#30voltesettembre: gli anni della follia

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#30voltesettembre: gli anni della follia
Verificare il viraggio dell'acidità totale, controllare il menisco della buretta, tarare la bilancia idrostatica, ripetere gli stessi movimenti tutti i giorno, produrre numeri mi dava sicurezza, mi aiutava ad acquisire sicurezza in un mondo che piano piano imparavo a conoscere.

Ogni giorno vini nuovi e problematiche nuove, stessi gesti ma numeri e combinazioni diverse che aspettavano di essere interpretati. Dopo un anno di numeri acquisisco sicurezza in me e trovo un lavoro temporaneo in un laboratorio di una cantina sociale ad un passo da quella che diventerà la mia casa da sposata.

Inizio cosi' a conoscere le problematiche delle cinetiche di fermentazione: "Ha mangiato un grado?"
"L'acidità è calata?" "Il colore continua a crescere?" "Il malico è finito?" "Hai misurato gli NTU?"

In che lingua parlano? Mi chiedevo.
Io avevo solo dei numeri da tradurre in azioni: arieggiamento dei mosti, svinatura, travaso, modifica dei dosaggi dei chiarificanti. Il mio direttore di produzione poi iniziava la giornata sorridendo e parlando un fluente italiano, poi via via che le ore passavano passava ad un intercalare da osteria in dialetto veneto. Da lui ho imparato a parlare in maniera semplice e chiara ai cantinieri, ad uscire dalla teoria dei libri, perche' chi sa fare fa, chi non sa insegna, si dice in cantina.

La Romagna in quegli anni era sepolta da tonnellate di M.C.R. (mosto concentrato rettificato) e di Trebbiano a 280 quintali ad ettaro, iniziano a vedersi i primi flottatori e filtri sottovuoto.

Qualche settimana prima del termine del mio contratto di lavoro, in ufficio dal direttore entra Hugh Grant che cercava una responsabile di cantina, mi vengono gli occhi a cuore e dico si prima che termini di parlare.

Nei mesi di latenza fra i due impieghi frequento un corso professionale per cantinieri: mparo ad inserire una spina industriale, a svinare, a far funzionare una pompa, ad accendere un flottatore, a sciogliere con le proporzioni giuste bentonite e gelatina, a preparare un piede di fermentazione senza uccidere i lieviti, per passare dalla teoria alla pratica.

Cosi il primo settembre 1990 con la testa farcita di teoria e pratica inizio il mio lavoro come assemblatrice di mosti e vini accanto all'Hugh Grant dell'enomondo. Così divento qualcosa di ibrido fra un cantiniere, una bollettista ed un'analista, alla ricerca del vino perfetto dove occhi naso e bocca non dovevano litigare fra loro incurante della fatica, tanto avevo Hugh Grant da guardare per ore.

Con il bello ed impossibile rimango per dieci anni, nel frattempo imparo a degustare dalla torchiatura, al filtrato feccia, passando per il Cannonau e rientrando dal Primitivo di Manduria.

In quegli anni di miniera capisco che non mi basterà una vita per conoscere tutti i vini del mondo.

Nella prossima puntata: gli anni della consapevolezza.
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