Rosati, anima salentina

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L’evento “Charme in rosa”, VIII edizione, tenutosi a Lecce il 21 luglio scorso, presso la Dimora storica “Torre del Parco”, a cura dell’Associazione Italia Sommelier Puglia e Delegazione di Lecce, mi ha offerto lo spunto per alcune considerazioni sul vino rosato, con particolare riferimento al rapporto tra “identità territoriale” ed “esigenze di mercato”.

Quando si parla di vini rosati, è immediato e inevitabile il richiamo alla loro errata collocazione a metà strada tra vini bianchi e vini rossi, in una posizione quasi secondaria rispetto agli altri due. Evidentemente si tratta di uno stereotipo duro a morire; non si riesce ancora a scardinarlo per attribuire al vino rosato pieno diritto di cittadinanza nel panorama enologico. Esso merita, invece, attenzione e rispetto come “unicità tipologica” pur nelle sue infinite sfumature che superano la consolidata classificazione dell’AIS (rosa tenue, cerasuolo, chiaretto) per modularsi su colori che ricordano la buccia di cipolla, i petali di rosa, la pesca, il salmone, il corallo.

Questa tipologia di vino, per dirla con il giornalista inglese Andrew Jefford, è un “vino che bisbiglia”, una sorta di “dipinto a colori pastello, una carezza piuttosto che una stretta di mano o un forte abbraccio”.

Spesso, sulla base di un annoso pregiudizio, questo vino viene considerato una sorta di “paracadute” enogastronomico per costruire o salvare l’abbinamento con alimenti e preparazioni; peggio ancora, lo si considera un vino da consumare solo fresco d’estate.

Nulla di più falso.
Nella sua versatilità, il vino rosato può proporsi come degno compagno di antipasti, primi e secondi, sia di carne sia di pesce; può essere tutto l’anno protagonista della tavola, secondo a nessuno.

Con riferimento al colore e alla sua intensità, la tendenza prevalente oggi, purtroppo, è quella di privilegiare le sfumature più chiare che richiamano i rosati provenzali. Raramente è dato trovare vini pugliesi vicini al colore tipicamente “pugliese”: denso, carico, deciso.

Non è questa la sede per esplorare il quadro delle differenze tra i Chiaretti gardesani, i Cerasuoli aprutini, i Rosati salentini o di accennare alle tecniche di vinificazione o ai fattori che incidono sul colore finale. Né voglio rammentare le circostanze per cui è stato un salentino il primo rosato italiano ad essere imbottigliato nel lontano 1943.

Essendo in crescita l’attenzione verso il vino rosato, anche grazie all’attività dell’AIS e alle molteplici manifestazioni di respiro locale e nazionale, come ad esempio, Charme in rosa, Roséxpo, Italia in rosa, solo per citarne alcune, credo che sia opportuno avviare su questo tema una riflessione sistemica che coniughi territorialità e imprenditorialità la ricerca di una piattaforma di mediazione.

Fa piacere rilevare che recentemente a Bardolino è stato siglato un protocollo d’intesa tra alcuni Consorzi di Tutela (Castel del Monte, Salice Salentino, Vino Bardolino, Valtènesi, Vini d’Abruzzo) allo scopo di promuovere la diffusione della cultura e della conoscenza del vino rosato autoctono italiano, pur coniugato con le specificità territoriali. Si tratta di un progetto che mira ad innescare un quadro di sinergie intese a conferire “dignità” ai vini rosati italiani da uve autoctone.

Ecco allora che l’aderenza ad un gusto “omologato” che preferisce un rosato “scialbo” non può costituire unico riferimento produttivo. Pur comprendendo le ragioni dei produttori, non si può non riaffermare la necessità di difendere, tutelare, valorizzare un patrimonio storico e culturale di notevole entità.

Mi chiedo: esiste la possibilità di mediare esigenze diverse (consumatori e produttori) o bisogna rassegnarsi a sopprimere la storica identità del rosato salentino? Qualche produttore ha compiuto una scelta coraggiosa: due linee di rosato, una per l’Italia e una per l’estero o per il consumatore italiano che gradisce il colore tipico. Può essere una soluzione? Ce ne sono altre?

La pietra è lanciata, il dibattito è aperto.
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