono identici sia la zona di produzione, che comprende 8 comuni (Matelica, Esanatoglia, Gagliole, Castelraimondo, Camerino, Prioraco in provincia di Macerata; Fabriano e Cerreto d’Esi in provincia di Ancona) sia la base ampelografica che prevede un minimo di 85% di Verdicchio.

Con riferimento agli altri parametri, esiste una differenza che riguarda il titolo alcolometrico minimo (11,50% nella DOC, 12,50% nella DOCG); un’acidità minima di 4,5 g/l nella DOC che diviene 5,0 g/l nella DOCG; un estratto non riduttore di 16 g/l nella DOC e di 18 g/l nella DOCG.

Infine per il Verdicchio di Matelica riserva DOCG è previsto un periodo di invecchiamento minimo di 18 mesi.


Il vino

Il Verdicchio di Matelica costituisce in qualche modo la “versione continentale” del Verdicchio. Non ha la versatilità di quello di Jesi: può apparire meno espressivo nel profilo aromatico ma è capace di evolversi e di esaltarsi con la terziarizzazione.
Il colore suggestiona e conquista con la sua luminosità che si veste di giallo intenso arricchito da riflessi verdolini in gioventù mentre con la maturità acquista una lucente veste dorata: gocce di sole nel calice.

Sul piano olfattivo, il ventaglio aromatico si apre su note agrumate di lime, pompelmo, cedro a cui segue un fruttato tagliato sulla mela verde e un cenno erbaceo che richiama l’erba medica e il fieno. Il profilo su arricchisce di effluvi floreali che richiamano il biancospino, la ginestra, la camomilla, il tiglio, l’acacia. In età matura il vino acquista note vagamente speziate di semi di cardamomo e di zenzero; e poi ancora… buccia di arancia candita, miele di castagno, note tostate di nocciola, cereali.

Nella versione riserva il vino appare ancora più ricco, sontuoso, dotato di una forza che può apparire “inconsueta” per un bianco e che si coniuga mirabilmente con l’eleganza e la piacevolezza del sorso.

Secondo l’enologo Roberto Potentini, che segue il Verdicchio di Matelica da oltre 30 anni, vi sono alcuni fattori che giustificano tempi di maturazione abbastanza lunghi; fra questi, l’elevata acidità, la struttura, la complessità degli equilibri chimico-fisici.
La maturazione ha un effetto importante sul profilo del vino, infatti svolge una funzione di “accordatura degli strumenti chimico-fisici e organolettici” che ha lo scopo di equilibrare i diversi componenti, attenuando l’aggressività della componente acidica, esaltando la complessità aromatica, conferendogli l’armonia necessaria per dargli un carattere di forza ed eleganza ad un tempo.

In definitiva, può dirsi un vino dritto, verticale, che nei tempi lunghi non mostra alcun segno di cedimento, nessuna “ruga” come direbbe Luigi Moio. E’ un vino “solista” che riesce ad imporsi nel tempo senza alcun sostegno: l’acidità, la struttura, l’alcol sono gli elementi che lo fanno vivere a lungo. Qualcuno lo ha addirittura definito lo “Chablis” versione marchigiana proprio per la sua capacità di esaltarsi con l’evoluzione temporale.

Un grande merito per la sua valorizzazione e affermazione va senz’altro riconosciuto all’Istituto Marchigiano di Tutela del vino e all’Associazione dei produttori del Verdicchio di Matelica oltre che alle Istituzioni pubbliche e alle numerose aziende che hanno creduto nelle potenzialità di questo vino ed hanno investito risorse umane e finanziarie per ottenere prodotti di elevato livello qualitativo che oggi possono viaggiare in ogni parte del mondo.


Per approfondire:

- FRANCESCO ANNIBALI, Il Verdicchio fra Jesi e Matelica. Alla scoperta di una dei più grandi vini bianchi d’Italia, Aliberti Compagnia Editoriale, 2015

- ROBERTO POTENTINI, a cura di, Il Verdicchio di Matelica DOC e il Verdicchio di Matelica riserva DOCG. Quando un vino è un racconto, Camera di Commercio Macerata, 2010

- ANDREA ZANFI, Le Marche…l’orto del vino, Carlo Cambi editore, 2006

- A. CALO’, A. SCIENZA, A. COSTACURTA, Vitigni d’Italia, Edagricole, 2006

- ASSOENOLOGI, Vinifera. L’Italia dei Vitigni, Editore Assoenologi, 2017.


[Foto credit: Azienda Maraviglia]

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#3 Commenti

  • Nadir Sitta

    Nadir Sitta

    attualmente mi trovo proprio a Recanati. Essendo di casa qui e anche di parte, voglio sottolineare che il verdicchio non è quello che la maggior parte delle persone intendono o hanno assaggiato. Il "verdicchio" quello vero, quello che spacca sono le riserve, Le riserve di verdicchio non temono confronti, con possibilità di invecchiamento anche d 8-10 anni, senza alcun problema, Quindi se volete provare a bere un verdicchio consiglio assolutamente le riserve.

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    #1
  • Aldo Specchia

    Aldo Specchia

    Concordo in pieno.

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    #2
  • Aldo Specchia

    Aldo Specchia

    Le riserve sono come alcune cattedrali: ogni volta che le osservi con attenzione, scopri elementi nuovi che ti affascinano.
    Ho avuto modo di degustare Verdicchio di Matelica riserva con 20 anni sulle spalle: a parte il colore dorato ancora luminoso, tutto il resto era intatto

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    #3

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